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Come Toronto vive i Mondiali: cultura, identità e politica oltre il campo

by Mariela Torroba Hennigen

Come Toronto vive i Mondiali: cultura, identità e politica oltre il campo
Omar Ramadan - Unsplash

Dai sogni di Capo Verde alla realtà dell’Iran, Toronto vive i Mondiali attraverso la sua diaspora multiculturale. Voci locali raccontano come questo grande evento sportivo si intrecci con le proprie radici, l’identità e la politica, ben oltre il campo di gioco.

Il calcio è stato al centro della scena mondiale nelle ultime settimane. I Mondiali FIFA 2026 si sono svolti tra Stati Uniti, Messico e Canada. Con una sola settimana al termine del torneo e la finale in programma il 19 luglio, persone provenienti da ogni parte del mondo hanno vissuto questo spettacolo sportivo ciascuna a modo proprio.

Toronto (Canada) una delle principali città ospitanti della competizione, sta vivendo questa festa in prima persona. Cuore della diversità culturale canadese, la città respira l’atmosfera dei Mondiali non solo grazie all’evento in sé, ma anche attraverso lo sguardo delle sue comunità migranti e dei suoi residenti, che collegano il calcio alle proprie radici e alle proprie storie di vita.

“È davvero bello vedere la città trasformata dal calcio, piena di maglie e di persone arrivate da ogni parte del mondo”, racconta Rola Fawzy, una residente egiziana-canadese a Toronto. “Però la città è così estesa che a volte mi sembra davvero di vivere i Mondiali, mentre altre volte quasi me ne dimentico.”

Anche Mahsa Yazdaninia, una iraniano-canadese che vive a Toronto, si ritrova in questa sensazione.

“Vedere l’atmosfera della città cambiare è stato di per sé un’esperienza. Quello che mi ha colpito di più è vedere automobili con le bandiere di due Paesi diversi: è la dimostrazione di quanto Toronto sia multiculturale”, racconta. “A essere sincera, a volte mi dimenticavo perfino di vivere in una città che ospitava i Mondiali. Probabilmente perché non abito vicino alle aree dove si svolgevano i FIFA Fan Festival. Gli amici mi hanno raccontato che lì il clima era completamente diverso. L’unico promemoria costante del fatto che Toronto era una città ospitante era il traffico!”

In tutta la città si sono svolti fan festival ufficiali e numerosi eventi alternativi per seguire le partite, creando punti di ritrovo dove tifosi di ogni nazionalità hanno potuto sostenere le proprie squadre. Altri, come Gloria Almonte, hanno vissuto i Mondiali dall’interno, lavorando come volontaria nelle cerimonie pre-partita di tutte e sei le gare disputate a Toronto.

Anthony Maw - Unsplash
Anthony Maw – Unsplash

“Poter fare volontariato nella mia città durante un evento di portata mondiale è stato davvero significativo”, racconta. “Ho avuto l’opportunità di essere sul campo insieme ai giocatori durante gli inni nazionali. Ho visto con i miei occhi la passione e l’entusiasmo che il calcio riesce a trasmettere a persone provenienti da ogni parte del mondo. Ogni partita aveva un’atmosfera unica ed è stato straordinario vedere tifosi, volontari e staff unirsi per creare momenti indimenticabili.”

Le storie e le squadre che hanno conquistato il cuore

Tra le sorprese di questa edizione dei Mondiali, molti si sono lasciati conquistare dal percorso di Capo Verde, soprattutto dalla sua qualificazione agli ottavi di finale e dalle prestazioni del portiere Vozinha.

“C’è qualcosa nella storia di Capo Verde e nel modo in cui è arrivata agli ottavi”, dice Rola Fawzy. “E poi il portiere… mi sono davvero affezionata a quella storia. Mi ha toccato il cuore.”

Joe Conroy, canadese nato in Scozia, definisce il suo rapporto con il calcio “una storia d’amore lunga tutta la vita”. Ha iniziato a giocare da bambino, diventando professionista durante l’adolescenza. Più tardi, dopo il matrimonio e la nascita delle due figlie, ha allenato entrambe fino all’età adolescenziale. Anche durante il suo lavoro come educatore giovanile ha continuato ad allenare le squadre maschili e femminili della scuola in cui lavorava. Oggi, in pensione e prossimo ai 70 anni, dice “Con la grazia di Dio e se la salute continuerà ad assistermi, spero di poter restituire qualcosa al calcio ancora per molto tempo.”

