{"id":73095,"date":"2022-10-28T08:30:56","date_gmt":"2022-10-28T06:30:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/economy-work\/registi-della-propria-storia-le-favelas-viste-dal-di-dentro\/"},"modified":"2025-11-26T16:13:59","modified_gmt":"2025-11-26T15:13:59","slug":"registi-della-propria-storia-le-favelas-viste-dal-di-dentro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/it\/economia-e-lavoro\/registi-della-propria-storia-le-favelas-viste-dal-di-dentro\/","title":{"rendered":"Registi della propria storia: le favelas viste dal di dentro"},"content":{"rendered":"<p><em>Il percorso del <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/user\/GrupoPensarVideos\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Grupo Pensar Cultural,<\/a> che, attraverso dei laboratori di produzione audiovisiva, offre ai giovani della periferia di Rio de Janeiro (Brasile) la possibilit\u00e0 di raccontare le proprie storie.<\/em><\/p>\n<p>Sono strade senza nome e case senza numero, ospitano persone che, da generazioni, vivono con pochi diritti fondamentali. La comparsa delle favelas risale al XIX secolo, quando, dopo l\u2019abolizione della schiavit\u00f9 in Brasile, una migrazione di massa di persone appena liberate occup\u00f2 le zone pi\u00f9 degradate della citt\u00e0 di Rio de Janeiro: le colline e i terreni accidentati e paludosi. Quando un gruppo di neolaureati in cinema inizi\u00f2 a chiedersi come poter dare un contributo attivo allo sviluppo dei giovani abitanti delle favelas, nacque un\u2019idea. Con telecamere, attrezzature per le riprese e un corso di nozioni audiovisive di base, vollero dare ai giovani delle periferie l\u2019opportunit\u00e0 di raccontare le proprie storie.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39576\" src=\"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Filmagem-Berbela.jpg\" alt=\"\" width=\"1800\" height=\"1200\" \/><\/p>\n<p>\u201cEra la fine del 2008 quando un amico dell\u2019universit\u00e0, Tiago Gomes, mi parl\u00f2 dell\u2019idea di fondare un\u2019associazione che proponesse il linguaggio audiovisivo come mezzo per produrre storie che poi, sullo schermo, sarebbero state raccontate da persone terze, e non da chi, di fatto, le vive nella realt\u00e0. All\u2019epoca insegnavamo alla CUFA (Central \u00danica das Favelas)<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> e notavamo che, nei video realizzati dai giovani, i temi si discostavano dagli stereotipi con cui quelle zone venivano rappresentate di solito. Nella mia classe, i giovani avevano realizzato un video sulle elezioni, mentre il video degli allievi di Tiago raccontava una storia d\u2019amore. Non c\u2019era traccia di violenza, armi o droga\u201d, racconta Isabela Reis, una dei fondatori del Grupo Pensar Cultural.<\/p>\n<p>Un amico impegnato nel progetto e residente del Complexo do Alem\u00e3o, a Rio (un complesso formato da 11 favelas, per un totale di quasi 70 mila abitanti), ci propose di trasferire l\u00ec i laboratori. \u201cAll\u2019epoca definivamo la telecamera un\u2019arma\u201d, ricorda Isabela. Un\u2019arma, per\u00f2, che non aveva il potere di togliere la vita, bens\u00ec di riempirla di significato.<\/p>\n<p>\u201cQuello che mi fa pi\u00f9 impressione, oggi, \u00e8 pensare che non sappiamo nemmeno come quest\u2019impresa sia riuscita. All\u2019inizio, mi guardavo intorno, vedevo tanti problemi sociali, tante differenze, e ci\u00f2 mi rendeva arrabbiata, triste! Mi chiedevo se quello che stavo facendo non fosse completamente inutile, se il nostro lavoro avrebbe avuto un qualche effetto sulla vita di quella gente. A distanza di tempo \u2013 oggi sono passati pi\u00f9 di dieci anni dalla nascita dell\u2019associazione \u2013, quando incontro le persone e le sento parlare del valore che quest\u2019esperienza ha avuto per loro, mi rendo conto che ne \u00e8 valsa la pena\u201d, confida Isabela.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39571\" src=\"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/Aula-20-1.jpg\" alt=\"\" width=\"1600\" height=\"1200\" \/><\/p>\n<p><strong>Scambio tra favelas<\/strong><\/p>\n<p>Non si \u00e8 trattato di un Erasmus fra due paesi diversi, ma dell\u2019opportunit\u00e0 di conoscere e studiare da vicino una favela di un altro stato del Brasile: ecco un\u2019altra delle iniziative del Grupo Pensar Cultural. All\u2019epoca, alcuni programmi televisivi brasiliani mostravano due delle principali favelas del paese: il Complexo do Alem\u00e3o a Rio de Janeiro e la favela di Parais\u00f3polis a San Paolo. Nonostante la vicinanza geografica, Rio e San Paolo sono culturalmente molto diverse e spesso anche in conflitto tra loro. Il titolo del progetto era \u201cLe favelas sono tutte uguali?\u201d. Spiega Andr\u00e9a Borges, l\u2019attuale presidente del Grupo Pensar Cultural: \u201cL\u2019obiettivo principale era far analizzare ai giovani le due serie televisive che rappresentavano quelle favelas e portarli a riflettere sulla differenza fra l\u2019immagine veicolata dai grandi mezzi di comunicazione e la realt\u00e0 che loro, dal di dentro, sperimentavano\u201d.