{"id":70135,"date":"2018-11-07T16:50:53","date_gmt":"2018-11-07T15:50:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/economy-work\/mal-di-congo\/"},"modified":"2025-11-26T15:25:32","modified_gmt":"2025-11-26T14:25:32","slug":"mal-di-congo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/it\/economia-e-lavoro\/mal-di-congo\/","title":{"rendered":"Mal di Congo"},"content":{"rendered":"<p><em>Pubblichiamo l&#8217;esperienza di Sara, una giovane logopedista italiana che, appena laureata, \u00e8 partita per il Congo, dove ha lavorato in un centro specializzato per bambini sordi. <\/em><em>Era andata per dare e invece&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Ho lavorato tutta un\u2019estate per realizzare il mio sogno: trascorrere un mese in Congo, nella citt\u00e0 di Boma, presso un centro specializzato per bambini sordi che si chiama \u201c<strong>Istituto Florentia<\/strong>\u201d. Mi sono laureata in logopedia all\u2019universit\u00e0 di Firenze, solo una settimana prima di partire.<\/p>\n<p>Il centro, con le aule, gli ambulatori, i laboratori, era stato realizzato dal mio professore, attraverso l\u2019associazione \u201c<a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/lasorditanonhacolore.it\/\"><strong>La sordit\u00e0 non ha colore<\/strong><\/a>\u201d, per migliorare le condizioni di vita dei bambini sordi di quelle zone. Lui mi aveva scoraggiato dall\u2019andare: \u00abSara, tu vai, se te la senti\u2026\u00bb mi aveva detto \u00abma io non posso assicurarti che riuscirai a fare qualcosa!\u00bb.<\/p>\n<p>Insomma, sono partita proprio perch\u00e9 ci volevo andare, a mie spese, contro\u00a0 le continue notizie dei tg che sconsigliavano di partire.<\/p>\n<p>Sono atterrata con un\u2019idea dell\u2019Africa molto romantica: la savana, i piccoli villaggi\u2026 Non sono una sprovveduta, immaginavo anche la povert\u00e0. Ma <strong>Kinshasa<\/strong>, la capitale del Congo, \u00e8 una metropoli, anzi <strong>una baraccopoli sconfinata<\/strong>, pi\u00f9 simile ad una favela: case fatte di lamiere, container, legno. Una distesa enorme di tutto questo. Poi, ti appaiono le case dei ricchi, le super ville. Il contrasto. La temperatura che raggiunge i 42\u00b0 e l\u2019aria satura d\u2019umidit\u00e0.<\/p>\n<p>Dopo pochi giorni nella capitale, <strong>ho raggiunto Boma a bordo di una jeep<\/strong>, accompagnata da Mons. Jean Basile, il responsabile dell\u2019Istituto Florentia: dieci ore di viaggio per fare 300 chilometri! \u00a0Con lui, c\u2019eravamo sentiti molto spesso nei mesi precedenti, per programmare il viaggio e il lavoro che avrei svolto al centro.<\/p>\n<p><strong>A Boma, sono novantacinque i bambini e i ragazzi sordi<\/strong>. Solo il 3% di questi \u00e8 nato sordo, gli altri lo sono diventati per semplici infiammazioni, timpani perforati e trascurati, meningiti, dosi sbagliate dei farmaci, come il chinino per la malaria, che l\u00ec danno in dosi assurde.<\/p>\n<p>Il centro si trovava nella zona pi\u00f9 povera di Boma. Io vivevo con le suore, in una casa pressoch\u00e9 normale. Avevo una stanza semplice, senza corrente e acqua. Il bagno era un buco, l\u2019acqua che usavamo per lavarci era quella piovana. Ho ricevuto una bellissima accoglienza, mi hanno presentato tutti gli insegnanti e i responsabili del centro medicale: tutti congolesi, <strong>io ero l\u2019unica <em>mundele<\/em><\/strong>, l\u2019unica bianca della citt\u00e0.<\/p>\n<p>Vivendo con loro, ho scoperto che i novantacinque bimbi del centro seguivano un programma normale a scuola ma tutto nella lingua dei segni, senza alcun tentativo di integrarli, insegnando loro a parlare. Ho scoperto che <strong>i sordi, nella cultura locale, sono considerati \u201cspazzatura\u201d<\/strong>, roba da buttare via, come tutte le persone con disabilit\u00e0, perch\u00e9 sono un peso per la famiglia, semplicemente perch\u00e9 non produttive. Per alcuni, sono ancora i figli del diavolo, per cui vanno emarginati.