{"id":71986,"date":"2021-03-16T16:49:49","date_gmt":"2021-03-16T15:49:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/economy-work\/balcani-e-migranti-la-rotta-da-cambiare\/"},"modified":"2025-11-26T15:47:19","modified_gmt":"2025-11-26T14:47:19","slug":"balcani-e-migranti-la-rotta-da-cambiare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/it\/economia-e-lavoro\/balcani-e-migranti-la-rotta-da-cambiare\/","title":{"rendered":"Balcani e migranti: la \u201crotta\u201d da cambiare"},"content":{"rendered":"<p><em>La definiscono \u201crotta balcanica\u201d: \u00e8 quella che percorrono migliaia di migranti e richiedenti asilo in condizioni disumane. Che posto ha la fraternit\u00e0 in un contesto come quello? Cosa ci insegna la storia di questi Paesi? Nicole Corritore, dell\u2019 \u201cOsservatorio Balcani e Caucaso<\/em>\u00a0<i>Transeuropa<\/i>&#8220;<em> ci aiuta a capire\u2026<\/em><\/p>\n<p>\u201cI migranti della rotta balcanica\u201d, cos\u00ec la chiamano: migliaia di persone che fuggono da situazioni di guerra, fame, violenza, il pi\u00f9 delle volte da morte certa, cercando un modo per entrare nell\u2019Unione Europea. Da alcuni mesi, i media occidentali parlano molto di quello che sta succedendo nel campo profughi di Lipa, al confine tra la Bosnia Erzegovina e la Croazia, dove tanti di loro stanno vivendo in condizioni al limite dell\u2019umano, vivendo all\u2019addiaccio, senza nessun tipo di copertura e protezione, al centro di una situazione geopolitica e diplomatica molto complessa.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-25500\" src=\"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/barbed-wire-1670222_1920-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"600\" height=\"400\" \/><\/p>\n<p>Nicole Corritore \u00e8 una giornalista, lavora da 20 anni presso <a href=\"https:\/\/www.balcanicaucaso.org\/\">l\u2019<strong>Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa<\/strong><\/a>, un centro studi nato nel 2000 \u2013 e dal 2004 anche testata online \u2013 alla fine della guerra in Kosovo, quando era emersa la necessit\u00e0 di un osservatorio in risposta al bisogno di informazione e dibattito espresso dalla societ\u00e0 civile impegnata per l&#8217;integrazione dei Balcani nell&#8217;Unione Europea. OBC Transeuropa, cos\u00ec come viene chiamato in sintesi, promuove la costruzione dell&#8217;Europa dal basso, sviluppando le relazioni transnazionali e sensibilizzando l&#8217;opinione pubblica su aree al cuore di numerose sfide europee. Fornisce analisi, informazioni e servizi gratuiti per associazioni, Ong, istituzioni politiche di vari Paesi, su diversi temi tra i quali ambiente, cooperazione diritti umani.<\/p>\n<p><strong>Nicole Corritore, cosa si intende per \u201crotta balcanica\u201d?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abBisogna fare un minimo di storia che ci aiuti a comprendere: l\u2019area dei Balcani infatti, per la posizione geografica che occupa, \u00e8 uno dei principali canali di ingresso via terra per i rifugiati, come dimostrato anche dai dati Eurostat pubblicati lo scorso anno. La maggior parte di loro sono afghani, siriani, iracheni, pakistani, che percorrono la \u201crotta\u201d perch\u00e9 provengono da Paesi nei quali ci sono pochissime possibilit\u00e0 di uscire per vie legali; i loro passaporti sono infatti molto deboli, \u00e8 difficile ottenere i visti anche nei casi in cui ci sarebbero tutti i diritti di uscire dal proprio Paese per situazioni di pericolo di vario genere. Pensiamo che queste persone vivono conflitti armati, conflitti sociali, persecuzioni, oppure situazioni in cui non possono assicurarsi una vita dignitosa. L\u2019unica via