{"id":72261,"date":"2021-06-15T13:16:11","date_gmt":"2021-06-15T11:16:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/economy-work\/unesperienza-al-di-la-delle-sbarre-relazioni-di-cura-reciproca\/"},"modified":"2021-06-15T13:16:11","modified_gmt":"2021-06-15T11:16:11","slug":"unesperienza-al-di-la-delle-sbarre-relazioni-di-cura-reciproca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/it\/economia-e-lavoro\/unesperienza-al-di-la-delle-sbarre-relazioni-di-cura-reciproca\/","title":{"rendered":"Un\u2019esperienza al di l\u00e0 delle sbarre: relazioni di cura reciproca"},"content":{"rendered":"<p><em>Marta, giovane italiana laureata in giurisprudenza, racconta il suo percorso come volontaria del Servizio Civile in carcere a Prato. Da uno sguardo di condanna, \u00e8 passata a costruire relazioni di amicizia profonda coi detenuti, all\u2019insegna del rispetto e della cura reciproca.<\/em><\/p>\n<p><strong>Marta Veracini<\/strong>, 29 anni, con una voce timida ma con una forte determinazione, ci racconta il suo percorso \u201c<strong>dietro le sbarre<\/strong>\u201d. Dopo aver ottenuto la laurea in giurisprudenza, ha lavorato per un periodo presso il tribunale di Prato, la sua citt\u00e0. L\u00ec ha svolto un lavoro d\u2019ufficio a diretto contatto con le sentenze del giudice che stabilivano le pene per i detenuti. \u00abOgni volta che le leggevo &#8211; racconta &#8211; ne rimanevo molto turbata, soprattutto quando riguardavano i crimini violenti. Mi sembravano fin troppo esigue rispetto al delitto che era stato commesso\u00bb. Non volendosi fermare a queste impressioni, Marta ha deciso dunque di saperne di pi\u00f9: ha frequentato un master in criminologia; subito dopo, ha aderito al progetto del Servizio Civile organizzato dell\u2019Universit\u00e0 di Firenze, attraverso il quale i volontari assistono i detenuti nella preparazione degli esami universitari.<\/p>\n<p>\u00ab<strong>La prima volta che sono entrata in carcere<\/strong> &#8211; racconta ancora Marta &#8211; e ho sentito dietro di me chiudersi le porte blindate elettroniche, mi sono resa conto che era tutto molto diverso da come mi era stato raccontato: non ho incontrato dei \u201cmostri\u201d, come a volte certi detenuti vengono definiti dai media o nelle discussioni al bar. Ho incontrato semplicemente delle persone. Persone che, in fin dei conti, non erano cos\u00ec diverse da me: padri, madri, figli, nipoti\u2026 tutti con le loro paure e le loro fragilit\u00e0. Persone con cui ho scoperto di poter instaurare un dialogo e un rapporto prima professionale, poi d\u2019<strong>amicizia<\/strong>, fondata sul rispetto e sull\u2019ascolto reciproco\u00bb.<\/p>\n<p>Con il passare dei mesi, lo sguardo di Marta verso i detenuti si \u00e8 del tutto trasformato: si \u00e8 accorta che non era solo lei che aiutava o dava sostegno ai carcerati, ma erano soprattutto loro a sostenerla, e a prendersi cura di lei. \u00ab<strong>\u00c8 da arroganti ed illusi credere che il mondo sia diviso in due parti<\/strong>: una che deve insegnare e prendersi cura, l\u2019altra che deve imparare e ricevere aiuti passivamente. Ognuno ha qualcosa da dare all\u2019altro, anche i peggiori criminali. Questi ultimi, a forza di essere etichettati come mostri, alla fine spesso si convincono di esserlo\u00bb. Andare oltre queste etichette, invece, pu\u00f2 aiutare a dar loro nuove possibilit\u00e0. Proprio per questo motivo, Marta ha preso una decisione fin dall\u2019inizio: non ha mai voluto sapere i crimini per i quali i detenuti si trovavano in carcere. Voleva guardarli solo come persone, non come crimini che erano stati commessi. Questo l\u2019ha aiutata a trasformare il suo sguardo verso di loro, e ha facilitato la nascita di relazioni che non erano tra un carcerato e un volontario, ma semplicemente tra due persone. \u00abHo imparato che <strong>se l\u2019odio genera odio, \u00e8 altrettanto vero che il rispetto genera altro rispetto<\/strong>: ed \u00e8 quasi matematico!