Dialogo e intercultura United World Week

Che cos’è il dialogo e perché è indispensabile per costruire il mondo che ci meritiamo

Che cos’è il dialogo e perché è indispensabile per costruire il mondo che ci meritiamo
Unsplash - Aarón Blanco Tejedo
Di Roberto Catalano*

Ecco la chiave: sapere di non sapere. Nessuno possiede la Verità assoluta e, dialogando con tutti, possiamo cogliere aspetti, frammenti della verità che ci aiutano a ricomporre un vaso andato in frantumi che possiamo rimettere in sesto solo se siamo ‘insieme’.

«Viviamo in un’epoca non solo di cambiamenti, ma in un vero cambiamento d’epoca», affermava papa Francesco. Viviamo in un mondo dove i riferimenti paiono essere scomparsi e di fronte alla diversità sembra che l’unica soluzione sia lo scontro. Siamo, infatti, spettatori inermi di conflitti e violenze in atto da anni nei confronti dei quali sembra non si possa fare nulla. Anche nei luoghi, che paiono non essere sconvolti da guerre si vive in un costante clima di polarizzazione. Questo significa presenza di tensioni e di potenziali conflitti che possono manifestarsi improvvisamente anche se apparentemente inattesi. Le polarizzazioni che viviamo tutti sulla nostra pelle sono spesso dovute alle sperequazioni sociali, alla provenienza etnico-culturale e, dunque, anche all’appartenenza religiosa. A tutto questo si aggiungono le distanze generazionali, che sembrano trasformare ogni giorno il nostro mondo in compartimenti stagni, con incomunicabilità progressive fra generazioni, veri segmenti isolati all’interno dei loro mondi nelle nostre società.

Michael Dziedzic -Unsplash
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Il dialogo come una chiave

In questo complesso contesto, il dialogo si pone come una chiave ineludibile per il futuro dell’umanità. Infatti, se le parti polarizzanti e polarizzate non trovano un modo costruttivo di iniziare a parlare, per conoscersi, apprezzarsi e offrire all’ ‘altro’ la possibilità e il diritto di ‘essere altro’, saremo condannati allo scontro frontale. In altre parole, è necessario oggi imparare l’arte del dialogare, che potremmo definire come chiave alla sopravvivenza. Non si tratta di una scoperta dei giorni nostri e nemmeno dei tempi recenti. Tutte le culture, se ritornano ai loro albori, si rendono conto che il dialogo ha rappresentato una chiave caratterizzante delle rispettive origini. Basta pensare che il libro fondamentale della filosofia confuciana è I Dialoghi e anche la cultura indiana e quella buddhista si fondano sui dialoghi fra il guru e gli allievi o fra il Buddha e i suoi monaci. Il mondo ebraico, ancora oggi, nei centri di studio e diffusione della propria cultura, procede per dialoghi. Il suo metodo, infatti, è l’hevruta, che significa studiare insieme perché – afferma la sapienza rabbinica – studiare da soli significa restare ignoranti. Dialogico era anche il pensiero e la scuola di Platone e non possiamo dimenticare che le pagine più belle e sfidanti dei vangeli sono quelle in cui Gesù entra in dialogo con i suoi discepoli, con chi incontra per le vie della Galilea e anche con la folla. Sembra, dunque, che dialogare faccia parte dell’essenza umana. Ovviamente ha un suo stile, una sua metodologia e, ovviamente, i suoi fondamenti.

Non è possibile dialogare, infatti, se, prima di tutto, non conosciamo noi stessi. L’identità – sapere chi sono/siamo – è fondamentale per avere la capacità al dialogo.

Debashis RC Biswas - Unsplash
Debashis RC Biswas – Unsplash

Come altrettanto fondante è la coscienza di una certa idea di chi è/sono gli ‘altri’. E questo per me e per la mia comunità. Nella vita di ciascuno di noi, infatti, esiste una costante tensione nella quale siamo chiamati a vivere ogni giorno: fra identità e pluralismo. Con il dialogo è possibile facilitare il passaggio da un possibile incontro-scontro a un apprezzamento dell’altro. La chiave per questo processo è la capacità di mettere in atto la Regola d’Oro nel nostro ambiente e contesto di vita: “Fare agli altri quanto vorresti che fanno a te” e “Non fare agli altri quello che non vorresti che facciano a te”. Ogni cultura porta con sé la ricchezza di una formulazione della Regola d’oro, che si manifesta come un know-how indispensabile per guarire differenze, polarizzazione e anche arrivare alla pace, alla comprensione e apprezzamento reciproco. In effetti, la Regola d’oro, se messa in pratica, ha la grande capacità di mettere in moto meccanismi di adattamento reciproco e aiuta singoli e gruppi a gettare ponti, dimenticando la possibilità dello ‘scontro’. L’esperienza della Regola d’oro aiuta a essere aperti costantemente verso chi è diverso da me/da noi. E apertura significa imparare dall’altro, crescendo e cambiando anche la nostra percezione della realtà.