per loro \u00e8 salire verso l\u2019Europa, passando per la Turchia per poi continuare verso i Balcani che sono l\u00ec vicini, per arrivare nell\u2019Unione. Questo fenomeno migratorio quindi \u00e8 presente da anni, ma solo adesso se ne parla perch\u00e9 a Lipa si \u00e8 creata una situazione molto complessa\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Cerchiamo di raccontarla questa situazione, un passo alla volta\u2026<\/strong><\/p>\n<p>\u00abI migranti puntano a entrare in Europa dopo aver attraversato una serie di Paesi che non sono ancora entrati nell\u2019Unione e che, con le differenze del caso, presentano tutt\u2019oggi problematiche sociali e politiche, come la Macedonia del Nord, la Serbia, il Montenegro, Albania e Bosnia Erzegovina. Tra questi Paesi, forse il pi\u00f9 debole, e che ha una grande presenza di richiedenti asilo e di migranti, \u00e8 proprio la Bosnia.<\/p>\n<p>Qui la situazione \u00e8 particolarmente grave perch\u00e9 a distanza di 26 anni dalla fine del conflitto \u00e8 un Paese che si ritrova con una architettura politica complessa, ereditata dagli <a href=\"https:\/\/it.euronews.com\/2020\/11\/21\/25-anni-fa-gli-accordi-di-dayton-posero-fine-al-conflitto-in-bosnia-ma-la-regione-ribolle-\">accordi di Dayton<\/a> firmati nel Novembre 1995 che ne hanno decretato la divisione. Considerate solo che la Bosnia Erzegovina ha una presidenza tripartita, ha tre presidenti della Repubblica in rappresentanza dei tre popoli costituenti, ed \u00e8 diviso in due entit\u00e0: la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska. Quindi abbiamo un parlamento nazionale e altri due parlamenti a livello delle entit\u00e0. La Federazione a sua volta \u00e8 divisa in 10 cantoni, e poi c\u2019\u00e8 un territorio speciale, che \u00e8 il distretto di Br\u010dko. Tutte queste realt\u00e0 hanno delle autonomie di gestione dei territori, un contesto davvero complesso. In 26 anni, inoltre, il Paese non \u00e8 riuscito a sollevarsi dalle conseguenze del conflitto, con l\u201980% delle infrastrutture distrutte e quasi 100mila morti. Su una popolazione di 4.2 milioni di abitanti prima della guerra ha avuto ben 2milioni e 200 mila tra sfollati e rifugiati, e di questi la met\u00e0 non \u00e8 mai tornata nei propri territori di origine e nelle proprie case. Il processo di ricostruzione non solo strutturale ma anche sociale ed economico, \u00e8 stato molto difficile e non ha avuto i risultati che ci si aspettava\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Mi stai dicendo che l\u2019arrivo di altri profughi da altri Paesi ha solo aggravato una situazione di per s\u00e9 gi\u00e0 molto delicata?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abIl flusso di migranti \u00e8 aumentato nel 2018 in conseguenza soprattutto di due fattori. L\u2019accordo tra Unione Europea e Turchia firmato nel marzo del 2016, con il quale l\u2019UE ha chiesto ad Ankara, in cambio di fondi per l\u2019accoglienza dei rifugiati in Turchia, di controllare il suo confine con la Grecia, il primo Paese dell\u2019Unione che i migranti trovano lungo il loro viaggio. In seguito, sono aumentati i reticolati di filo spinato o veri propri muri ai vari confini con i paesi dell\u2019Unione come Bulgaria,\u00a0\u00a0 Romania e Austria, che hanno impedito a queste persone di trovare altre vie se non quelle che portano al Cantone di Una Sana in Bosnia prospiciente al confine con la Croazia, dove appunto si trova il campo di Lipa a 30 km dalla citt\u00e0 di Biha\u0107\u00bb.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 per questo che i campi di accoglienza si sono concentrati in quella zona?