Aeham Ahmad: il pianista di Yarmouk nel cielo bombardato della Siria
Tra le macerie della Siria, l’arte si fa resistenza. Scopri la storia di Aeham Ahmad, il “pianista di Yarmouk”, che ha sfidato l’orrore della guerra con la bellezza invincibile delle sue note musicali.
Un pianoforte tra le macerie della guerra. La bellezza germogliata nell’orrore. La musica contro la violenza estrema delle bombe. L’arte, che è sempre strumento del dialogo e dell’incontro, dove incombe il suo contrario. Dunque, dove ce n’è più bisogno. La pace cercata, pregata, implorata con un gesto disarmato, potente, apparentemente piccolo ma incancellabile. Le note e il canto, ovvero il bianco della pace, contro il nero di ogni conflitto.

La musica come resistenza tra le macerie della Siria
C’è tutto questo nei tasti pigiati da Aeham Ahmad, che ha portato il suo pianoforte tra i sassi, la polvere, le rovine, la povertà, la fame e il dolore del campo profughi di Yarmouk, in Siria. L’ha suonato durante la guerra civile, tra i palazzi sventrati, le pietre accumulate nelle strade.
Lo ha fatto per i bambini, per proteggerli dalla tragedia, distrarli dall’atrocità. Poi per se stesso, per rimanere umano, e per chi non riusciva più a vedere un filo di luce.
Può un’immagine scalfire, affrontare, combattere il mostro della guerra? Se è capace di attraversare il mondo e di commuoverlo, di incunearsi nell’anima e di restare addosso, di far emergere la distanza abissale tra se stessa e il luogo in cui avviene, allora quell’immagine è strumento efficace della pace. Seme di resistenza, umanità e speranza.
È immagine più forte del suo opposto. Risposta immortale dell’essere umano alla piaga antica, profonda, che attanaglia la sua condizione. È Davide contro Golia, e sappiamo come andò.
Aeham Ahmad, di etnia palestinese, è nato e cresciuto nel campo profughi di Yarmouk, quartiere di Damasco, fino a che è dovuto fuggire, dopo che quel pianoforte, il 17 aprile del 2015, è stato bruciato dall’ISIS. Brutalmente, perché ritenuto pericoloso, nemico. Perché considerato arma da annientare, anche per quel giro del mondo compiuto grazie a internet.
«Andò tutto velocissimo», ricorda Aeham nel libro Il pianista di Yarmouk, con cui racconta, in prima persona, la sua storia: «Il predicatore entrò dentro la rimessa vicino al checkpoint e riuscì con due bottiglie di plastica piene di un liquido marroncino. Io iniziai a indietreggiare, ad allontanarmi dal blocco. Il predicatore rovesciò le bottiglie sul nostro carretto».
Il viaggio del profugo: dalla rotta balcanica all’Europa
Il pianoforte di Aeham prese fuoco, e la sua stessa vita, a Yarmouk, non era più sicura. La sua storia, da allora (e il libro la racconta bene) divenne quella di un migrante in fuga dalla guerra, di un profugo sulla rotta balcanica, nella speranza di raggiungere l’Europa. Divenne vita sospesa come tante (troppe) altre. Vite invisibili e in pericolo, fino all’arrivo (per nulla scontato) nel vecchio continente.
La vita di Aeham Ahmad è stata salvata nuovamente dalla musica, dopo che, come tante altre, era stata costretta a un cammino forzato, duro, rischioso, verso le luci di una ricchezza spesso indifferente. Fredda, diffidente, quando non ostile e respingente.
La vicenda di Aeham Ahmad si è trasformata in un viaggio dalla Siria alla Germania, dove ha ricominciato a suonare dopo essere passato per la Turchia e la Grecia. Per i boschi e per il mare, per il freddo, la solitudine e la paura. Persino per la prigionia e il naufragio. Per la separazione dolorosa, per fortuna non definitiva, da sua moglie e dai suoi figli.
Nel libro c’è anche questo: non solo il pianoforte tra le macerie. Non solo la forza di immagini che hanno fatto il giro del mondo, toccando il cuore di milioni di persone e sintetizzando la sofferenza della Siria, ma anche l’invincibile desiderio umano di reagire al demone della guerra.

“Il pianista di Yarmouk”: un libro tra memoria e speranza
Dentro Il pianista di Yarmouk c’è la storia di Aeham Ahmad precedente alla guerra: la bellezza profumata di un paese ancora in pace, il suo negozio di strumenti musicali a Yarmouk, le rivolte nei paesi arabi all’inizio degli anni dieci, poi la guerra, con le sue ingiustizie più atroci, a partire dall’uccisione di Zenaib, una bambina colpita da un cecchino mentre per strada ascoltava, e accompagnava, la musica di Ahmed al pianoforte.
Ne parla abbondantemente, con grande dolore, il protagonista del libro, tra il racconto delle rotte battute da moltitudini di disperati in fuga e quello della nuova vita in Germania, nell’Europa dove esegue concerti. Tra la solitudine prima di abbracciare i propri cari e la nostalgia di casa, in una vita, comunque, da rifugiato.
«Certi giorni mi faccio prendere dalla malinconia. E dalla rabbia. Altri però mi sento felice», scrive Aeham alla fine del libro. «A volte ho l’impressione che le giornate buie stiano diventando meno. E poi ci sono giorni così luminosi che mi sento libero da ogni senso di colpa. Quando un concerto riesce particolarmente bene, quando penso di aver raggiunto qualcosa, di aver davvero reso il mondo un po’ migliore».
Sono parole di speranza, alla fine di una storia resa unica da un gesto straordinario, divenuto immagine iconica, simbolica, in tanti posti del mondo. Un’immagine di pace, di bellezza, di risposta. Un’immagine importante, anche se, conclude Aeham Ahmad, «le immagini non raccontano mai l’inizio delle storie. E su quello che accade dopo tacciono». Per questo esistono i libri, specialmente quelli belli come Il pianista di Yarmouk.
