{"id":70189,"date":"2019-01-24T07:46:15","date_gmt":"2019-01-24T06:46:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/economy-work\/dalla-bosnia-ad-haiti-per-raccontare-gli-ultimi\/"},"modified":"2019-01-24T07:46:15","modified_gmt":"2019-01-24T06:46:15","slug":"dalla-bosnia-ad-haiti-per-raccontare-gli-ultimi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/it\/economia-e-lavoro\/dalla-bosnia-ad-haiti-per-raccontare-gli-ultimi\/","title":{"rendered":"Dalla Bosnia ad Haiti, per raccontare gli ultimi"},"content":{"rendered":"<p><em>Marta Carino \u00e8 una giovane filmaker italiana che, telecamera alla mano, con il collega Luca Bonaventura, ha trovato la sua strada per costruire un mondo pi\u00f9 unito: raccontare le storie degli ultimi, quelle dimenticate, che nessuno vuole guardare.<\/em><\/p>\n<p>Ho raggiunto <strong>Marta Carino<\/strong>, 26 anni, filmaker, al telefono, in una tarda serata di dicembre.<\/p>\n<p>Da una parte ci sono io, seduta davanti al computer, nella mia comoda, calda, casa accogliente di una citt\u00e0 della provincia toscana; dall\u2019altra c\u2019\u00e8 lei, a diversi gradi sotto zero, nel giardino dell\u2019appartamento in cui \u00e8 ospitata, nella citt\u00e0 di <strong>Velika Kladusa, in Bosnia<\/strong>, a meno di 5 chilometri dal confine con la Croazia.<\/p>\n<p>\u00abSiamo arrivati con l\u2019intenzione di indagare sullo spostamento della rotta balcanica dei migranti, che ha deviato qui in Bosnia,\u00bb mi spiega \u00abfaccio parte di un collettivo: siamo due filmaker, io e <strong>Luca Bonaventura<\/strong>, e poi, due giornalisti. Con Luca abbiamo studiato insieme all\u2019universit\u00e0, la <a href=\"https:\/\/www.unirufa.it\/\"><strong>Rome University of Fine Arts<\/strong><\/a>\u00bb.<\/p>\n<p>In particolare, il loro progetto era quello di raccontare il lavoro di un\u2019associazione di volontari indipendenti della zona, che si chiama <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/SOSTeamKladusa\/\"><strong>SOS Team Kladusa<\/strong><\/a>, che assiste i migranti in viaggio, sopperendo ai loro bisogni essenziali.<\/p>\n<p>\u00abQui, a Velika, fino a poco tempo fa, si erano accalcati tanti giovani migranti: algerini, afghani, pachistani, siriani, iracheni\u2026 vivevano in campi informali, il pi\u00f9 famoso dei quali \u00e8 chiamato, per motivi che puoi immaginare, \u201c<strong>la palude<\/strong>\u201d. Da qui, questi ragazzi provavano ad attraversare la foresta e a raggiungere il confine con la Croazia. Un viaggio che pu\u00f2 durare anche otto giorni, e che qui chiamano \u201c<strong>the Game<\/strong>\u201d, il gioco, il cui scopo, nel buio e nel silenzio, \u00e8 di evitare di farsi prendere e respingere dalla polizia croata ed entrare in Europa\u00bb. \u00a0Marta mi racconta che<strong> la violenza \u00e8 tanta e si vede sulla pelle dei giovani che ritornano \u201csconfitti\u201d dal gioco<\/strong>: ferite, segni di percosse, tumefazioni\u2026 \u00c8 a questo punto che entrano in scena i volontari di SOS Team Kladusa, che offrono il primo soccorso, curano le loro ferite, li aiutano a rimettersi in forze, ascoltano.<\/p>\n<p>\u00abQuando siamo arrivati eravamo molto confusi,\u00bb confida Marta \u00ab<strong>ci \u00e8 arrivata questa ondata di realt\u00e0 gelida, disumana<\/strong>. Il punto di vista pi\u00f9 forte ci \u00e8 sembrato quello di questo piccolo gruppo di volontari che rimane qui e resiste, che lotta per questi migranti come supereroi ma che non vogliono essere considerati tali. L\u2019associazione \u00e8 stata fondata da Pixi, che \u00e8 bosniaco, insieme alla sua fidanzata, Petra. Poi, c\u2019\u00e8 Den, tedesco, un ragazzo di 23 anni. Vivono questa realt\u00e0 facendosi forza. Ci ha affascinato la loro complessit\u00e0 psicologica, la tenerezza, la forza, delle volte anche la violenza, la loro perseveranza\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Mentre Marta racconta, immagino il \u201cgelo\u201d di cui parla<\/strong>, le sensazioni dilatate, i sentimenti estremi che sta vivendo e, su tutto, sorge una domanda: perch\u00e9?