L’essere confrontati sospende il pregiudizio e produce una domanda

Un secondo aspetto che il dialogo ci richiede è quello di partecipare. La Regola d’oro aiuta a non chiudersi su sé stessi e a non essere autoreferenziali e, dunque, abbassare le difese e aprirsi a chi è diverso da me/noi, imparando non poco dalla sua cultura, dalla sua personalità e religione. Tali atteggiamenti, tuttavia, richiedono reciprocità. Infatti, non è possibile fare il dialogo da soli. È necessario essere insieme a vivere la Regola d’Oro. È un modo per rispondere all’apertura dell’altro. Tutto questo contribuisce alla fiducia reciproca, che non può mai essere data per scontata. La si deve conquistare ogni momento e a ogni incontro. E questo ci aiuta a trattarci come uguali, eliminando pregiudizi e discriminazioni, che tutti abbiamo, retaggio del nostro ambiente e dell’educazione ricevuta, ma anche del bombardamento mediatico cui siamo soggetti oggi. E, infine, è necessario essere empatici, sentire quanto l’altro sente e viverlo con lui o con lei.

Vince Fleming - Unsplash
Vince Fleming – Unsplash

Nel corso di questi processi se si tratta di vero dialogo, i due o più protagonisti – come individui ma anche come gruppi/comunità – vivono una esperienza in cui ciascuno «si sente implicato, minacciato, incoraggiato, stimolato, provocato, profondamente scosso».[1] Il dialogo ha una valenza trasformante: se ne esce sempre profondamente diversi da come si è entrati. Ovviamente, ognuno è figlio della propria etnia, cultura, comunità sociale (gruppo, clan, tribù, casta, partito politico ecc.) e porta con sé pregiudizi nei confronti dell’altro e delle altre comunità. Avere ‘pregiudizi’ non è necessariamente negativo. Lo diventa quando questi si trasformano in dogmi incrollabili. Il filosofo tedesco Gadamer valorizza l’importanza di possedere pregiudizi che ritiene legittimi e che, come tali, non possono essere condannati o eliminati.[2] Non si tratta, infatti, di rinnegare la propria tradizione di provenienza o prendere le distanze dalle origini religiose e culturali che ci caratterizzano. Non sarebbe possibile, in quanto ciascuno di noi è legato in maniera indissolubile alla propria tradizione e a quelle prospettive che gli/le sono state trasmesse. Il processo è, piuttosto, quello di un andirivieni ermeneutico, che precede l’incontro con l’ ‘altro’ e che permette di cambiare, raffinare e correggere le aspettative che ciascuno porta in cuore e nella mente. Non è facile essere coscienti di questi pregiudizi che ciascuno di noi ha in sé. Ce ne rendiamo conto solo quando essi vengono sfidati e messi in discussione da uno stimolo esterno. Proprio qui inizia il processo che ci può portare a capire il ‘diverso’. L’essere confrontati da qualcuno, infatti, interrompe o sospende il pregiudizio e produce una domanda.[3] Ciò che importa è essere pronti a accettare questo processo che porta alla coscienza socratica del ‘sapere di non sapere’. Infatti, una domanda può essere formulata e posta solo da chi è cosciente della propria ignoranza e desidera conoscere.

Ecco la chiave: sapere di non sapere. Nessuno possiede la Verità assoluta e, dialogando con tutti, possiamo cogliere aspetti, frammenti della verità che ci aiutano a ricomporre un vaso andato in frantumi che possiamo rimettere in sesto solo se siamo ‘insieme’. Ma per tutto questo è necessaria la pazienza di costruire o ricostruire momento per momento, giorno dopo giorno una ‘cultura del dialogo’. Ognuno ne è protagonista.

*L’autore è professore presso l’Istituto Universitario Sophia ed esperto in dialogo interreligioso

[1]  R. Panikkar, L’incontro indispensabile: dialogo delle religioni, Jaca Book, Milano 2001, 33.

[2] Cfr. H.G Gadamer, Truth and Method, Sheed & Ward, London, 1975, 277.

[3] Cfr. H.G Gadamer, Truth and Method, 207.

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