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abEsatto, in quella zona per loro comincia quello che definiscono il \u201cgame\u201d, il \u201cgioco\u201d cio\u00e8 il tentativo di attraversamento del confine con la Croazia per poi continuare verso altri Paesi. Di fatto quindi dal 2018 la Bosnia Erzegovina si \u00e8 trovata a gestire un enorme flusso di persone: nel solo 2018 sono stati quasi 24mila, concentrati soprattutto nell\u2019entit\u00e0 della Federazione croato-musulmana, anche perch\u00e9 le autorit\u00e0 dell\u2019altra entit\u00e0 &#8211; la Repubblica Srpska \u2013 hanno rifiutato di collaborare, impedendo persino il passaggio dei rifugiati sul suo territorio\u00bb.<\/p>\n<p><strong>A un certo punto si \u00e8 aggiunta la pandemia\u2026.<\/strong><\/p>\n<p>\u00abCon lo stato di emergenza decretato a marzo 2020 e le relative misure di sicurezza legate al Covid, ai rifugiati \u00e8 stato impedito l\u2019ingresso nei campi e vietato l\u2019uso di mezzi pubblici per spostarsi sul territorio. Quasi 3mila persone sono rimaste per strada, anche famiglie con bambini, ecco perch\u00e9 ad aprile 2020 \u00e8 stato aperto il campo di tende di Lipa, soluzione che sarebbe dovuta essere transitoria. Un campo che comunque ospitava, in condizioni gi\u00e0 allora non dignitose, 1500 persone, mentre altrettante erano rimaste a vivere negli squat, cio\u00e8 in case e fabbriche abbandonate o nei boschi attorno alle citt\u00e0 di <em>Biha\u0107 e Velika Kladusa<\/em>. Al contempo, se nel 2018 la popolazione era stata eccezionalmente solidale e aveva aiutato per prima i rifugiati, \u00e8 aumentata l\u2019insofferenza verso la presenza di questi rifugiati nel paese. Sia a causa della malagestione sia per l\u2019alta concentrazione di migranti in un piccolo territorio molto depresso come il Cantone Una Sana, ancora oggi con un alto\u00a0 tasso di disoccupazione e risollevatosi solo in parte dalle conseguenze della guerra degli anni \u201890.<\/p>\n<p>Le autorit\u00e0 locali, sia del cantone sia della municipalit\u00e0 di <em>Biha\u0107, hanno perseguito una politica che ha di fatto rafforzato questa ondata anti-migranti: ha deciso di chiudere il Bira, uno dei campi pi\u00f9 grandi in citt\u00e0, e non ha dimostrato alcuna disponibilit\u00e0 di dialogo con le autorit\u00e0 nazionali. Il campo di Lipa non \u00e8 stato fornito di acqua corrente, elettricit\u00e0, servizi igienico-sanitari, nonostante le continue richieste di varie organizzazioni internazionali tra le quali L\u2019Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM) che ufficialmente gestisce tutti i campi di accoglienza nel Paese. E cos\u00ec, a proposito di Lipa, con l\u2019arrivo dei mesi invernali, le condizioni di vita sono diventate insostenibili e IOM ha deciso il 23 dicembre scorso, di ritirarsi dalla gestione dello stesso. Quello che \u00e8 accaduto dopo lo avete visto riportato dai media italiani e stranieri\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><strong>C\u2019\u00e8 poi la questione dei respingimenti e quella della violenza della polizia croata di cui si parla spesso. Cosa c\u2019\u00e8 di vero?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abI respingimenti, chiamati anche \u201cpushback\u201d, vengono purtroppo praticati dalle polizie di numerosi confini da anni. Ma \u00e8 vero che le violenze maggiori di cui si \u00e8 a conoscenza sono avvenute in Croazia. Diverse organizzazioni internazionali e locali denunciano da anni queste violenze, con prove e testimonianze alla mano come il <a href=\"https:\/\/www.borderviolence.eu\/\">Border Monitoring Violence Network:<\/a> di recente ha pubblicato il \u201c<a href=\"https:\/\/www.borderviolence.eu\/launch-event-the-black-book-of-pushbacks\/\">Black