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Workshop

Bombe sullo Yemen e giornalismo di pace

 
14 Giugno 2018   |   , ,
 

Cosa sta succedendo in Sardegna, tra bombe, una fabbrica di armi, e una comunità che vuole la pace.

Sulcis-Iglesiente, è questo il nome di una regione storica della Sardegna, caratterizzata non solo da bellezze naturali che impressionano, ma anche da una storia, quella dei lavoratori delle miniere, che è un patrimonio umano, spirituale, culturale e ambientale di primo livello. Un gioiello unico al mondo, che ancora non riesce a esprimere pienamente tutto il potenziale di cui dispone anche dal punto di vista economico.

Il 3 Marzo 2017 si tiene una conferenza a Cagliari sul tema del disarmo, organizzata dalla Scuola di Partecipazione Politica “Domenico Mangano”. A quel convegno partecipano anche alcuni abitanti del Sulcis-Iglesiente che si sentono interpellati per la prima volta in modo diretto: sul loro territorio, infatti, nei due comuni di Iglesias e Domusnovas, ha sede la RWM Italia, interamente controllata dalla tedesca Rheinmetall, una fabbrica di bombe, che vengono regolarmente vendute all’Arabia Saudita e da questa utilizzate per la guerra nello Yemen.

«Ci siamo sentiti un po’ come i tedeschi all’epoca della Shoah… soprattutto quelle brave persone che amavano i loro bambini, magari si sacrificavano per loro, mentre altri bambini morivano, complice il loro silenzio», scrivevano a quel tempo gli iglesienti…

Da quella presa di coscienza, un anno fa, di strada ne è stata fatta: la gente ha reagito, ha lottato, ha fatto qualcosa per cambiare la situazione: è nato anche un comitato, che oggi mette insieme 23 soggetti di sensibilità culturali diverse, che operano sul territorio e hanno unito le loro forze per un obiettivo comune: la riconversione della fabbrica dalla produzione militare a quella civile. È il “COMITATO RICONVERSIONE RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica a processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis Iglesiente”.

Una dei portavoce del Comitato è Cinzia Guaita, del Movimento dei Focolari Italia, che è tra i soggetti promotori di questa azione. Con lei abbiamo fatto il punto della situazione.
«L’azione del comitato non è facile perché il Sulcis-Iglesiente è un territorio dove non c’è lavoro, e quello che c’è viene difeso a spada tratta. Non è facile innescare un processo che porti a un cambio di mentalità, chiedendo di terminare una produzione che comunque porta soldi, per scegliere qualcosa di diverso ma forse più rischioso».

A che punto siamo oggi?

«La cosa più importante è che siamo una rete molto fitta e variegata, per cui il silenzio che un anno fa c’era attorno alla fabbrica, oggi non c’è più. Prima non se ne parlava affatto, o se ne parlava in sedi poco frequentate, oggi la questione etica, ambientale e legale è diventata patrimonio diffuso. C’è un primo risultato culturale quindi, anche se il processo è a lungo termine».

In cosa si può notare il cambiamento più grande?

«Prendiamo ad esempio il tema del lavoro: prima era un tema preminente e isolato, non si poteva discutere, mentre adesso accanto al lavoro ci sono i temi della pace, della giustizia, e non è poco per un territorio molto povero come il nostro. Dal punto di vista politico ci sono state diverse sollecitazioni, da un Ordine del Giorno del Consiglio comunale di Iglesias, alle mozioni parlamentari, e abbiamo avviato un processo serio di confronto con la Presidenza della Regione Sardegna, che è un soggetto nevralgico per la nostra azione».

Parli di confronto, ma voi usate soprattutto il dialogo…

«È vero, stiamo dialogando, e lo facciamo con tutti perché questo è un problema che riguarda tutti e può essere risolto soltanto guardando le cose da più punti di vista. Ti faccio un esempio: abbiamo aperto un tavolo tecnico di riflessione con gli esperti dell’università per lo studio di un progetto di riconversione, si ritrovano insieme i tecnici, i docenti universitari, altri soggetti come Banca Etica, Chiesa Protestante: il comitato è una sorta di laboratorio, non risolutivo di tutto il problema ma come avvio di un percorso concreto».

Come è vista RWM sul territorio oggi?

«Qui si apre il fronte ambientale e sociale, perché la RWM si è inserita con molta benevolenza nella dinamica sociale locale. La RWM finanzia la festa parrocchiale, finanzia progetti per il sostegno dei disabili, per la rivalutazione del tempo libero in una zona che non ha molte infrastrutture e quindi c’è molto rispetto nei suoi confronti, e stiamo cercando di far capire che per il bene di persone e luoghi tutto questo può essere un’arma a doppio taglio».

Anche perché c’è una questione legale giusto?

«Esatto, la presenza della RWM viola una legge nazionale, la 185/1990, che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra o che non rispettino i diritti umani, ma prevede anche la possibilità di un fondo per la riconversione delle aziende che producono armi. Quindi le opportunità ci sono, riconversione non vuol dire un salto nel buio, ma può essere un processo condiviso di maturazione e miglioramento della vita per tutti».

In questo processo la stampa che ruolo sta ricoprendo?

«Un ruolo decisivo direi, e noi stessi ci siamo stupiti che la stampa internazionale si sia interessata a noi in modo così ramificato. Anche la tivù tedesca ci sta seguendo e ha raccontato alla Germania cosa sta succedendo qui».

Due parole su quanto è successo a Iglesias il 5 e 6 Maggio scorsi…

«Abbiamo voluto costruire un percorso che ci aiutasse a ripensarci come territorio di pace. In questo contesto si è inserito un seminario per giornalisti e operatori dei media per entrare di più nelle dinamiche del nostro territorio, e per presentare questo movimento popolare che vuole reagire in modo civile a una situazione di illegalità e di pericolo. In quei due giorni abbiamo parlato di legami di pace, di economie di guerre, senza lasciare spazio a equivoci.

Ci sono tanti silenzi sulle guerre, come per quella dello Yemen che è una guerra contro poveri: accendere i riflettori su quel conflitto, ha portato il problema che si vive qui all’attenzione di tutti. Si sta capendo che per costruire la pace non possiamo chiudere gli occhi, ma è necessario essere coerenti cominciando da casa propria. C’è bisogno di tutte le categorie, ognuno con la sua parte, perché anche le piccole azioni locali che possono avere una è portata più ampia. Amare un territorio vuol dire tutto questo: può essere anche un rischio, ma per costruire la pace vale la pena correrlo».

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