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“Vivere alla frontiera è guardare oltre se stessi”

 
8 Settembre 2023   |   Stati Uniti, Accoglienza Migranti,
 
Foto di David Mark da Pixabay

Ron Sibugan vive al confine tra El Paso, in Texas e Ciudad Juárez in Messico. Essere alla frontiera tra migranti provenienti dal Centro America, da Africa, Russia e Turchia ha cambiato la sua prospettiva sulle migrazioni e su se stesso.

Il confine è a trenta minuti di cammino, ad appena cinque chilometri da dove vive. Lo osserva dalla finestra del primo piano. Ormai conosce bene il rombo incessante dei camion che aspettano di attraversarlo. Ron Sibugan, missionario assunzionista, vive sulla frontiera, là dove El Paso in Texas e Ciudad Juárez in Messico si guardano da vicino: due città gemelle separate da un fiume, da un’autostrada e da un muro di lamiera. Sei ponti le collegano, ma non bastano per ricucire la spaccatura economica e sociale che ha posto entrambe le città in prima linea nella tragedia delle migrazioni, in mezzo alle migliaia di persone in fuga, con ancora pochi sogni rimasti nello zaino. Ho incontrato Ron mentre cucinava per la sua comunità, e l’intervista è iniziata davanti ai fornelli, con il delizioso profumo del chicken adobo, una ricetta di pollo tipica delle Filippine.

Perché ha deciso di trasferirsi al confine?

Fino a tre anni fa vivevo a Boston, al Centro di formazione della mia congregazione e c’erano tutte le comodità: riscaldamento e aria condizionata funzionavano perfettamente. Nella mia anima, però, provavo una profonda inquietudine. Intanto la mia comunità, interpellata dalle notizie sui migranti ha avviato un processo di discernimento sulla nostra missione come Assunzionisti nell’oggi. Alcuni di noi hanno deciso di trasferirsi qui, nella parrocchia St. Francis Xavier a El Paso. Questa città di confine mi sembrava anche il posto giusto per rimettere in discussione la mia identità. Aspettavo un segno dall’alto, ed è arrivato proprio qui, molto presto…

A quale segno si riferisce?

Ero a pranzo con altri due membri della comunità. A un certo punto, il soffitto ha cominciato a gocciolare sulle nostre teste. “Il bagno è di nuovo ostruito”, ho detto io. Ho preso il telefono per chiamare un idraulico, e proprio in quel momento dal piano di sopra è venuto giù un potente schizzo d’acqua… insieme al soffitto. Eccolo lì, il mio segno! In quell’attimo così buffo ho capito che questa canonica in rovina sarebbe stata la mia nuova casa. Una casa che dal 2020 ha accolto più di 6.000 rifugiati, provenienti perlopiù da America centrale, Russia, Turchia e Africa.

Cosa significa vivere in terra di confine?

Significa lottare quotidianamente contro il senso di separazione. Quel muro di metallo, così vicino, che ha il compito di separare gli stranieri da me, mi fa vedere invece le cose da un altro punto di vista. Mi fa scorgere nei volti dei migranti il volto di Dio: loro sono la mia preghiera quotidiana. Questi esseri umani vengono bollati come terroristi, sfruttatori, spacciatori prima ancora che possano raccontare la propria storia. E la loro umanità, chi la vede? Guardandoli ci si accorge che nessun confine, nessuna barriera ci separa. Qualsiasi sia il loro paese d’origine, sia esso un paese alleato o nemico, io desidero solo restituire loro la dignità, dopo tutta la sofferenza patita, dopo i maltrattamenti e dopo la prigionia che hanno subito.

Ha mai avuto ripensamenti rispetto alla sua scelta di vivere al confine?

Sì. All’inizio abbiamo vissuto momenti duri. Era inverno e non c’erano i riscaldamenti. Avevamo molto freddo. Le tubature perdevano e i muri erano pieni di muffa. Mi sono chiesto se fossimo davvero nel posto giusto. In quel periodo di sofferenza, Padre Peter, un altro membro della comunità, mi ha molto aiutato e incoraggiato. Sperimentando la presenza e la consolazione di un fratello, mi sono sentito pronto a portare a mia volta consolazione e a testimoniare che Dio è presente, anche in situazioni difficili. Lui non ci abbandona mai, per quanto grandi possano essere le difficoltà che ci troviamo a vivere.

Si ricorda di un momento, qui al confine, che ha cambiato il suo punto di vista su una situazione, su un concetto?

Il confine insegna a guardare oltre se stessi, oltre ogni barriera sociale e personale, e a convivere con l’incertezza. Mi consideravo un benefattore per questi migranti e invece sono stato io a ricevere tanti doni. Uno degli ospiti, ad esempio, ha dipinto uno dei nostri muri, un’altra persona ci ha dato una busta con duecento dollari da usare per i nuovi arrivati, qualcun altro, un giorno, ha pulito il pavimento della canonica. Da religioso, credevo di sapere cosa fosse la fede, ma i migranti mi hanno permesso di toccarla con mano. Loro hanno perso tutto e hanno anche subito torture; eppure li senti ripetere: “Senza la fede non ce l’avrei mai fatta”.


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