<\/p>\n<p>Fra i partecipanti allo scambio c\u2019era Sabrina Martina, del Complexo do Alem\u00e3o, una ragazza nera di 18 anni che stava compiendo i primi passi nel mondo dell\u2019arte. Sua madre aveva paura che potesse accaderle qualcosa durante il soggiorno a San Paolo, e ci tenne ad assicurarsi che il gruppo si sarebbe preso cura della ragazza. \u201cAlla fine, \u00e8 venuta con noi ed \u00e8 stata brillante. Pi\u00f9 avanti, l\u2019ho accompagnata in altri progetti, e circa due mesi fa ha pubblicato un libro. Nella dedica che mi ha fatto, ha scritto: \u201cGrazie mille per aver creduto in me allora\u201d. Come avremmo potuto non farlo? Le sue capacit\u00e0 erano evidenti. Noi le abbiamo dato solo una piccola spinta iniziale, ma il talento era ed \u00e8 tutto suo\u201d, racconta Andr\u00e9a. Sabrina Martina, oggi nota come MC Martina, \u00e8 famosa e ha 18.900 follower solo su Instagram.<\/p>\n<p><strong>Passato, presente e futuro<\/strong><\/p>\n<p>I progetti dell&#8217;associazione, spiega Andr\u00e9a, nascono spontaneamente, a partire dalle richieste, dalle necessit\u00e0 e opportunit\u00e0 che via via si presentano. Oltre ai laboratori di produzione audiovisiva, fiore all\u2019occhiello del Grupo Pensar Cultural, durante la pandemia \u00e8 nato un laboratorio di scrittura per le donne delle favelas, che ha dimostrato che \u201cpensare la parola pu\u00f2 essere una forma di cura\u201d. \u201cSi \u00e8 svolto online. Ci eravamo resi conto che dovevamo fare qualcosa per le madri sole, che sono la maggior parte in quella zona. Sono madri sole a loro volta figlie di madri sole: intere generazioni di donne che hanno rinunciato alla propria vita per prendersi cura dei figli. \u00c8 venuto fuori qualcosa di molto bello\u201d, racconta Andrea.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-39566\" src=\"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/20181113_3a-aula-TURMA-1.jpg\" alt=\"\" width=\"1600\" height=\"1200\" \/><\/p>\n<p>Il prossimo progetto, ancora in fase di elaborazione, intende consentire ai giovani di sviluppare l\u2019umorismo come strumento di riflessione e critica sociale. \u201c\u00c8 una cosa che li incuriosisce molto, ed \u00e8 di gran moda con la diffusione di TikTok\u201d, spiega Isabela.<\/p>\n<p>Il Grupo Pensar Cultural fa parte dal 2013 di UniRedes, rete della regione latinoamericana e caraibica per la promozione della coesione sociale attraverso la cultura della fraternit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Le favelas in cifre<\/strong><\/p>\n<p>Secondo una ricerca dell\u2019Instituto Locomotiva in collaborazione con Data Favela<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> e la Central \u00danica das Favelas (CUFA), i brasiliani che oggi vivono nelle favelas sono 17,1 milioni: una cifra che corrisponde all\u20198% della popolazione nazionale.\u00a0 Secondo la ricerca, l\u201989% delle favelas si trova all\u2019interno delle citt\u00e0. In Brasile, il 55% della popolazione si dichiara nera; nelle favelas questa cifra sale attualmente al 67%. Nonostante la loro connotazione negativa, secondo la CUFA, le favelas producono una ricchezza annua pari a 119,8 miliardi di reais, pi\u00f9 della ricchezza prodotta da paesi vicini come la Bolivia, l\u2019Uruguay o il Paraguay.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/user\/GrupoPensarVideos\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/www.youtube.com\/user\/GrupoPensarVideos<\/a><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/user\/pensarcine\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/www.youtube.com\/user\/pensarcine<\/a><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> La Central \u00danica das Favelas (CUFA) \u00e8 un\u2019organizzazione non governativa brasiliana. Fondata nel 1999 da alcuni giovani della favela Cidade de Deus (Rio de Janeiro), oggi \u00e8 presente in tutti gli stati del Brasile e in altri 15 paesi. Promuove attivit\u00e0 nei settori dell\u2019istruzione, del tempo libero, dello sport, della cultura e della cittadinanza, oltre ad altri progetti sociali (N.d.T., fonte: <a href=\"https:\/\/pt.wikipedia.org\/wiki\/Central_%C3%9Anica_das_Favelas\">https:\/\/pt.wikipedia.org\/wiki\/Central_%C3%9Anica_das_Favelas<\/a>).<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Data Favela \u00e8 un istituto di ricerca fondato nel novembre 2013 a Rio de Janeiro. \u00c8 il primo istituto di ricerca incentrato sull\u2019attivit\u00e0 economica delle favelas brasiliane. L\u2019Instituto Locomotiva \u00e8 un istituto brasiliano di ricerca e strategia. (N.d.T., fonti: <a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Data_Favela\">https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Data_Favela<\/a> e <a href=\"https:\/\/ilocomotiva.com.br\/\">https:\/\/ilocomotiva.com.br\/<\/a>).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il percorso del Grupo Pensar Cultural, che, attraverso dei laboratori di produzione audiovisiva, offre ai giovani della periferia di Rio de Janeiro (Brasile) la possibilit\u00e0 di raccontare le proprie storie. Sono strade senza nome e case senza numero, ospitano persone che, da generazioni, vivono con pochi diritti fondamentali. 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