<\/p>\n<p>\u00abCon Luca, ci siamo resi conto che volevamo spenderci, spendere i nostri talenti, per fare un servizio che fosse in linea con i nostri ideali personali. Nel caso di Luca, non c\u2019\u00e8 una credenza religiosa, la sua scelta \u00e8 quella di empatizzare con l\u2019essere umano. Questo abbiamo in comune, <strong>l\u2019essere umano: vogliamo raccontarlo, mettendoci al servizio di quelle realt\u00e0 che non vengono mai raccontate.<\/strong> Dopo quella scelta, \u00e8 arrivata la proposta di questo documentario in Bosnia e poi, Haiti\u2026 \u00bb.<\/p>\n<p>Ecco, <strong>parliamo di Haiti<\/strong>. Perch\u00e9 Marta e Luca, dopo la Bosnia, andranno nell\u2019isola caraibica che \u00e8 anche il paese pi\u00f9 povero delle Americhe.<\/p>\n<p>\u00ab<strong>\u00c8 stata una proposta di Fernando Muraca<\/strong>, regista pi\u00f9 \u201canziano\u201d di noi e di maggiore esperienza, che ci ha proposto di condividere la regia di un film documentario dedicato alla \u201c<a href=\"http:\/\/www.missionebelem.com\/site\/\"><strong>Missione Belem<\/strong><\/a>\u201d di Haiti, che servir\u00e0 ad aiutarli a mettere in piedi una raccolta fondi (servono circa un milione di dollari) per realizzare un ospedale, recuperando spazi di oceano per l\u2019isola\u00bb spiega Marta.<\/p>\n<p>Nata nel 2000 in Brasile, nella citt\u00e0 di San Paolo, l\u2019esperienza della missione Belem \u00e8 giunta ad Haiti nel 2010, dove lavora per salvare il popolo di <strong>una favela sorta sopra una discarica di spazzatura<\/strong>, dove i bambini muoiono a migliaia per le infezioni. Dopo soli 5 anni, i missionari sono riusciti a costruire, con milioni di tonnellate di macerie recuperate dal terremoto, le scuole di ogni ordine e grado.<\/p>\n<p>\u00ab<strong>Abbiamo et\u00e0, provenienza e esperienza diverse ma quello che ci accomuna \u00e8 la passione per la regia e il desiderio di raccontare i pi\u00f9 dimenticati<\/strong>, quelli ai confini del mondo, che non vede e non sente nessuno. Noi vogliamo raccontare il loro grido di dolore che va oltre ogni barriera umana. Nessuno vuole vedere questo terrore. Noi s\u00ec, e lo metteremo in mostra, nel film documentario: \u201cPerch\u00e9 ti ho visto\u201d\u00bb.<\/p>\n<p>I tre registi, giorno per giorno, momento per momento, racconteranno anche la loro esperienza via Instagram, per diventare \u201cvirali\u201d e far partecipare pi\u00f9 persone possibili a questa storia di resurrezione.<\/p>\n<p>Se volete seguire le loro avventure, e il proseguo di questa storia su Instagram basta cliccare:\u00a0 \u201c<a href=\"https:\/\/www.instagram.com\/perchetihovisto\/\"><strong>Perch\u00e9 ti ho visto<\/strong><\/a>\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Marta Carino \u00e8 una giovane filmaker italiana che, telecamera alla mano, con il collega Luca Bonaventura, ha trovato la sua strada per costruire un mondo pi\u00f9 unito: raccontare le storie degli ultimi, quelle dimenticate, che nessuno vuole guardare. Ho raggiunto Marta Carino, 26 anni, filmaker, al telefono, in una tarda serata di dicembre. 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