{"id":74111,"date":"2024-12-03T14:56:01","date_gmt":"2024-12-03T13:56:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/economy-work\/allinclusione-dobbiamo-sostituire-la-parola-partecipazione-parlando-di-disabilita-con-beppe-porqueddu\/"},"modified":"2025-11-26T16:24:00","modified_gmt":"2025-11-26T15:24:00","slug":"allinclusione-dobbiamo-sostituire-la-parola-partecipazione-parlando-di-disabilita-con-beppe-porqueddu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/it\/economia-e-lavoro\/allinclusione-dobbiamo-sostituire-la-parola-partecipazione-parlando-di-disabilita-con-beppe-porqueddu\/","title":{"rendered":"\u201cAll&#8217;inclusione dobbiamo sostituire la parola partecipazione\u201d. Parlando di disabilit\u00e0 con Beppe Porqueddu"},"content":{"rendered":"<p><em>Nel Giorno Internazionale della Disabilit\u00e0, Beppe Porqueddu condivide la sua testimonianza ispiratrice su come ha trasformato il suo dolore in un motore di cambiamento sociale e culturale. Dopo un incidente che lo ha reso paraplegico nel 1970, la sua vita ha preso una piega radicale, diventando un punto di riferimento nel campo della riabilitazione e dell&#8217;accessibilit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>Per la giornata internazionale della disabilit\u00e0 \u2013 oggi, 3 dicembre &#8211; abbiamo raccolto la preziosa testimonianza di Beppe Porqueddu. Tutto part\u00ec dal 16 dicembre 1970, quando, per un grave incidente stradale, Beppe divenne paraplegico. Siamo partiti da quel momento, che segno l\u2019inizio di un percorso fatto di impegno, esperienze e riflessioni acute e lucide sul tema. Beppe ha portato avanti la sua missione per molti anni, divenendo tecnologo della riabilitazione in un grande centro a Roma. \u00c8 una persona estremamente competente in materia di disabilit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Ti va di riavvolgere il nastro, Beppe, e riassumere la tua storia?<\/strong><\/p>\n<p>Quel 16 dicembre \u00e8 stato un importante, inatteso, \u201cdettaglio\u201d. Mi\u00a0trovo a terra dopo la collisione con un camion fermo sulla strada che percorrevo ogni mattina per andare scuola, in motorino, da Porto Torres a Sassari, in Sardegna. Mi sentivo morire e nella mente affiorarono due immagini, come due specchi che si affrontano: la vita fino ad allora e quella da quell\u2019attimo in poi. Capii l\u2019importanza di quel momento drammatico: dovevo dire un s\u00ec. Rispondere alla novit\u00e0 che mi aspettava. I due specchi si dissolsero, nacque la mia via fino ad oggi.<\/p>\n<p><strong>Per\u00f2 c\u2019\u00e8 stato un momento difficile, di abbattimento, quando all&#8217;universit\u00e0 hai incontrato un\u2019architettura ostile, se cos\u00ec posso dire.<\/strong><\/p>\n<p>Concluso il terzo anno di liceo classico, nel mio secondo di paraplegia, la vita armoniosa\u00a0vissuta interiormente, nonostante il cambiamento della mia corporeit\u00e0, impatt\u00f2 con la societ\u00e0. In particolare, all&#8217;universit\u00e0, si cre\u00f2 un contrasto tra la bellezza dentro di me e quella introvabile fuori. Ero contento di vivere, ma non trovavo elementi esterni che accogliessero la mia nuova condizione. L\u2019avevo accettata, ma l&#8217;ambiente esterno no. Da qui un conato di vomito, un giorno, sotto le scale dell\u2019universit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Di fronte a un\u2019architettura che in uno dei tuoi tanti interventi in convegni, definisci \u201cdel non amore\u201d. <\/strong><\/p>\n<p>Quell\u2019architettura esprimeva una cultura, perch\u00e9 l\u2019architettura \u00e8 sempre cultura. Avvertivo che entrambe non mi avevano previsto.