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In fuga dall’Afghanistan

 
 
VOA, Public domain, via Wikimedia Commons _ Crowds_in_front_of_Kabul_International_Airport

La storia di una famiglia afghana fuggita dal proprio paese e arrivata in Italia: tra separazione, dolore e gesti di accoglienza concreti.

Lo scorso 31 agosto, sull’ultimo aereo partito da Kabul diretto in Italia, è salita anche una famiglia afghana di 7 persone. Due genitori anziani, 3 figli dai 35 ai 18 anni, 2 nipotini di 7 e 5 anni. Una delle figlie non è riuscita a salire sull’aereo. Una di quelle che sono riuscite a farlo, invece, non lo avrebbe voluto: il suo fidanzato è rimasto a casa, e i due non sanno se potranno mai rivedersi. Storie complicate si intrecciano attorno a questo nucleo famigliare. Ora gran parte di loro si trova in Italia, presso una Cooperativa sociale. Tentano di cominciare una nuova vita.

“Sono arrivati qui lasciando in Afghanistan la loro casa, i loro affetti, tutto. E sanno che probabilmente non potranno mai più tornarci. Dietro ad una scelta del genere ci sono motivi economici, religiosi, oppure di etnia. Ma spesso il motivo più grande è la speranza di offrire un futuro diverso ai propri figli.” Così parla Gianni Caucci, collaboratore della Cooperativa Una Città Non Basta di Marino laziale, che li ha accolti. Prima della Pandemia, le attività svolte in questa struttura erano i doposcuola per ragazzi in difficoltà e assistenza di migranti ed emarginati. “L’idea della Cooperativa è nata aprendo gli occhi al nostro territorio, al nostro quartiere, al vicino di casa in difficoltà. All’inizio era solo volontariato, poi ci siamo accorti che alcune attività andavano fatte in maniera professionale.” Adesso vi lavorano psicologi, mediatori culturali, legali. Da settembre, l’obiettivo di Una città Non Basta è diventato accompagnare questa famiglia afghana, cercando di farla sentire il più possibile a casa. “Sembra una sciocchezza, ma per loro è importantissimo poter ritrovare anche qui la loro cucina, i loro odori, il loro modo di fare le cose.”

Non è semplice camminare per le strade di un Paese che non è il tuo, in cui si parla una lingua che non capisci e si fanno le cose in modo diverso. E di certo è più difficile se sei donna. I ragazzi della famiglia (maschi) adesso vanno a scuola, le ragazze non sono state abituate a farlo. “L’occidentalizzazione che era arrivata a Kabul – spiega Gianni – non era di sicuro la norma in tanti anfratti dell’Afghanistan lontani dalla capitale”. Abituate a rimanere in casa, anche adesso hanno paura di uscire. Per loro sono stati avviati atelier con attività manuali, nella speranza che presto possano avere il coraggio di compiere il primo passo nella (nuova) società.

Le difficoltà, tuttavia, esistono anche per gli uomini, pur quando tentano di nasconderlo. Un giorno il padre di famiglia, di circa 70 anni, è stato trovato disteso per terra. “Sembrava stare male fisicamente – racconta Gianni – invece poi abbiamo capito che aveva solo bisogno di attenzioni. Fino a quel momento si era preoccupato solo per gli altri famigliari, mai di come stesse lui.” Cosa può significare abbandonare la propria terra per sempre, all’improvviso, a quell’età, avendo su di sé la responsabilità della propria famiglia?

Il giorno dopo Gianni ha trovato sotto la porta del suo studio un foglio con un testo in antico persiano, difficile da tradurre anche per gli interpreti. Si è poi capito che erano versi di un poeta, scritti con una calligrafia curata nei minimi dettagli. Era un regalo di valore, segno di riconoscenza e gratitudine verso chi non aveva abbandonato lui e la sua famiglia.

Gianni racconta infine un ultimo aneddoto: un giorno uno dei nipotini della famiglia gli si è avvicinato e gli ha mostrato una macchinina telecomandata che si era rotta. Lui allora ha lasciato da parte il lavoro che stava facendo e, presi cacciaviti e saldatore, si è messo ad aggiustare il giocattolo del bimbo. “Non ci siamo detti nemmeno una parola. Ma dopo quel giorno siamo diventati amicissimi.” L’accoglienza si costruisce con tanti piccoli mattoni concreti. È fatta di piccoli e grandi gesti, di cura e di relazione.

Le storie di chi fugge da un paese come l’Afghanistan sono fatte di dolore, di separazione, di ferite che non guariscono. Ma quando incontrano il cuore e le mani di qualcuno che è pronto (e preparato) ad accogliere, allora, forse, possono trovare un punto di svolta. Sentirsi amati, non scartati, può fare la differenza.


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