Economia e lavoro

La scuola come laboratorio di pace: Anna Granata e il DNA democratico dell’educazione italiana

by Edoardo Zaccagnini

La scuola come laboratorio di pace: Anna Granata e il DNA democratico dell’educazione italiana
Anna Granata

Anna Granata, pedagogista dell’Università di Milano-Bicocca, ci ricorda in questa intervista che educare alla pace non è un’utopia astratta: è una pratica quotidiana che si compie ogni giorno nelle classi italiane, tra bambini di storie, lingue e origini diverse.

Anna Granata è docente di Pedagogia presso il dipartimento di Scienze umane per la formazione “R. Massa” dell’Università di Milano-Bicocca. Si occupa di diversità culturale, sociale e di genere come risorse educative. Di equità e creatività in educazione. Ha scritto diversi libri su questi argomenti, e la ringraziamo di aver accolto il nostro invito per un dialogo, nel mese che United World Project dedica all’educazione.

Anna Granata ci offre numerosi spunti per riflettere, con le sue risposte davvero interessanti. Siamo partiti da una domanda sulla tragica attualità: la guerra, che trova il suo salvifico contrario nella pace.

Anna, che valore può avere la scuola per costruire la pace?

Come in passato, oggi più che mai, la scuola può rappresentare l’alternativa alla società. Che non significa essere in contrapposizione, ma fungere da laboratorio per costruire una cultura diversa rispetto a quella dominante. La scuola, intesa come istituzione culturale, in questo tempo di conflitti e frammentazioni sempre più gravi, può educare all’incontro con l’altro, al rispetto, alla convivenza pacifica. In modo non astratto.

Entrando nel pratico?

Con lo strumento della classe scolastica: luogo concreto dove vivere l’esperienza democratica. La scuola italiana è nata sulle macerie della Seconda guerra mondiale, per volere di padri e madri costituenti che l’hanno pensata come luogo con cui ricostruire moralmente il Paese. L’articolo 34 della Costituzione dice: “la scuola è aperta a tutti”.

Un grande concetto in poche parole.

Nel contesto scuola, bambini e ragazzi con storie, condizioni e origini diverse, imparano a convivere. Sperimentano che è possibile farlo. In questo momento storico fatichiamo a immaginare l’alternativa rappresentata dalla pace, ma nella scuola, magari in maniera imperfetta, frammentata, la convivenza tra diversi è una realtà concreta che si sperimenta nel quotidiano. In un modo che – quando funziona – è il miracolo della convivenza, è la cosa più bella del mondo. Ha il carattere dell’utopia, ma trova concretezza in quell’organo fondamentale della democrazia che è appunto la scuola di tutti.

Non mi sembra affatto poco.

La scuola italiana, dal punto di vista normativo, è forse la più inclusiva al mondo: condividono lo stesso spazio bambini con disabilità e no; bambini autoctoni e altri che arrivano da lontano, non parlano la lingua e magari non sono mai andati a scuola. Bambini di condizioni socioeconomiche molto diverse. Uno a fianco all’altro, in classe, imparano che è possibile diventare ciò che si vuole, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Il Dna della nostra scuola democratica è l’educazione alla pace anche se, purtroppo, vediamo scimmiottare modelli di altri contesti (non è mai facile mutuare un modello) dove elementi centrali sono la competizione e la valutazione. Questo ci allontana dal progetto visionario della scuola democratica pensata dalla Costituzione.

Lo UWP mette al centro la pace ma anche l’unità, la fratellanza, il dialogo, l’incontro. Quanto è importante educare a questi valori piuttosto che alla supremazia, all’autoaffermazione e alla competizione?

Questi valori rappresentano l’educazione stessa: dal verbo latino educere, tirare fuori, estrarre da ognuno la sua personalità, le aspirazioni. Accompagnarlo in questo percorso, per dare vita a comunità di diversi che possono vivere insieme.

Oltre alla scuola, ci sono altri agenti che educano. Loris Malaguzzi diceva che il terzo educatore è l’ambiente e che “Il bambino ha cento lingue ma gliene rubano 99”. Cosa intendeva dire?

Malaguzzi ha contribuito a ribaltare l’idea di infanzia, che letteralmente significa non saper parlare. I bambini in realtà hanno cento linguaggi ed è scopo dell’educazione valorizzarli. Il suo metodo Reggio Children è una delle avanguardie educative italiane note nel mondo. I bambini apprendono a essere cittadini, in relazione tra loro e grazie al rapporto con l’ambiente che è appunto il terzo maestro. Da qui sono nati i servizi per l’infanzia improntati al bello.

Come si mette in pratica il bello?

Con luoghi in cui la dimensione artistica è centrale, e dove il terzo maestro, come appunto lo chiama Malaguzzi, sia curato e allestito in modo da suscitare nei bambini molto piccoli il desiderio di bellezza. In questi servizi educativi esiste, un atelier, un laboratorio dei burattini, un orto. Tutto educa al vivere insieme.