<\/p>\n<p><strong>Una presa di coscienza dolorosa<\/strong><\/p>\n<p>Di un dolore culturale: quel conato di vomito non nasceva dentro di me, da problematiche interiori di non accettazione. Ma da qualcosa di esterno, che dovevo rimuovere.<\/p>\n<p><strong>E da questa esperienza hai tratto frutto.<\/strong><\/p>\n<p>D\u00e0 l\u00ec il mio impegno verso i temi della disabilit\u00e0, che non erano trattati come lo sono oggi. La parola stessa disabilit\u00e0 non esisteva. Eppure, grazie a quell\u2019entroterra valoriale e spirituale, ho vissuto questo dramma come luminoso, anche se complesso.<\/p>\n<p><strong>In che senso?<\/strong><\/p>\n<p>Tra il \u201871 e il \u201877 continuavo a chiedermi: \u201cperch\u00e9 sono felice coi guai che ho?\u201d. Ero dentro un tunnel, ma luminosissimo. Mi sentivo totalmente dentro la disabilit\u00e0, ma anche fuori dalla questa.<\/p>\n<p><strong>Possiamo dire che la luce veniva da dentro e il buio da fuori?<\/strong><\/p>\n<p>C&#8217;era qualcosa che si opponeva al mio progredire intimo, interiore. Alla mia realizzazione umana: era il dolore rimosso, non amato dalla cultura. Un non amore per il dolore e per le persone che lo vivevano. Se ci sono le barriere, anzich\u00e9 le facilitazioni, c&#8217;\u00e8 un motivo! Non \u00e8 casuale.<\/p>\n<p><strong>Quando hai vissuto l\u2019incidente eri un giovane del movimento dei Focolari<\/strong><\/p>\n<p>Si, e la\u00a0mia vicenda \u00e8 sempre stata\u00a0vissuta nell&#8217;unit\u00e0. Mai come esperienza solitaria. Sempre nella grande famiglia dei Focolari e nell\u2019entroterra valoriale che \u00e8 il carisma dell&#8217;unit\u00e0. Nell\u2019idea del mondo unito e del mondo nuovo. In tutto questo si \u00e8 inserito ci\u00f2 che mi \u00e8 accaduto. Presto, ho preso coscienza del dolore come fatto relazionale, sociale e culturale.<\/p>\n<p><strong>Torniamo alla parola \u201cdettaglio\u201d che usavi in apertura: <\/strong><\/p>\n<p>Nella grande famiglia del movimento dei focolari crescevano i giovani. A loro era stato affidato un patrimonio sociale, oltrech\u00e9 spirituale. Per questo l&#8217;incidente, per quanto importante, \u00e8 stato un dettaglio, perch\u00e9 vivevo gi\u00e0 un ideale grande. L\u2019incidente e la disabilit\u00e0 si inserivano in questa grande visione: ci\u00f2 che contava era l\u2019idea del mondo unito e nuovo, con la nuova antropologia che avanzava, in un contesto in cui la disabilit\u00e0 era assunta, concepita, trascesa.<\/p>\n<p><strong>Grazie a Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari.<\/strong><\/p>\n<p>Chiara intu\u00ec che in questa mia storia c&#8217;era una novit\u00e0. La vedeva chiaramente e diceva: \u201cdobbiamo fare una nuova rivoluzione. Dare valore al dolore, ma non in senso pietistico\u201d. Da l\u00ec ho capito che il dolore \u00e8 una grande molla di cambiamento, di trasformazione, dell&#8217;evoluzione stessa.<\/p>\n<p><strong>Dunque, attraverso questo dettaglio, mediante la sofferenza per quel dolore culturale, hai iniziato a lavorare su ci\u00f2 che definisci, in uno dei tuoi interventi presso convegni, \u201ceducazione percettiva dei progettisti\u201d. Di cosa si tratta? <\/strong><\/p>\n<p>Incontrando persone con disabilit\u00e0, mi accorgevo che non avevano avuto il percorso di riabilitazione che avevo sperimentato io, a Ginevra, in un centro specializzato, grazie a Chiara Lubich. Loro mi inviarono l\u00ec, dove ho acquisito