Faccio sempre il tifo per gli sfavoriti”, aggiunge, “Come Capo Verde.”

Quando il calcio diventa cultura

Uno degli elementi più caratteristici dei Mondiali sono i cori dei tifosi sugli spalti. Tra questi, il cosiddetto Viking row è diventato virale sui social. Mentre molti lo trovano affascinante, Hannah Rognan, norvegese residente all’estero e poco interessata al calcio condivide che “non significa molto” per lei.

“Non avevo mai visto questo coro norvegese diventare così famoso prima. Mi ha sorpreso vederlo diffondersi in tutto il mondo e soprattutto in Norvegia, dove ormai viene eseguito perfino durante le sedute formali del Parlamento.”

Frank Huang - Unsplash
Frank Huang – Unsplash

“Per me, da norvegese, non ha un significato così profondo. So che unisce il Paese e questo è positivo, ma […] trovo curioso che all’improvviso si sia deciso di riscoprire le radici vichinghe e di farne un simbolo nazionale, quando in realtà la cultura e le tradizioni vichinghe oggi non occupano un posto centrale nella società norvegese. Detto questo, sono impressionata dal fatto che un Paese così piccolo sia riuscito a raggiungere così tante persone nel mondo e mi diverte vedere quanto questo coro piaccia.”

Secondo Hannah, il fenomeno rappresenta anche “un’eccellente strategia di marketing per la Norvegia, che sta funzionando benissimo. Chi ha avuto questa idea dovrebbe esserne davvero orgoglioso!”. Secondo ESPN, il merito va all’insegnante di scuola elementare Ole Frøystad.

Hannah ritiene inoltre che il successo della Norvegia in questo Mondiale, dopo un’assenza dalla competizione che durava dal 1998, sia legato al modo in cui il Paese promuove lo sport tra i più giovani. “La Norvegia è molto attenta a rendere lo sport accessibile ai bambini e a sostenerli affinché continuino a praticarlo durante tutta la loro crescita.”

“Molti studi confrontano la cultura sportiva norvegese con quella di altri Paesi, sottolineando come altrove si spinga spesso i ragazzi a specializzarsi molto presto in un solo sport (come il calcio) ma in Norvegia, almeno fino ai primi anni dell’adolescenza, l’obiettivo principale è divertirsi e permettere a tutti di partecipare, più che vincere. Credo che questo approccio insegni ai bambini ad amare davvero lo sport e forse spieghi perché alcuni riescano poi a raggiungere livelli così alti. Potrebbe anche essere una delle ragioni per cui un Paese così piccolo sta ottenendo risultati tanto importanti ai Mondiali ed è davvero bello.”

L’Iran e la politica oltre il campo

Se il calcio riesce spesso a unire un Paese, gli eventi politici continuano comunque a riflettersi sul torneo, come dimostra il caso della nazionale iraniana.

Sandro Schuh - Unsplash
Sandro Schuh – Unsplash

“Quando la mia squadra era in campo esisteva solo la partita e tutto il resto spariva”, racconta Mahsa Yazdaninia. “Ma appena finiva il match, guardavo le interviste ai giocatori e al commissario tecnico, ed era allora che riemergevano tutte le questioni politiche.”

Un paio di titoli di giornale non potranno mai raccontare davvero un Paese, soprattutto uno come l’Iran, con oltre 90 milioni di abitanti, ognuno con idee politiche e visioni del mondo diverse. Ogni notizia racconta solo una parte della realtà e può rappresentare, oppure no, una piccola porzione della popolazione. Per questo vorrei che chi segue le notizie lo tenesse sempre presente. Alla fine, tutti desideriamo il meglio per l’Iran, anche se non siamo sempre d’accordo su cosa questo significhi.”

Al termine di ogni partita, Joe Conroy dice di sentirsi “incoraggiato dalla sportività” dimostrata dai giocatori delle squadre avversarie quando si salutano.

“Puoi combattere sul campo per novanta minuti”, conclude. “Ma alla fine puoi andare dall’avversario, congratularti con lui e riconoscerne il valore”.