Fantastico!

Dove i bambini possano esprimersi e contribuire alla cultura, anche attraverso la pittura e il teatro. Persino con l’orto. Sono linguaggi di cui il bambino ha bisogno perché nell’idea di Malaguzzi, il bambino non ha bisogno di poco, ma di tantissimo: ha domande immense, un desiderio enorme di esplorare, conoscere, creare. Malaguzzi denuncia quella scuola – principalmente dell’obbligo – che riduce i linguaggi del bambino, anziché riconoscerli e valorizzarli.

Lo esprime anche in una poesia, giusto?

“Il cento c’è”, dove appunto dice che «il bambino ha cento lingue ma gliene rubano 99».

Cosa vuol dire?

Che abbiamo creato una scuola nella quale predominano alcuni linguaggi ritenuti “saperi forti”. La lingua, la matematica, le scienze. Escludendone altri che nutrono le passioni di bambine e bambini all’infinito.

Una visione ampia ed alta dell’educazione…

Una grande idea di educazione e dell’infanzia stessa. Non come veniva considerato il bambino nell’Ottocento: adulto a metà, ma persona tutta intera con tantissime esigenze, anche culturali, da coltivare.

Potremmo collegare questi concetti a un tuo libro dal titolo: “Da piccolo ero un genio”. Di cosa ci parla e cosa ci insegna?

Il sottotitolo è “Sette capacità da non perdere diventando adulti”. Nel solco di quella pedagogia che riconosce, citando Gardner, le mille intelligenze del bambino e dell’essere umano, rifletto su una serie di capacità estremamente sviluppate nell’infanzia: curiosità, immaginazione, intuizione, desiderio di scoperta, ecc. I bambini sono tutti piccoli filosofi, scienziati o teologici, con un desiderio di imparare fortissimo. Tutto questo è molto sviluppato nel bambino, ma crescendo si affievolisce. Ho fatto quindi mia la concezione di Malaguzzi nel dire che non si tratta di un decadimento naturale di queste capacità, ma di un filtro messo in atto dalla società e dalla scuola che porta i bambini e le bambine a distaccarsi da alcune di queste capacità.

Da picolo ero un genio - Anna Granata
Da picolo ero un genio – Anna Granata

Esprimi questo nel libro?

Esprimo il fatto che abbiamo bisogno di queste capacità per tutta la vita. A partire dall’immaginazione, che ci aiuta a gestire la nostra esistenza. Serve per aprirsi al cambiamento, per riorganizzare il nostro tempo, ripensare professioni che non ci rendono felici. L’immaginazione, capacità umana per eccellenza, non può essere mortificata.

Va tutelata, sostenuta…

Maria Montessori definiva il bambino come «padre dell’uomo». Ecco l’importanza di rivederlo nella sua grandezza, di tornare alle dimensioni umane che talvolta la società rischia di inibire.

A proposito, quanto, figure come Maria Montessori o Gianni Rodari, sono ancora imprescindibili nell’educazione dei più piccoli?

La tradizione educativa italiana, riconosciuta nel mondo come grande avanguardia, ci rende orgogliosi. Ciò che accomuna i nomi citati, è il tenere insieme una dimensione etica ed estetica. Senza scomporle, dividerle. Di Rodari conosciamo le filastrocche per bambini, ma lì dentro ci sono contenuti altissimi, a partire dalla poesia in cui ci ricorda che non bisogna mai fare «né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, LA GUERRA». Dentro quella giocosità c’è una riflessione profonda su come crescere persone libere, c’è un inno alla libertà. Rodari diceva che la creatività dovrebbe essere un diritto di tutti. Non perché tutti dobbiamo diventare artisti, ma per non essere più schiavi.

Altra frase meravigliosa…

Che contiene un contenuto educativo molto forte: dentro questi metodi creativi che rendono il bambino protagonista, soggetto attivo nella cultura, che lo aiutano (Montessori) a fare da solo piuttosto che dipendere dall’adulto, c’è l’educazione alla democrazia, all’autonomia, alla libertà. C’è un messaggio profetico.

L’età evolutiva non finisce mai, e quindi nemmeno l’educazione. Quanto è importante, per l’adulto, rimanere in contatto col sé bambino, per educare sé stesso e i più piccoli con cui interagisce?

Il sé bambino è sempre in noi e possiamo chiedergli di offrirci quelle capacità che abbiamo perso nei percorsi scolastici, lavorativi, che la società ci ha indotto a trascurare. C’è però anche un altro aspetto.

Quale?

Quello dei bambini di oggi. È un tema delicato per il nostro Paese, dove l’infanzia è sempre meno presente, a livello numerico, e sempre meno visibile.

In che senso?

