{"id":70105,"date":"2018-09-17T13:35:47","date_gmt":"2018-09-17T11:35:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/economy-work\/a-rebibbia-un-ponte-tra-dentro-e-fuori\/"},"modified":"2018-09-17T13:35:47","modified_gmt":"2018-09-17T11:35:47","slug":"a-rebibbia-un-ponte-tra-dentro-e-fuori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/it\/economia-e-lavoro\/a-rebibbia-un-ponte-tra-dentro-e-fuori\/","title":{"rendered":"A Rebibbia, un ponte tra dentro e fuori"},"content":{"rendered":"<p><strong>Secondo la Costituzione italiana, scopo della detenzione in carcere \u00e8 la rieducazione del condannato<\/strong>: al detenuto devono essere offerte\u00a0 opportunit\u00e0 di reinserimento nella societ\u00e0 e, allo stesso tempo, percorsi che permettano di responsabilizzarlo e spingerlo ad un comportamento socialmente corretto.<\/p>\n<p>Nei fatti, per\u00f2, ci\u00f2 non sempre accade: \u201cIn Italia ci sono poche risorse, pochi educatori. Occorrerebbe creare programmi diversificati, adatti ai casi specifici, incrementando il lavoro e la formazione in carcere. Altrimenti, quando escono, queste persone non hanno imparato nulla\u201d, spiega Caterina, venticinque anni, tirocinante alla Procura di Roma.<\/p>\n<p>Dove non arriva lo Stato, per\u00f2, arriva il lavoro di molti semplici cittadini che decidono di spendere le proprie energie per mostrare un\u2019alternativa ai detenuti o semplicemente per \u201cvivere accanto a loro\u201d. Tra questi c\u2019\u00e8 anche un gruppo di <a href=\"http:\/\/y4uw.org\/it\/\">Giovani per un Mondo Unito<\/a> di Roma, di cui fa parte Caterina.<\/p>\n<p><strong>Nel 2014, spinti dal desiderio di spendersi in concreto per la legalit\u00e0<\/strong>, Caterina e i suoi amici hanno saputo che una loro conoscente, Patrizia, era entrata in contatto con un comitato di padri detenuti del carcere di Rebibbia impegnato a consentire ai bambini di avere qualcosa di pi\u00f9 di un freddo incontro con i pap\u00e0 negli stanzoni dei colloqui.<\/p>\n<p>\u201c<strong>Patrizia sapeva della nostra esperienza di campus estivi con i bambini della periferia di Siracusa<\/strong>, e ci ha chiamati per chiederci di realizzare dei laboratori e giochi con i bambini per festeggiare il Natale\u201d, racconta. Caterina \u00e8 rimasta subito entusiasta: in quella proposta ha sentito l\u2019eco del suo amore per la giustizia, ma anche e soprattutto del suo amore per le persone e per le loro storie.<\/p>\n<p>A quel primo appuntamento i giovani si sono presentati in quaranta, e, all\u2019ingresso del carcere, <strong>la guardia penitenziaria ha chiesto loro di \u201clasciare tutto prima di entrare<\/strong>\u201d: si riferiva agli oggetti personali, ma per Caterina \u00e8 stato un invito a lasciarsi alle spalle tutti i pregiudizi. Nel cortile interno, hanno allestito alcuni stand dove i circa cento detenuti hanno potuto incontrare le proprie mogli e giocare con i propri figli. <strong>A fine giornata, era difficile dire se i pi\u00f9 felici fossero i bambini o i pap\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p>\u201cIl momento pi\u00f9 forte \u00e8 stato quello della chiamata per i detenuti, che uno ad uno hanno dovuto separarsi dalle famiglie per rientrare nelle celle\u201d, dice Caterina. \u201cRingraziandoci, uno di loro mi ha detto: <strong>\u2018Tieniti stretta la tua libert\u00e0\u2019<\/strong>. Le educatrici e la direttrice ci hanno poi scritto, commosse, dicendo che mai un gruppo dall\u2019esterno era riuscito a entrare cos\u00ec in sintonia con i detenuti e le loro famiglie\u201d.<\/p>\n<p><strong>Quella festa, per Caterina e gli altri, \u00e8 stata il primo passo verso la costruzione di un rapporto vero e profondo con i detenuti.<\/strong> L\u2019esperienza con i bambini si \u00e8 ripetuta negli anni in occasione della festa del pap\u00e0 e dell\u2019inizio dell\u2019estate. Ad un certo punto, poi, \u00e8 arrivata la richiesta da parte di un piccolo gruppo di detenuti di affrontare, attraverso il dialogo con esperti, temi a loro vicini come la legalit\u00e0, il disagio psicologico e l\u2019interculturalit\u00e0.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, <strong>a marzo scorso, ha varcato la soglia del carcere uno psicologo dell\u2019et\u00e0 evolutiva<\/strong>, che ha dato consigli ai pap\u00e0 su come vivere il colloquio con i propri figli.