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Workshop

Cambiare il mondo una nota dopo l’altra: l’impegno di Clotilde

 
11 luglio 2018   |   Madagascar, Volontariato internazionale,
 

Clotilde Gaborit, giovane musicista francese, ha da poco trascorso due settimane in Madagascar, dove ha coinvolto i bambini di due scuole elementari in un laboratorio di canto corale. Un’esperienza che ha lasciato il segno non solo nei piccoli allievi, ma anche e soprattutto in lei, confermandola nella sua scelta di lavorare ogni giorno per realizzare un mondo più giusto e fraterno.

Clotilde Gaborit

“C’è ancora del lavoro da fare, ma le note di Mozart oggi risuonavano sull’isola di Sainte-Marie, è pazzesco!”. Chi scrive, affidando i pensieri della giornata a Facebook, è Clotilde Gaborit, giovane musicista e direttrice di coro francese, partita a maggio scorso per il Madagascar con una missione: far vivere un’esperienza di canto corale ai bambini di un’isola che è poco più di una striscia di terra al largo del paese. E la sua sorpresa è comprensibile: dopo soli sette giorni di prove, 90 bambini che non avevano mai cantato nella loro vita sono stati capaci di esibirsi in un mini concerto di ben nove brani, dai canti tradizionali africani fino ad un frammento, appunto, di Mozart, in lingua latina.

Com’è stato possibile tutto questo? La storia ha inizio in Francia, quando Clotilde entra in contatto con Les Enfants de la Buse, associazione di medici e osteopati che ogni anno, dal 2011, organizza una missione nel paese africano, fornendo assistenza sanitaria a più di mille bambini tramite le scuole elementari del luogo. “Dedicarmi a una causa umanitaria è sempre stato un mio sogno”, racconta Clotilde. Così, da un concerto organizzato per sostenere la causa dell’associazione scaturisce il desiderio di realizzare qualcosa di più: un progetto musicale in Africa. L’obiettivo? Offrire ai bambini non soltanto un aiuto materiale, ma anche un’esperienza formativa, un sapere nuovo. Clotilde si lancia in un’intensa campagna di raccolta fondi, coinvolgendo associazioni e club nel sogno di far cantare i piccoli malgasci, e raccogliendo in poco più di un mese il necessario a coprire le spese di viaggio.

I bambini dell’isola di Sainte-Marie

Il 30 aprile 2018 la musicista atterra sull’isola: è l’inizio di quindici giorni scanditi da una routine tutta nuova, fatta di lunghi tragitti in tuk-tuk e di incontri sorprendenti.

“Facevo lezione in due scuole: la prima, quella di Saint-Joseph, era immersa nella vegetazione e distante dalla strada principale. Le persone del luogo vivono in case molto piccole e seguono un ritmo lento, senza preoccuparsi del domani. Del resto, in lingua malgascia, il futuro non esiste”, racconta.

La seconda, la scuola di Vohilava, è più grande e più vicina alla strada, e si trova nel villaggio principale della zona. Ma, anche qui, come a Saint-Joseph, i bambini non avevano mai ricevuto un’educazione musicale prima di incontrare Clotilde.

“È stato sorprendente, ho insegnato le note associandole ai gesti, e per loro è diventata una canzone che non smettevano di ripetere!”, racconta. Dopo una lezione di ritmo e body percussions, i bambini hanno imparato ad intonare alcuni canti del repertorio africano, a cui poi si sono aggiunti i brani più complessi. Nessuno, a parte alcune maestre, parlava francese, così perfino chiedere ai bambini di disporsi su tre file era un’impresa. Ma tra gesti, sorrisi, e le poche parole necessarie, il concerto è andato in porto. E per i bambini è stata una grande gioia.

“Quando, finite le prove, camminavo per le strade del villaggio e li sentivo cantare, mi faceva un certo effetto”, racconta Clotilde con orgoglio.

I dubbi, d’altro canto, non sono mancati. “C’è stato un momento in cui, arrivando nelle scuole, mi sono chiesta cosa stessi facendo e perché fossi lì”, racconta. “Mi sono detta: questi bambini mangiano una volta al giorno, non hanno quasi acqua da bere, e io vengo ad insegnargli a cantare ‘Kumbaya, my Lord’? Non ha senso”.

Il Madagascar è il quinto paese più povero al mondo, e, sebbene l’isola di Sainte-Marie sia dotata di risorse proprie che permettono la sussistenza degli abitanti, come le colture di riso e manioca, la gente del luogo vive con molto poco. A cosa può servire, dunque, la musica?

“Io credo nelle virtù sociali e mediche della pratica musicale”, sostiene Clotilde “Ho insegnato ai bambini il valore del fare qualcosa insieme, del creare bellezza. E poi la musica è importante per il corpo, perché abitua a tenerlo in esercizio, e anche per il cervello, perché sviluppa la creatività e influisce positivamente sulla crescita”.

L’esperienza è andata oltre il cantare insieme, perché i bambini della scuola dell’entroterra non avevano mai visto il mare: per loro, il giorno del concerto, realizzato a due passi dalla spiaggia, è stato il giorno di una scoperta sensazionale.

“In Africa, poi, non è semplice mettere insieme persone appartenenti a tribù diverse”, spiega Clotilde, “ma nella mia ingenuità ci ho provato, e alla fine l’esperimento è riuscito”.

E adesso?

“Adesso non vedo l’ora di tornare in Madagascar”, dice Clotilde con lo sguardo sognante. “Ma la cosa più importante è capire come dare continuità al progetto e soprattutto come far sì che diventi il loro progetto”.

Tra le idee della musicista c’è quella di formare alcuni insegnanti sul posto perché possano portare avanti l’educazione musicale dei bambini, e allo stesso tempo ripetere l’esperienza del workshop di una settimana ogni anno, magari affiancando alla musica anche lezioni di sport e di lingua francese.

Nel frattempo, si sa, chi parte per un viaggio come questo non torna più uguale a prima.

Clotilde Gaborit

“Davanti alla povertà che ho visto lì, inizialmente ho provato molta rabbia al pensiero che il mondo non faccia nulla per cambiare le cose”, racconta. “Poi ho fatto pace con l’idea che personalmente non posso fare molto per il Madagascar, a parte andarci una volta all’anno, ma che, invece, posso fare tanto qui, dove vivo e lavoro ogni giorno”.

Tra le lezioni che Clotilde ha iniziato a mettere in pratica una volta tornata a casa, c’è la dolcezza: la serenità che ha respirato in terra malgascia l’ha convinta a non alzare più la voce con i suoi studenti francesi e a decidere di dar loro tutte le chances che meritano. Vuole educarli ad avere una coscienza ecologica, quella che purtroppo ancora manca in Madagascar, e ad avere rispetto gli uni verso gli altri, proprio come ha visto fare ai loro coetanei africani. Perché il mondo lo si cambia a partire dal proprio quotidiano, a cominciare dalle piccole cose.

Di Emanuela Cavaleri

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