Nel senso che i bambini si trovano spesso in contesti a loro dedicati: la casa, la scuola, il centro sportivo. Sono come scatole dell’infanzia, poco visibili ai nostri occhi e tutto questo ha un costo sociale. Ci priva di qualcosa. Mi piace citare un bellissimo libro dal titolo Il tempo dei padri, di Sarah Blaffer Hrdy, che riflette sul potere trasformativo dei neonati.

Sui genitori?

Sulla maschilità in particolare: prendersi cura dei neonati aiuta i padri a tirare fuori emozioni come la tenerezza, che hanno un impatto sul loro sistema ormonale e questo si traduce in premura, empatia, riconoscimento dell’altro. Tutte qualità che sembriamo un po’ aver smarrito. Questa riflessione mi piace perché – anche a livello neuroscientifico – ci racconta quanto il rapporto tra le generazioni, e degli adulti con l’infanzia, è un tratto vitale delle nostre società e comunità. Se invece tende a interrompersi o diradarsi, gli adulti perdono qualcosa, a partire dalle nostre qualità più umane e profonde. Nel riconnettere le generazioni c’è un potenziale enorme per il nostro vivere comunitario.

Tornando alla scuola, c’è un tuo bellissimo progetto dal nome “cinque minuti per cambiare la scuola”. In cosa consiste?

L’ho coordinato col mio gruppo di ricerca all’Università Milano-Bicocca, in cui lavoro. L’obiettivo è dare visibilità a quella scuola sana, creativa e democratica, attenta ai bisogni dei bambini e dei ragazzi. In Italia c’è, ma nessuno la racconta. Noi proviamo a farlo perché crediamo nel potere innovativo e trasformativo della scuola.

Vitaly Gariev - Unsplash
Vitaly Gariev – Unsplash

Il positivo a cui si offre poco spazio…

La foresta che cresce al posto dell’albero che cade. Siamo abituati a raccontare spesso il malfunzionamento del sistema scolastico italiano, che non può essere negato, ma ci sono scuole che, anche attraverso la normativa dell’autonomia scolastica, mettono all’opera soluzioni creative per rendere più positiva e stimolante l’esperienza scolastica. Durante tutto lo scorso anno abbiamo avviato una call – sempre aperta – di idee creative per cambiare la scuola. I cinque minuti indicano il tempo sufficiente per raccontarle visto il loro impatto forte e la loro semplicità. Noi abbiamo accompagnato gli ideatori nel passaggio dall’idea al suo racconto. Ormai, da circa un anno e mezzo, raccontiamo queste idee attraverso la nostra pagina Instagram @5minuti_scuola

Cosa ci insegnano queste storie?

Ci ricordano che i grandi cambiamenti nella scuola sono sempre partiti dal basso, dalle sperimentazioni, da qualcuno che ha provato a vedere se si può fare diversamente scuola. Ancora oggi è così, ci sono scuole che propongono esperienze poi copiate da altri. Il nostro motto è, parafrasando Bruno Munari: “Vietato non copiare”. Perché più queste idee vengono copiate, più si riesce a cambiare la scuola dal basso.

Oggi, educare, in molti paesi, significa tenere in considerazione lingue, culture e religioni diverse. Più ostacolo o risorsa, per educare i bambini?

Uso la parola sfida. La diversità nella scuola è senza dubbio una sfida. Lo è stato in passato quando qualcuno ha pensato di mescolare ragazze e ragazzi, di inserire gli alunni con disabilità con i normodotati, quando sembrava folle farlo. La diversità fa paura, è sfidante, e non può essere gestita normalizzandola. Non può essere neutralizzata. Ogni tanto, nelle nostre scuole si neutralizza la diversità non ponendole attenzione.

Questo cosa comporta?

Rischia di rimarcare le disuguaglianze, più che favorire la convivenza. La diversità è stata la scelta della nostra scuola aperta a tutti: è la dimensione a nostra disposizione per educare alla cittadinanza. Un’opportunità straordinaria, perché la convivenza tra diversi nella scuola diventa possibilità di vivere insieme pacificamente. La direzione di separare gli alunni, di creare percorsi di serie a e b (purtroppo anche a livello ministeriale è un po’ quella) va contro la nostra scuola e rischia di farle perdere identità e valore.

Di cosa c’è bisogno invece?

Quello che posso dire, da docente che forma i futuri insegnanti, è che per gestire la diversità bisogna sviluppare competenze legate all’accoglienza dei nuovi arrivati, alla comunicazione con chi parla lingue differenti, alla gestione di gruppi eterogenei che apprendono in maniera diversa. È un terreno di sfida, ma nel quale possiamo esprimere tutto il potenziale di un’educazione che impatti veramente sulla società. Non si nega la difficoltà, ma è talmente grande l’impatto che questo tipo di esperienza può avere, che vale la pena imparare a gestirla.

Pedagogia delle diversità - Anna Granata

Pedagogia delle diversità – Anna Granata