book of pushbacks\u201d,<\/a> due tomi di 1500 pagine che riportano centinaia di testimonianze e il quadro di brutali violenze e persino torture. Ma finora le autorit\u00e0 croate hanno negato la responsabilit\u00e0 diretta delle forze di polizia, indicando come possibili responsabili gruppi indipendenti non legali. Su questo tema, uno degli ultimi tentativi perseguiti da chi si occupa di difesa dei diritti fondamentali dei rifugiati, \u00e8 quello di Amnesty International che assieme ad altre organizzazioni ha presentato, lo scorso novembre, un\u2019istanza all\u2019Ombudsman europeo (difensore civico). E cos\u00ec l\u2019Ombdusman ha deciso di avviare un\u2019indagine a carico della Commissione Ue chiedendo i motivi del mancato controllo dell\u2019operato della Croazia, quindi eventuali casi di violazione dei diritti umani, e dell\u2019uso che questo paese fa dei fondi europei ricevuti per l\u2019assistenza ai rifugiati e per le operazioni di controllo delle frontiere. Ricordiamo che dal 2017 la Croazia \u00e8 stata beneficiaria di oltre 108 milioni di euro del Fondo Asilo, migrazione e integrazione e ha ricevuto oltre 23 milioni di euro dei fondi di emergenza destinati all\u2019assistenza\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Come Osservatorio cosa proponete?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abI cambiamenti devono essere fatti a diversi livelli, a partire dalla regolamentazione europea che sostenga un effettivo ricollocamento delle persone che arrivano nei tre primi Paesi di approdo (Spagna, Italia e Grecia) con una distribuzione giusta ed equa in tutti i paesi dell\u2019Unione. Ritengo che si debbano prevedere sanzioni per chi non accetta una gestione solidale del fenomeno migratorio. Le politiche europee di \u201cesternalizzazione\u201d, con le quali si \u00e8 tenute queste persone ai margini dei confini Ue, oltre che portare a violazioni di diritti fondamentali si sono rivelate un fallimento. Hanno portato a una diminuzione dei flussi, ma hanno reso pi\u00f9 difficile e pericoloso il viaggio che queste persone in fuga dai loro paesi intraprendono comunque, perch\u00e9 non hanno alternativa. E al contempo hanno provocato l\u2019aumento \u201cdei prezzi\u201d sul mercato criminale del traffico migratorio che ne ha solo guadagnato. Aumentare e rendere possibili ingressi legali nei Paesi dell\u2019UE, anche temporanei, sarebbe un passo importantissimo, oltre che rafforzare da subito i corridoi umanitari almeno dei casi pi\u00f9 vulnerabili come malati, minori non accompagnati e famiglie con figli\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Se ho ben capito serve una sinergia tra Paesi, pi\u00f9 solidariet\u00e0 concreta\u2026<\/strong><\/p>\n<p>\u00abServe una politica concordata, l\u2019abbiamo capito anche con la pandemia: fenomeni globali vanno affrontati insieme, non si pu\u00f2 fare politica costruendo muri, \u00e8 nella condivisione dei fenomeni che possiamo trovare delle soluzioni di lungo periodo\u00bb.<\/p>\n<p><strong>In casi come questo la prospettiva della fratellanza e del \u201cprendersi cura\u201d dei pi\u00f9 fragili, diventa utopia?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abAssolutamente no, anzi. La fraternit\u00e0 in questo caso si declina proprio con le questioni politiche. Senza cura, fratellanza e solidariet\u00e0, non possiamo pensare di vivere in un mondo come quello che tutti sognano: pacifico, stabile, in cui i diritti fondamentali sono assicurati a tutti, nessuno escluso.