molte competenze e mi \u00e8 capitato, durante un viaggio a Lourdes, di incontrare una persona paraplegica che mi diceva di non essere per nulla autonoma. Aveva avuto un incidente 15 anni prima, quando era gi\u00e0 madre di una bambina. A lei insegnai come andare a letto da sola, in carrozzina o in vasca da bagno. Capii ancora meglio la portata di un problema collettivo, sociale. Allora ho cominciato a preparare dispense informative per i paraplegici. Da qui nacque un libro pubblicato poi da \u201c<a href=\"https:\/\/www.cittanuova.it\/\">Citt\u00e0 Nuova<\/a>\u201d: il primo manuale italiano di divulgazione sulla tetraplegia e paraplegia. \u201c<a href=\"https:\/\/www.bibliotecadibabele.com\/IkResults.aspx?autore=Giuseppe+Porqueddu\">Io paraplegico, manuale pratico per tetraplegici e paraplegici<\/a>\u201d, edito anche in Spagna.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-54454 size-medium\" src=\"https:\/\/www.unitedworldproject.org\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/s-l1600-221x300.webp\" alt=\"&quot;Io, paraplegico - Editoriale Citta Nuova&quot;\" width=\"221\" height=\"300\" \/><\/p>\n<p><strong>Un\u2019altra tappa importante del cammino. <\/strong><\/p>\n<p>D\u00e0 l\u00ec vengo conosciuto e chiamato per parlare nei convegni e comincia la mia vita di sviluppo sociale. Inizio a far parte di equipe interdisciplinari per la formazione di architetti, geometri e ingegneri, perch\u00e9 gi\u00e0 il problema delle barriere, o comunque dell&#8217;accessibilit\u00e0, si faceva presente. Anche se questa parola, molto pi\u00f9 evoluta e positiva, venne dopo.<\/p>\n<p><strong>Altri passaggi?<\/strong><\/p>\n<p>Ho incontrato una donna: un importantissimo architetto. Aveva scritto dei libri e mi coinvolse in un primo corso di formazione per architetti, geometri ingegneri del Piemonte. Nacque un grande sodalizio intellettuale e cominciai a capire che occorreva una formazione alla disabilit\u00e0 intesa come prospettiva culturale. Ma doveva dirigersi verso due frontiere.<\/p>\n<p><strong>Quali?<\/strong><\/p>\n<p>Una pi\u00f9 tecnico-culturale; l\u2019altra pi\u00f9 intima, interiore, psicologica e spirituale. Entrambe riguardanti il progettista. Per lavorare, appunto, su quel dolore rimosso dalla cultura. Bisognava ricreare la forma mentis dei progettisti, degli architetti gi\u00e0 professionisti e delle nuove generazioni, con attenzione alla disabilit\u00e0 dai primi anni della facolt\u00e0 di architettura. In una grande prospettiva creativa<\/p>\n<p><strong>Da l\u00ec, appunto, quella che hai chiamato \u201ceducazione percettiva\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>Sulla quale ho costruito progetti per le pubbliche amministrazioni di varie zone d\u2019Italia. Soprattutto in Val d&#8217;Aosta, dove iniziai a prendermi cura, in maniera approfondita, dell&#8217;educazione del progettista. Un percorso collettivo, portato avanti con altri docenti per inventare un nuovo prototipo progettuale.<\/p>\n<p><strong>Tra i vari convegni a cui hai partecipato, ce n\u2019\u00e8 uno coordinato di recente, pensato soprattutto per i giovani, sul movimento fisico. Il titolo \u00e8 \u201cAcqua, movimento, salute\u201d, nel quale \u00e8 stato trattato il tema: \u201cSiamo corpo per una sostenibilit\u00e0 relazionale\u201d. Puoi descriverlo?