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Riscoprire l’”anima meticcia” del mondo: l’esperienza dell’Orchestra Multietnica di Arezzo

di Emanuela Cavaleri.

Di fronte ai conflitti e alla diffidenza, cercare una convivenza fondata sul diritto di tutti all’esistenza, alla creatività e alla vita: è la missione dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Attiva da undici anni e formata da trentacinque musicisti di dodici paesi, Italia compresa, propone al pubblico un percorso di pace e di amore per le proprie radici attraverso la scoperta delle sonorità tipiche del Mediterraneo e di alcune regioni dell’Asia. Abbiamo intervistato Luca Baldini, musicista, arrangiatore e presidente dell’Orchestra.

Come nasce l’Orchestra Multietnica di Arezzo?

Tutto ha avuto inizio con un corso organizzato nel 2007 dai musicisti Jamal Oussini, marocchino, ed Enrico Fink, ebreo italiano (e attuale direttore), per approfondire le strutture di base che accomunano le musiche tradizionali delle diverse regioni del Mediterraneo. Da quella prima esperienza è scaturito il progetto di dar vita ad un’orchestra multietnica con un repertorio basato sulla contaminazione, per promuovere un messaggio di pace e di incontro fra i popoli. L’orchestra è formata da un nucleo stabile di musicisti di professione e da persone che nel loro paese suonavano, ma che qui lavorano in altri campi, e da noi ritrovano l’entusiasmo e la voglia di vivere meglio attraverso la musica e la conoscenza degli altri.

Come vi ha cambiati l’orchestra? Cosa avete capito in questi anni come persone e come musicisti?

Ogni volta che lavoriamo a una canzone, ci rendiamo conto del fatto che le tradizioni culturali superano i confini dei singoli stati. Nel nostro primo disco c’è un brano dal titolo “Animameticcia”, ispirato ad un pezzo di musica ebraica. Quando lo abbiamo provato per la prima volta, il nostro cantante libanese ci ha detto, “Questo pezzo viene usato anche da noi, fa così”, e lo ha cantato in arabo. Lo stesso ha fatto, nella sua lingua, la nostra cantante bengalese. Un pezzo che crediamo derivi dalla nostra tradizione nazionale è in realtà patrimonio del mondo, perché è stato tramandato da persone che, viaggiando, hanno scritto nel cuore degli altri la loro esperienza. Tutti i popoli hanno conosciuto e conoscono l’immigrazione. Ciascuno di noi può dare qualcosa all’altro, e questo qualcosa può addirittura diventare tradizione di un altro popolo. Suonare in orchestra, quindi, ha rafforzato in noi una convinzione che già avevamo: che l’umanità è una, che esiste solo una razza, la razza umana.

La cosa incredibile, poi, è che in orchestra non ci sono conflitti fra religioni, sebbene ne siano rappresentate almeno quattro o cinque diverse. Per noi è un piccolo miracolo riuscire a trasmettere l’idea che un brano ebraico appartiene anche alla tradizione araba. Chiaramente non cambiamo il mondo, ma cambiamo la nostra esperienza quotidiana.

E magari, alla fine della permanenza ad Arezzo, qualcuno che viene dal Bangladesh porta via con sé un pezzo di Romania…

Sì, chi va via porta con sé l’esperienza fatta qui. Una ragazza bengalese, che è stata con noi per cinque anni, oggi è responsabile di una grande radio per la comunità bengalese di Londra, e spesso usa quel canale per parlare della sua esperienza con noi e trasmettere un messaggio di pace e dialogo. A volte, poi, il nostro lavoro aiuta anche gli altri stranieri che vivono in Italia a sentirsi riconosciuti. Un giorno un nostro musicista ha parlato dell’orchestra ad un muratore albanese che gli stava ristrutturando casa, dicendogli che anche da noi c’è una sua connazionale, la cantante Eli Belaj. In gioventù, in Albania, Eli era un mito del pop, e infatti, con grande sorpresa del mio collega, il muratore ha aperto il portafogli e ha tirato fuori una foto di Eli a vent’anni! Sono piccole cose, ma ti fanno capire che, con il tuo lavoro, puoi regalare un momento di entusiasmo a qualcuno semplicemente dando dignità a quello che è stato il suo passato in un altro paese. Facendolo sentire visto, che è già una cosa importante.