\u00a0 In Italia abbiamo visto che senza il sostegno dell\u2019UE non potremmo farcela. Non parlo solo di aiuto economico, ma di solidariet\u00e0 fattiva, una specie di \u201crete\u201d dove la politica ha uno sguardo pi\u00f9 alto e agisce per il bene di tutti, i pi\u00f9 fragili innanzitutto\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Chi le sta particolarmente a cuore in questa situazione?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abI minori non accompagnati, che hanno oltretutto alle spalle gi\u00e0 mesi, se non anni, di un viaggio pieno di rischi, violenze e abusi subiti o visti\u2026 Solo in Bosnia in questo momento sono circa 500 e diversi vivono nei campi con gli adulti, senza le particolari tutele che la loro et\u00e0 richiede, quindi a rischio di ogni forma di abuso psicologico o fisico. Tra questi oltretutto, come di recente riportato in un rapporto di Save the Children, 50 vivono fuori dai campi, negli squat, o perch\u00e9 ritengono di essere meno a rischio di abusi o perch\u00e9 vogliono proseguire a tentare il \u201cgame\u201d attraverso il confine con la Croazia\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Ci si sente impotenti di fronte a tutto questo: \u00e8 veramente un \u201cgioco\u201d pi\u00f9 grande di noi?<\/strong><\/p>\n<p>\u00abNon lo \u00e8 se siamo noi a non volerlo. Mi spiego: va cambiato lo sguardo, che non si deve fermare alla finestra di casa nostra. Penso ad Alexander Langer<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, che si \u00e8 battuto tantissimo nel dialogo\u00a0 tra diversit\u00e0, per il superamento dei confini, fisici oltre che di \u201cpensiero\u201d. Nel 1994, nel suo \u201cTentativo di decalogo per la convivenza interetnica\u201d, scriveva che nella nostra societ\u00e0 la \u201cconvivenza plurietnica, pluriculturale, plurireligiosa, plurilingue, plurinazionale\u201d sarebbe diventata sempre pi\u00f9 la normalit\u00e0 e non l\u2019eccezione. Ma che in queste societ\u00e0 \u00e8 importante impegnarsi nel superamento dei confini, \u201cper ammorbidire le rigidit\u00e0, relativizzare le frontiere, favorire l\u2019integrazione\u201d.<\/p>\n<p>Inoltre parlava di \u201cpacifismo concreto\u201d, cio\u00e8 di una modalit\u00e0 di impegno pacifico che si basasse su esperienza, pratica, azioni ancorate alla realt\u00e0 in cui viviamo, e mai scollegato dal lavoro politico insito in queste pratiche. Di fatto, tutti e tutte noi siamo soggetti politici in tutte le nostre scelte quotidiane. Ecco perch\u00e9 credo si debba ricominciare a studiare, comprendere cosa accade attorno a noi e diventare \u201ccostruttori di ponti\u201d (altra espressione cara a Langer), cio\u00e8 persone portatrici della cultura del dialogo e della solidariet\u00e0: tra amici, colleghi, vicini di casa, nei negozi che frequentiamo. E questo vale anche per le realt\u00e0 della societ\u00e0 civile: solo se lavoriamo insieme possiamo rafforzare e sostenere cambiamenti di paradigma, e cambiamenti politici, che portino a livello locale, nazionale ed europeo soluzioni a lungo termine per assicurare a queste persone in viaggio i diritti che vengono loro negati\u00bb.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>Alexander Langer (1946-1995) \u00e8 stato un politico, pacifista, scrittore, giornalista, ambientalista, traduttore e docente italiano. \u00c8 stato promotore di numerosissime iniziative per la pace, la convivenza, i diritti umani, contro la manipolazione genetica e per la difesa dell&#8217;ambiente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La definiscono \u201crotta balcanica\u201d: \u00e8 quella che percorrono migliaia di migranti e richiedenti asilo in condizioni disumane. Che posto ha la fraternit\u00e0 in un contesto come quello? Cosa ci insegna la storia di questi Paesi? 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