<\/strong><\/p>\n<p>Il convegno \u00e8 stato organizzato con Onda Blu, cooperativa del bellunese nata nel 1994. Dall\u201984, sono stato parte di quel territorio e ho partecipato alla creazione del Centro Studi Prisma, in particolare collaborando col caro amico Renzo Andrich, ingegnere e giovane del Movimento dei Focolari, come me. Anche lui, per vocazione, impegnato nel lavoro con la disabilit\u00e0. Insieme abbiamo portato avanti un grande percorso culturale e umano.<\/p>\n<p><strong>Ce ne parli?<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo realizzato diversi progetti innovativi per l&#8217;educazione all&#8217;autonomia di persone con disabilit\u00e0 fisica. A Belluno, si \u00e8 lavorato molto attraverso l&#8217;acquaticit\u00e0. Onda Blu ha avuto bisogno della sensibilit\u00e0 del Centro Studi Prisma verso la disabilit\u00e0, e nel convegno citato, dove ho fatto parte del gruppo scientifico e scritto la relazione introduttiva, abbiamo messo a fuoco un tema oggi prioritario per la salute umana: il movimento fisico.<\/p>\n<p><strong>Interessante.<\/strong><\/p>\n<p>Il tema della salute si inserisce nel quadro dell&#8217;espressivit\u00e0, della creativit\u00e0, della fisicit\u00e0 e della socialit\u00e0: pilastri fondativi della personalit\u00e0 umana e dell\u2019approccio alla disabilit\u00e0. Ma la salute si inserisce anche nel quadro della sostenibilit\u00e0: non si pu\u00f2 essere in salute con l&#8217;aria inquinata, e quindi la salute \u00e8 sostenibile con la cura dell&#8217;ambiente, compreso quello architettonico. Ovviamente, anche la disabilit\u00e0 \u00e8 integrata dentro questa visione olistica dell&#8217;uomo.<\/p>\n<p><strong>La tua riflessione mi fa venire in mente il concetto dell&#8217;ecologia integrale.<\/strong><\/p>\n<p>La salute \u00e8 un fatto relazionale. Per questo nel convegno ho citato molti atleti paralimpici: \u00e8 stato uno spettacolo, per me, una gioia infinita, osservare l&#8217;integrazione profonda, sempre di pi\u00f9 negli anni, tra la loro menomazione e la loro vita piena. Quando avevo il conato di vomito davanti alle barriere, era perch\u00e9 quella architettura era insufficiente ad accogliermi. Oggi, nel vedere queste persone con disabilit\u00e0 cos\u00ec belle, risolte e felici, nonostante le loro amputazioni e menomazioni, siamo davanti a una novit\u00e0 antropologica: un punto di arrivo dopo un percorso di migliaia di anni.<\/p>\n<p><strong>Hai usato la parola integrazione, non inclusione. Come mai?<\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e8 inclusione dice molto poco. Il verbo latino \u201cclaudere\u201d, che genera le parole includere ed escludere, vuol dire chiudere dentro o chiudere fuori. A me piace essere in espansione. All&#8217;inclusione dobbiamo sostituire la parola partecipazione, con un significato enormemente politico. Una partecipazione piena, con pieni diritti e pieni doveri. \u00c8 legittimo affrontare la questione in termini di diritti civili, ma il tema \u00e8 molto pi\u00f9 complesso. Non lo si pu\u00f2 guardare solo dall\u2019apartheid, ma dal concetto di unit\u00e0, del \u201ctutto tondo\u201d. Non dobbiamo mirare a una societ\u00e0 parcellizzata, ma a una visione unitaria. Il problema \u00e8 ancora una volta nella cultura. Ges\u00f9 parla del fratello e non del povero da aiutare. Di uguaglianza. Le parole fragilit\u00e0, debolezza, limite, nei miei testi non le uso. Vedendomi in carrozzina, molti pensano che io sia una persona fragile. Non direi. Il 16 dicembre compio 54 anni di paraplegia. Molte persone, considerate fragili, si mostrano le pi\u00f9 coraggiose e stabili, forti e resilienti.