<\/p>\n<p>\u201cHa spiegato loro che \u00e8 importante trasmettere il proprio amore ai bambini senza per\u00f2 mai mentire sulla propria condizione\u201d, ricorda Caterina. Insieme ad un altro psicologo, poi, <strong>venti detenuti hanno approfondito il tema della depressione<\/strong>, ma in un\u2019ottica di speranza, che pu\u00f2 esserci anche per chi ha davanti a s\u00e9 una pena molto lunga. Colpisce ci\u00f2 che lo psicologo, dopo aver risposto alle domande dei detenuti, ha confidato ai giovani: \u201cIn realt\u00e0, non c\u2019\u00e8 nulla di troppo diverso rispetto alla situazione di una persona che sta fuori, il punto \u00e8 capire come affrontarla, e per loro \u00e8 ancora pi\u00f9 difficile perch\u00e9 non hanno un contatto con l\u2019esterno\u201d, ha detto.<\/p>\n<p>Immaginando l\u2019esperienza di un detenuto, lo scrittore Sandro Bonvissuto ha definito il muro \u201cil pi\u00f9 spaventoso strumento di violenza esistente\u201d, che non si \u00e8 mai evoluto, perch\u00e9 gi\u00e0 perfetto nella sua atrocit\u00e0. \u201cTutti i giorni, all\u2019ora d\u2019aria, puoi arrivare a toccarlo col naso per guardarlo cos\u00ec da vicino da non vederlo pi\u00f9\u201d, scrive. \u201c<strong>Il muro non \u00e8 fatto per agire sul tuo corpo (\u2026). Non \u00e8 una cosa che fa male, \u00e8 un\u2019idea che fa male<\/strong>\u201d.<\/p>\n<p>Pur credendo fermamente alla necessit\u00e0 della pena, Caterina e gli altri vogliono creare un varco in quel muro, costruire un ponte fra dentro e fuori che permetta ai detenuti di non sentirsi schiacciati dal proprio isolamento e dia loro la speranza di un futuro in cui avranno un posto nuovo nella societ\u00e0.<\/p>\n<p>\u201cAlcuni detenuti ci hanno raccontato di come a forza di stare in cella la vista si abbassa\u201d, racconta ancora Caterina. \u201cChi \u00e8 uscito per beneficiare di permessi premio ha raccontato che faceva fatica a guardare lontano, che non era pi\u00f9 abituato a guardare l\u2019orizzonte\u201d.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 forte il contrasto tra questa immagine e quella di un detenuto che si \u00e8 detto felice da quando, in carcere, ha potuto investire i suoi talenti in qualcosa di legale come le attivit\u00e0 per i bambini<\/strong>. Pur non avendo figli e lavorando gratuitamente per gli altri detenuti, si sente pieno e soddisfatto.<\/p>\n<p>Nella sua vita di prima, ha detto, aveva sempre investito le sue capacit\u00e0 nell\u2019illegalit\u00e0 e ne aveva tratto profitto, adesso, invece, ha scoperto il valore dello spendersi per gli altri. Ha iniziato a intravedere un orizzonte nuovo.<\/p>\n<p>\u201c<strong>Con la nostra presenza, cerchiamo di trasmettere loro valori e stili di vita che, per i pi\u00f9 svariati motivi, non hanno conosciuto<\/strong>\u201d, dice Caterina. \u00c8 questo l\u2019aspetto rieducativo, il passaggio successivo alla funzione punitiva del carcere. Secondo Caterina, \u00e8 un compito a cui dovrebbe sentirsi chiamata l\u2019intera societ\u00e0, e non solo chi ha direttamente a che fare con quel mondo: \u201c<strong>A volte tutti noi, da fuori, costruiamo degli ostacoli: pensiamo ai datori di lavoro che si rifiutano di assumere gli ex detenuti<\/strong>\u201d. C\u2019\u00e8 ancora molta strada da fare, ma i giovani di Roma, nel loro piccolo, ci credono e continuano a fare la loro parte. \u201cSpesso penso ai detenuti che, salutandoci, un giorno, ci hanno detto che non vedono l\u2019ora di uscire sapendo che fuori ci sono persone come noi, persone che non li allontanano per via dei loro errori passati\u201d, racconta Caterina, \u201ce allora mi dico che ne \u00e8 valsa la pena, che stiamo davvero costruendo un ponte, e che spesso le perle preziose sono nascoste in fondo agli abissi\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Secondo la Costituzione italiana, scopo della detenzione in carcere \u00e8 la rieducazione del condannato: al detenuto devono essere offerte\u00a0 opportunit\u00e0 di reinserimento nella societ\u00e0 e, allo stesso tempo, percorsi che permettano di responsabilizzarlo e spingerlo ad un comportamento socialmente corretto. 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