Suonate musica scritta da voi?

Il nostro repertorio nasce grazie al contributo di ciascun musicista. Facciamo sempre proporre ai nostri colleghi dei pezzi tradizionali dei paesi da cui provengono, e poi li riarrangiamo per orchestra. Qualche volta uniamo melodie provenienti da più paesi, oppure, quando suoniamo con un ospite, come di recente con Dario Brunori, prendiamo un suo pezzo e lo mischiamo con la nostra musica per poi farlo ritornare suo, con un sapore un po’ diverso.

E il pubblico come reagisce al messaggio che proponete?

Sempre molto bene, perché c’è molto entusiasmo, allegria e voglia di condividere quest’esperienza con noi. Perché la cosa più importante in ciò che facciamo, per noi, non è essere musicalmente perfetti (non essendo tutti professionisti, quello passa in secondo piano), ma è l’impatto che la nostra musica ha sul pubblico, l’emozione suscitata dall’unione tra le varie culture presenti sul palco.

Il vostro è un messaggio che oggi, specialmente in Italia e in Europa, abbiamo bisogno di ascoltare. Cosa pensate di ciò che si sta vivendo in questo periodo, della paura dilagante dell’altro che caratterizza ormai anche il discorso politico?

Siamo molto preoccupati della retorica populista del governo. Dicono cose che potrebbe tranquillamente dire il calzolaio perché gli hanno rotto la vetrina o quello a cui hanno rubato l’autoradio. Il progetto di chiudere le frontiere, oggi, non serve: è solo un espediente per ottenere voti. La paura dobbiamo averla di noi stessi, di quei momenti in cui ci prende la rabbia e pensiamo “se ne stavano a casa loro”. Capita a tutti, ed è quello il vero, grande pericolo. Quando ci rendiamo conto che dev’essere quell’atteggiamento a farci paura, allora capiamo che non c’è davvero da aver paura dell’altro. Perché l’altro, se lo fai sentire accolto, può anzi aiutarti a portare avanti una società giusta, una società che, non dimentichiamolo, è comunque destinata a diventare sempre più multietnica. La paura genera diffidenza. L’accoglienza, invece, genera fiducia.

È ciò che cercate di trasmettere anche ai ragazzi, nelle scuole…

Sì, con le nostre lezioni-concerto nelle scuole vogliamo sensibilizzare i ragazzi alla ricchezza delle culture, suscitare una nuova attenzione verso il compagno di classe con un colore della pelle diverso che però è uguale agli altri. A volte ci è capitato anche di far conoscere ai compagni il vero nome di uno studente bengalese che si faceva chiamare con un nome italiano: ecco, nel nostro piccolo cerchiamo di fare soprattutto questo, conoscerci e far conoscere i ragazzi tra loro. La musica, per sua natura, dovrebbe essere un canale privilegiato per questo scopo, ma ultimamente i giovani sono poco attenti perfino in quest’ambito. Perciò, per prima cosa, cerchiamo di ascoltarli, di capire cosa piace a loro e perché. E poi facciamo capire loro che, se riescono ad essere più attenti, non solo alla musica, ma anche all’altro, possono vivere meglio. Le persone, oggi, hanno meno sensibilità musicale perché non hanno voglia di pensare, vogliono solo sentirsi dire quello che già sanno. Il ruolo del musicista, invece, è quello di far conoscere qualcosa di nuovo, di far scoprire l’ignoto. Ma, affinché ciò sia possibile, bisogna che tutti impariamo nuovamente ad ascoltare, ad aprirci e a metterci in discussione.

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