<\/p>\n<p>Una parte del mio lavoro si svolgeva nell\u2019ambulatorio dell\u2019otorino. L\u00ec, abbiamo fatto gli esami audiometrici, abbiamo messo le protesi inviateci dal mio professore e abbiamo fatto formazione a quei pochi genitori disponibili a superare lo stigma. Ogni giorno, <strong>nelle classi svolgevamo un\u2019ora di articolazione e logocromia<\/strong>, ponendo l\u2019attenzione sulla consapevolezza della voce. Siamo partiti con le vocali e, alla fine del mese, tutti i bambini riuscivano a pronunciare il loro nome e a dire: \u201cBonjour\u201d, \u201cMerci\u201d, \u201cComment \u00e7a va?\u201d. Sono stati la mia gioia!<\/p>\n<p>Il lavoro terminava alle 14.30 e dopo ero libera. I primi giorni mi obbligavano a stare in convento, per la mia sicurezza, poi mi sono ribellata, cos\u00ec ho cominciato ad esplorare il quartiere.<\/p>\n<p>Fuori dal centro, ho scoperto che le famiglie vivevano in capanne arrangiate e mangiavano a turni. Ogni giorno la mamma decideva a quali figli dare il cibo: oggi a due, domani agli altri, e cos\u00ec via. Ho imparato che i bimbi l\u00ec, muoiono come mosche, anche solo per un raffreddore non curato. E in quello scorrazzare, mi \u00e8 cominciata a salire una rabbia per quello che vedevo, per l\u2019ingiustizia, per quella mentalit\u00e0 passiva che delega tutto a Dio e fa dire: \u201cse Dio vorr\u00e0 stasera manger\u00f2\u201d, \u201cse Dio vorr\u00e0 il mio bambino sopravvivr\u00e0 alla malattia\u201d. In Congo, ho visto uno stato assente, qualsiasi diritto negato, ho dubitato del Dio in cui ho sempre creduto.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-large wp-image-8140\" src=\"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2018-05-21-at-20.12.09-768x1024.jpeg\" alt=\"\" width=\"768\" height=\"1024\" \/><\/p>\n<p>Dopo un mese, era giunto il tempo di ripartire. Cos\u00ec, ho prelevato tutti i soldi che avevo sul conto e ho comprato 50 chilogrammi di riso, 50 di fagioli, vari caschi di banane da distribuire a tutte le famiglie dei poveri del quartiere. Ad un certo punto, mentre terminavamo la distribuzione, <strong>ho sentito piangere fortissimo e ho trovato una mamma con il corpicino di una bambina in braccio, bianca tanto stava male<\/strong>, gli occhi ribaltati. La figlia era stata curata in ospedale ma le avevano dato dei farmaci che non avevano funzionato. Non avendo pi\u00f9 soldi per altri medicinali, era tornata a casa, ad aspettare che la bambina le spirasse tra le braccia. Non c\u2019ho visto pi\u00f9!\u00a0 L\u2019ho presa e l\u2019ho portata in ospedale. Ma non avevo un soldo, non sapevo come fare per pagare\u2026 Ad un certo punto, trovo nella mia borsa una banconota da venti euro. Non sapevo se sarebbero bastati, speravo facessero almeno da garanzia. Alla fine, il totale delle cure mi \u00e8 costato precisamente <strong>19 euro e cinquanta centesimi<\/strong>. <strong>Per questa cifra, oggi Mercis \u00e8 viva<\/strong>. Quando la sua mamma mi ha rincontrato, mi ha detto:\u00abVedi, ho pregato tanto perch\u00e9 tu arrivassi!\u00bb. Che, magari, \u00e8 anche vero. Dio si serve di noi.<\/p>\n<p>\u00c8 cos\u00ec che, in Congo, ho sperimentato anche un amore fortissimo, potentissimo, deflagrante, capace di renderti felice, come mai prima, grazie ai bambini.<\/p>\n<p>Un pomeriggio, mentre rientravo da lavoro, faceva cos\u00ec caldo che stavo quasi per svenire. Per strada, mi si \u00e8 avvicinata una bambina scalza, nuda, con una banana in mano. Me l\u2019ha offerta, perch\u00e9 la mangiassi. Probabilmente, era il suo unico pasto del giorno, per\u00f2 l\u2019ha donato a me. Mi sono sentita amata! Un amore travolgente, coinvolgente, che ti lascia il desiderio di riprovarlo subito\u2026<\/p>\n<p>Mama Eve, che lavora alla scuola dell\u2019Istituto Florentia e ospita a casa cinque ragazzi sordi abbandonati, quando le ho raccontato quello che ho vissuto mi ha detto: \u00ab<strong>Vedi, quello che tu senti, \u00e8 l\u2019amore, \u00e8 Dio<\/strong>, quello che tanto cercavi\u00bb.<\/p>\n<p>Dicono che l\u2019Africa ti cambia, io dico che ti attraversa, ti sconvolge, ti distrugge e ti riempie d\u2019amore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pubblichiamo l&#8217;esperienza di Sara, una giovane logopedista italiana che, appena laureata, \u00e8 partita per il Congo, dove ha lavorato in un centro specializzato per bambini sordi. 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