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A Rebibbia, un ponte tra dentro e fuori

 
17 Settembre 2018   |   Italia, Inclusione sociale, Y4UW
 

Secondo la Costituzione italiana, scopo della detenzione in carcere è la rieducazione del condannato: al detenuto devono essere offerte  opportunità di reinserimento nella società e, allo stesso tempo, percorsi che permettano di responsabilizzarlo e spingerlo ad un comportamento socialmente corretto.

Nei fatti, però, ciò non sempre accade: “In Italia ci sono poche risorse, pochi educatori. Occorrerebbe creare programmi diversificati, adatti ai casi specifici, incrementando il lavoro e la formazione in carcere. Altrimenti, quando escono, queste persone non hanno imparato nulla”, spiega Caterina, venticinque anni, tirocinante alla Procura di Roma.

Dove non arriva lo Stato, però, arriva il lavoro di molti semplici cittadini che decidono di spendere le proprie energie per mostrare un’alternativa ai detenuti o semplicemente per “vivere accanto a loro”. Tra questi c’è anche un gruppo di Giovani per un Mondo Unito di Roma, di cui fa parte Caterina.

Nel 2014, spinti dal desiderio di spendersi in concreto per la legalità, Caterina e i suoi amici hanno saputo che una loro conoscente, Patrizia, era entrata in contatto con un comitato di padri detenuti del carcere di Rebibbia impegnato a consentire ai bambini di avere qualcosa di più di un freddo incontro con i papà negli stanzoni dei colloqui.

Patrizia sapeva della nostra esperienza di campus estivi con i bambini della periferia di Siracusa, e ci ha chiamati per chiederci di realizzare dei laboratori e giochi con i bambini per festeggiare il Natale”, racconta. Caterina è rimasta subito entusiasta: in quella proposta ha sentito l’eco del suo amore per la giustizia, ma anche e soprattutto del suo amore per le persone e per le loro storie.

A quel primo appuntamento i giovani si sono presentati in quaranta, e, all’ingresso del carcere, la guardia penitenziaria ha chiesto loro di “lasciare tutto prima di entrare”: si riferiva agli oggetti personali, ma per Caterina è stato un invito a lasciarsi alle spalle tutti i pregiudizi. Nel cortile interno, hanno allestito alcuni stand dove i circa cento detenuti hanno potuto incontrare le proprie mogli e giocare con i propri figli. A fine giornata, era difficile dire se i più felici fossero i bambini o i papà.

“Il momento più forte è stato quello della chiamata per i detenuti, che uno ad uno hanno dovuto separarsi dalle famiglie per rientrare nelle celle”, dice Caterina. “Ringraziandoci, uno di loro mi ha detto: ‘Tieniti stretta la tua libertà’. Le educatrici e la direttrice ci hanno poi scritto, commosse, dicendo che mai un gruppo dall’esterno era riuscito a entrare così in sintonia con i detenuti e le loro famiglie”.

Quella festa, per Caterina e gli altri, è stata il primo passo verso la costruzione di un rapporto vero e profondo con i detenuti. L’esperienza con i bambini si è ripetuta negli anni in occasione della festa del papà e dell’inizio dell’estate. Ad un certo punto, poi, è arrivata la richiesta da parte di un piccolo gruppo di detenuti di affrontare, attraverso il dialogo con esperti, temi a loro vicini come la legalità, il disagio psicologico e l’interculturalità.

Così, a marzo scorso, ha varcato la soglia del carcere uno psicologo dell’età evolutiva, che ha dato consigli ai papà su come vivere il colloquio con i propri figli.

“Ha spiegato loro che è importante trasmettere il proprio amore ai bambini senza però mai mentire sulla propria condizione”, ricorda Caterina. Insieme ad un altro psicologo, poi, venti detenuti hanno approfondito il tema della depressione, ma in un’ottica di speranza, che può esserci anche per chi ha davanti a sé una pena molto lunga. Colpisce ciò che lo psicologo, dopo aver risposto alle domande dei detenuti, ha confidato ai giovani: “In realtà, non c’è nulla di troppo diverso rispetto alla situazione di una persona che sta fuori, il punto è capire come affrontarla, e per loro è ancora più difficile perché non hanno un contatto con l’esterno”, ha detto.

Immaginando l’esperienza di un detenuto, lo scrittore Sandro Bonvissuto ha definito il muro “il più spaventoso strumento di violenza esistente”, che non si è mai evoluto, perché già perfetto nella sua atrocità. “Tutti i giorni, all’ora d’aria, puoi arrivare a toccarlo col naso per guardarlo così da vicino da non vederlo più”, scrive. “Il muro non è fatto per agire sul tuo corpo (…). Non è una cosa che fa male, è un’idea che fa male”.

Pur credendo fermamente alla necessità della pena, Caterina e gli altri vogliono creare un varco in quel muro, costruire un ponte fra dentro e fuori che permetta ai detenuti di non sentirsi schiacciati dal proprio isolamento e dia loro la speranza di un futuro in cui avranno un posto nuovo nella società.

“Alcuni detenuti ci hanno raccontato di come a forza di stare in cella la vista si abbassa”, racconta ancora Caterina. “Chi è uscito per beneficiare di permessi premio ha raccontato che faceva fatica a guardare lontano, che non era più abituato a guardare l’orizzonte”.

È forte il contrasto tra questa immagine e quella di un detenuto che si è detto felice da quando, in carcere, ha potuto investire i suoi talenti in qualcosa di legale come le attività per i bambini. Pur non avendo figli e lavorando gratuitamente per gli altri detenuti, si sente pieno e soddisfatto.

Nella sua vita di prima, ha detto, aveva sempre investito le sue capacità nell’illegalità e ne aveva tratto profitto, adesso, invece, ha scoperto il valore dello spendersi per gli altri. Ha iniziato a intravedere un orizzonte nuovo.

Con la nostra presenza, cerchiamo di trasmettere loro valori e stili di vita che, per i più svariati motivi, non hanno conosciuto”, dice Caterina. È questo l’aspetto rieducativo, il passaggio successivo alla funzione punitiva del carcere. Secondo Caterina, è un compito a cui dovrebbe sentirsi chiamata l’intera società, e non solo chi ha direttamente a che fare con quel mondo: “A volte tutti noi, da fuori, costruiamo degli ostacoli: pensiamo ai datori di lavoro che si rifiutano di assumere gli ex detenuti”. C’è ancora molta strada da fare, ma i giovani di Roma, nel loro piccolo, ci credono e continuano a fare la loro parte. “Spesso penso ai detenuti che, salutandoci, un giorno, ci hanno detto che non vedono l’ora di uscire sapendo che fuori ci sono persone come noi, persone che non li allontanano per via dei loro errori passati”, racconta Caterina, “e allora mi dico che ne è valsa la pena, che stiamo davvero costruendo un ponte, e che spesso le perle preziose sono nascoste in fondo agli abissi”.

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