<\/p>\n<p><strong>Usi tantissimo, nei tuoi incontri, la parola architettura. Dici che \u201c\u00e8 arte se riarmonizza\u201d, \u201ccultura\u201d e \u201cscienza madre\u201d. Definizioni che ribadiscono quanto l\u2019architettura sia strumento umano fondamentale.<\/strong><\/p>\n<p>Porto avanti la questione dell\u2019architettura urbanistica da decenni. Le persone vivono nelle citt\u00e0: luoghi comunicativi e relazionali, con un patrimonio sensoriale straordinario, da sviluppare e far sviluppare. Per questo l\u2019architettura \u00e8 scienza madre, perch\u00e9 costruisce le citt\u00e0. \u00c8 importante che i docenti formino al meglio i giovani, i nuovi cervelli, che li educhino non alla cultura delle barriere, ma della visitabilit\u00e0 e dell\u2019ospitalit\u00e0. Non c\u2019\u00e8 la seconda senza la prima. \u00c8 necessario dialogare coi giovani. A me piacerebbe farlo con quelli del Movimento, che lavorano per un mondo unito. L\u2019ho fatto negli anni e mi piacerebbe ancor di pi\u00f9 farlo oggi. Magari per realizzare, con gli studenti di urbanistica e architettura, progetti insieme. Per esempio, per la casa domotica che sto costruendo in Sardegna vicino al mare, all\u2019interno di un\u2019interessante esperienza ecologica.<\/p>\n<p><strong>La bellezza della relazione sana tra giovani e adulti<\/strong><\/p>\n<p>Il rischio \u00e8 che si parli tra intellettuali senza coinvolgere i giovani. Quando invece questi devono trovare una sponda straordinaria in chi ha gi\u00e0 esperienza: un pensiero formato sulla vita anche attraverso esperienze complesse. Per accogliere qualcuno dobbiamo conoscere i suoi strumenti, le sue modalit\u00e0 di approccio al reale, intendere l\u2019architettura come armonia sociale. Ne parla anche Chiara Lubich.<\/p>\n<p><strong>Lei ti chiese di interagire ai giovani?<\/strong><\/p>\n<p>Con Chiara sono stati decenni di unit\u00e0 specialissima. \u00c8 stata sempre aggiornata delle attivit\u00e0 portate avanti. Abbiamo formato nuove categorie culturali. Questo \u00e8 importantissimo per i giovani. Nel movimento dei Focolari abbiamo incontrato la ricchezza umana di vivere il dolore, socialmente, quello che definisco \u201cdolore in comunione\u201d. In questo senso abbiamo portato avanti con il movimento Umanit\u00e0 Nuova, il tema della partecipazione attiva per tutti.<\/p>\n<p><strong>Per saperne di pi\u00f9, sulla vita e sul pensiero di Beppe Porqueddu, vedi anche:<\/strong><\/p>\n<p><strong><div class=\"cookieconsent-optout-marketing\">\n                        <a href=\"javascript:Cookiebot.renew()\" style=\"background: url(https:\/\/www.unitedworldproject.org\/wp-content\/plugins\/yt-placeholder-cookiebot\/assets\/placeholder.jpg) no-repeat center center \/ cover; aspect-ratio: 1 \/ 0.48; width: 100%; display: block; margin: 20px 0; position: relative; background-size: cover; background-position: center;\">\n                            <span style=\"position: absolute; bottom: 20px; width: 100%; padding: 0 5%; text-align: center; box-sizing: border-box;\">Per visualizzare questo video \u00e8 necessario abilitare tutti i Cookie<\/span>\n                        <\/a>\n                   <\/div><iframe loading=\"lazy\" title=\"L'uomo nella citt\u00e0 accessibile\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/ux-3HkohXlI\" width=\"1191\" height=\"893\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel Giorno Internazionale della Disabilit\u00e0, Beppe Porqueddu condivide la sua testimonianza ispiratrice su come ha trasformato il suo dolore in un motore di cambiamento sociale e culturale. 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