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Sport e felicità

 
17 Marzo 2020   |   Internazionale, salute, Sports4peace
 
Di Paolo Crepaz

Ogni attività motoria più o meno agonistica è metafora della vita, una scoperta di sé stessi, dei propri limiti e talenti. 

Ad osservarne le miserie e le contraddizioni dello sport di alta prestazione (la vittoria ad ogni costo, la cultura del no limits, il doping, la truffa, l’agonismo esasperato e precoce, il fanatismo, la violenza e via dicendo), viene da ricredersi sul suo valore educativo e sociale. Ed è divenuto, secondo alcuni, oppio dei popoli, pane e circo, circo senza pane.

Il filosofo Robert Redeker afferma: «Lo sport è del tutto estraneo ai valori che ostenta, ne è la negazione più assoluta. Illusione di civiltà, lo sport è illusione di umanità». Eppure «ci si può drogare di cose buone… E una di queste è certamente lo sport», afferma Alessandro Zanardi. Sfidare se stessi, gli altri, l’ambiente; scoprire e migliorare le proprie qualità; misurarsi con i propri limiti per superarli o per far pace con essi; ricercare una prestazione assoluta o un record personale; divertirsi, fino a farsene impossessare, in un vissuto libero, separato, incerto, improduttivo, regolato, fittizio; assaporare le dinamiche del team… Tutto questo e tanto altro ancora è il senso del gioco e dello sport. E tutto questo ha un inatteso e sorprendente effetto collaterale: la felicità.

«Volete i ragazzi? – chiedeva don Bosco ai suoi educatori – Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!». L’attività più naturale e istintiva che esista, fatta di correre, saltare, lanciare, ovvero l’attività ludica, motoria e sportiva, non soltanto ci rende più forti e più sani: ci rende felici, accende in noi qualcosa di misterioso e gratifica la nostra natura più profonda. E ci fa sentire liberi. Liberi di esprimere quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo. E il bambino, per un attimo, simile al campione che campeggia nel poster appeso alla parete. E il percorso di chi vuole conoscere se stesso, il proprio talento e i propri limiti, di chi vuole confrontarsi con la natura e con gli altri ha un sapore particolare, sia per chi arriva fino ad essere pagato per divertirsi a fare sport, sia per chi muove i primi passi nella disciplina che ha iniziato ad amare.

L’avventura inizia con il coltivare il desiderio. E poi è fatica, sudore, ore e ore di allenamento, perfezionamento ossessivo del gesto tecnico, fallimenti, infortuni, imprevisti, cura maniacale degli stili di vita a partire dall’alimentazione e dal sonno. «Diceva bene Galeano, grande scrittore uruguaiano: «L’utopia è là, all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per 10 passi e l’orizzonte si sposta di 10 passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare». Nel gioco, come nell’attività motoria e sportiva, inseguiamo un’utopia che ha proprio questo scopo: farci camminare, farci andare avanti, cogliere la bellezza e l’utilità dell’inutile, il valore inestimabile dei beni immateriali e relazionali di cui abbiamo un’insaziabile bisogno una volta che abbiamo soddisfatto le necessità materiali.

Per i greci la felicità era sempre conseguenza di una pratica virtuosa, della saggezza e dell’amore per la verità. Coincide con la capacità che gli uomini hanno di condurre a realizzazione e a pienezza la loro esistenza. Non una cosa che “capita”, occasionale e fugace, ma il frutto di un’arte, di abilità e perizia nel fronteggiare e aggirare le difficoltà. «Per essere felici – scrive il filosofo Salvatore Natoli – bisogna in qualche modo divenire virtuosi dell’esistenza, ma al modo in cui si definisce virtuoso un grande pianista, un acrobata e in genere tutti coloro che, a seguito di un lungo esercizio, sanno rendere facile il difficile – o perlomeno riescono a farlo apparire tale –, che sanno trasformare le difficoltà in stimolo, che sanno tramutare la fatica in bellezza, in opera d’arte».

Lo sport, lo sappiamo, è definito scuola di vita, è un gioco che educa alla vita: «La vita è molto più che un gioco e giocare è un bel modo, divertente e appassionante, per imparare a viverla sul serio», hanno scritto i rugbisti Mirco e Mauro Bergamasco. Lo sport fatto bene, gestito bene, è scuola di vita perché hai la possibilità di essere nel gioco quello che vuoi essere al di fuori del gioco. Non si tratta di dover scegliere tra umiltà e coraggio, poiché tali virtù rappresentano le due facce di una stessa medaglia: saper sfidare con coraggio le nostre debolezze, accettando con umiltà le nostre fragilità. Perché, se è vero che mettendoci alla prova possiamo scoprirci migliori di quanto immaginavamo, è altrettanto vero che non saremo mai, esattamente, come vorremmo essere.  E questo far pace con noi stessi è forse la sfida più ardua, ma più appassionante.

Di fronte ad evidenti esasperazioni, si può affermare che la dimensione agonistica, che lo sport di oggi sembra esaltare oltre misura, sia davvero positiva in termini educativi e sociali? Del concetto di competizione esistono due prospettive: una basata solo sulla logica della vittoria ad ogni costo, dove chi arriva secondo è considerato come il primo dei perdenti; l’altra che considera la competizione a partire dal concetto di condivisione e di confronto reciproco. Cum-petere è quanto vorrebbe chi, avvicinandosi a un campo sportivo, chiede: «Posso giocare con voi?». Il valore della competizione si sviluppa a partire dal processo, dal desiderio di condivisione. La competizione non è né buona, né cattiva: conta l’intenzionalità dell’esperienza, ovvero il senso che si dà alla competizione. Come gestirla così da farne un’esperienza educativa?

Il presupposto della competizione è la disponibilità reciproca a partecipare (l’assioma “l’importante è partecipare” di De Coubertin ha qui il suo senso più vero): il valore del cum-petere sta nella disponibilità a condividere, a mettersi in gioco, nella disponibilità a vincere o perdere. Lo ha ricordato papa Francesco nel suo incontro con i ragazzi del calcio, rivolgendosi agli adulti e in particolare agli allenatori: «Qualcuno ha detto che camminava in punta di piedi sul campo per non calpestare i sogni sacri dei ragazzi. Vi chiedo di non trasformare i sogni dei vostri ragazzi in facili illusioni destinate a scontrarsi presto con i limiti della realtà; a non opprimere la loro vita con forme di ricatto che bloccano la loro libertà e fantasia; a non insegnare scorciatoie che portano solo a perdersi nel labirinto della vita. Possiate invece essere sempre complici del sorriso dei vostri atleti!».

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