\u00bb<\/p>\n<p>Marta racconta uno dei tanti aneddoti della sua esperienza: \u00abUna volta stavo aiutando uno studente nella preparazione di un esame di diritto. Durante la settimana precedente al suo esame, io ho perso una persona cara della mia famiglia e lui ha avuto la conferma della condanna presso la corte d\u2019appello. Eravamo entrambi in condizioni pessime. Le lezioni diventavano per entrambi un\u2019occasione di estraniarsi da tutto ci\u00f2 che stava accadendo. Lui, per\u00f2, covava dentro di s\u00e9 molto dolore, che \u00e8 riuscito a confidarmi solo durante l\u2019ultima lezione. Quando mi ha rivelato tutto ci\u00f2 che sentiva dentro, mi ha sconvolto moltissimo. Ho sofferto cos\u00ec tanto per lui, che alla fine ero distrutta. <strong>Portare insieme il peso di quel dolore<\/strong>, per\u00f2, ci ha aiutato ad andare avanti, pur nella sofferenza, rendendoci pi\u00f9 forti. Il giorno dell\u2019esame, una volta finito, lui \u00e8 venuto a ringraziarmi, dicendomi che senza di me non ce l\u2019avrebbe mai fatta\u00bb. Pronunciando quest\u2019ultima frase, Marta non \u00e8 riuscita a trattenere la commozione. \u00abDa un lato era finita una vita all\u2019interno della mia famiglia, ma allo stesso tempo sentivo di averne appena salvata un\u2019altra\u00bb.<\/p>\n<p>Alla fine dell\u2019anno di Servizio Civile, Marta ha avuto l\u2019idea, insieme ad uno studente di Scienze Politiche che stava approfondendo la storia e il valore del concetto di \u201ccura\u201d, di scrivere su questo tema un articolo, intitolato <strong><em>La relazione che cura<\/em><\/strong>*. Eccone alcuni stralci, che dimostrano come l\u2019anno di esperienza di Marta sia stato davvero un percorso di trasformazione dello sguardo tra chi si trova da un lato o dall\u2019altro delle sbarre. Un anno in cui la cura reciproca ha permesso di creare relazioni vere, umane, d\u2019amicizia e di mutuo rispetto. Marta ha deciso infatti di non mettere fine a questa esperienza: ancora oggi \u00e8 volontaria presso il carcere, e dopo un anno di sostegno a distanza a causa della Pandemia, \u00e8 finalmente tornata a guardare negli occhi le persone di cui vuole prendersi cura, ricevendone in cambio altrettanta.<\/p>\n<blockquote><p>(\u2026) vogliamo provare ad esprimere quello che sperimentiamo ogni giorno tra le mura carcerarie. Un lettore che non ha mai frequentato questi luoghi potr\u00e0 chiedersi: ma come si pu\u00f2 parlare di cura, di attenzione all\u2019altro, di rispetto, tra assassini, violenti, truffatori e spacciatori? Niente di pi\u00f9 sbagliato! In questo anno trascorso insieme abbiamo sperimentato, da entrambe le parti, detenuti e volontari del servizio civile, come proprio qui, dove nessuno lo penserebbe possibile, si pu\u00f2 realizzare quella forma di \u201ccura\u201d che \u00e8 proprio una medicina che risana ogni ferita\u00bb.<\/p>\n<p>\u00ab(\u2026) La certezza che ci portiamo dentro da questa esperienza e che ci fa pensare al futuro con ottimismo \u00e8 che se c\u2019\u00e8 rispetto e attenzione verso l\u2019altro, si pu\u00f2 costruire un mondo migliore anche dietro le sbarre\u00bb.<\/p><\/blockquote>\n<p>* L\u2019articolo \u00e8 stato pubblicato su <strong><em>Spiragli<\/em><\/strong>, rivista del polo universitario penitenziario della Toscana, al cui sito si trova <a href=\"https:\/\/www.polopenitenziario.unifi.it\/art-146-spiragli-3.html\">l\u2019articolo integrale <\/a>(clicca su \u201cSpiragli n.3\u201d, poi vai a pagina 15).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Marta, giovane italiana laureata in giurisprudenza, racconta il suo percorso come volontaria del Servizio Civile in carcere a Prato. 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