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L’anello della Pace

 
 
Di Roberto Catalano.

Lindao accoglie 900 leaders religiosi

L’Anello della Pace – Ring for Peace – ha accompagnato per quattro giorni i 900 leaders e rappresentanti delle maggior religioni del pianeta, riuniti sull’isola di Lindau, gioiello nel cuore del ramo tedesco del lago di Costanza. Questo piccolo capolavoro artistico alto sette metri e mezzo è una scultura concepita da Gisbert Baarman, un artista tedesco che lo ha realizzato con 36 tipi di legno provenienti da diverse parti del mondo. È stato posto al limite del Luitpold Park, la punta estrema della Ilsen, l’isola-centro storico della cittadina tedesca, che ha ospitato nei giorni scorsi la X Assemblea Mondiale di Religioni per la Pace, già nota come Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace. Si tratta, con tutta probabilità, della prima grande organizzazione mondiale nata nel 1970 per incoraggiare e costruire il dialogo interreligioso. Il Parlamento Mondiale delle Religioni, svoltosi alla fine del XIX secolo a Chicago, era senza dubbio stato un segno profetico di quanto sarebbe avvenuto nel secolo successivo, ma si era poi fermato per cento anni, fino alla sua ripresa nel 1992. Religions for Peace, nata a Kyoto come World Conference of Religions for Peace (WCRP), per desiderio e impegno di vari protagonisti della prima stagione pionieristica del dialogo interreligioso, raggiunge così il mezzo secolo di vita.

L’Anello della Pace di Lindau sembra voler essere il simbolo di questa stagione importante, quella della continuità, che ha visto l’esperienza dell’incontro fra fedeli di altre religioni muovere i primi passi, a volte timidi e confusi, per arrivare, attraverso fasi alterne ed un viaggio spesso su terreni scoscesi e pericolosi, a quello che si è visto a Lindau. Dalla fine degli anni Sessanta, quando questo organismo fu pensato da vari rappresentanti di diverse fedi – fra questi un ruolo particolare lo ebbe il Rev. Nikkyo Niwano, fondatore del Movimento buddhista giapponese della Rissho Kosei-kai – il mondo è profondamente cambiato. Le sfide, comunque, restano ancora le stesse e, forse, si sono ulteriormente complicate. La minaccia atomica – allora vera ‘spada di Damocle’ della Guerra Fredda – resta ancora tale, con i giochi pericolosi che hanno come teatro la penisola coreana ed il sub-continente indiano. La globalizzazione ha acuito il divario fra ricchi e poveri. Ma la grande novità è che negli ultimi decenni le religioni sono tornate protagoniste della scena pubblica portando alla ribalta il grande quesito: potenziale causa o soluzione delle tensioni e dei conflitti?

In questi decenni, sullo scenario mondiale si sono alternati momenti di speranza – basta ricordare il grande avvenimento di Assisi 1986 – ad altri di terrore con un progressivo processo di radicalizzazione del fatto religioso. L’11 settembre è solo la punta dell’iceberg che, sebbene presenti il problema nel cuore dell’Islam, progressivamente demonizzato ed identificato con il radicalismo religioso, ha interessato tutti i fenomeni e le tradizioni religiose. Siamo stati testimoni, in questi ultime due decadi, soprattutto in Europa, di quanto stiamo vivendo in un mondo che molti di noi non avevano previsto. In occidente, grandi sociologi negli Anni Settanta – quando Religions for Peace nasceva – avevano previsto la scomparsa del fatto religioso e dell’interesse dell’uomo e della donna post-moderni per esso. Oggi, invece, ci rendiamo conto che le migrazioni ci portano chi crede diversamente alla porta accanto alla nostra e questo ci inquieta e ci interroga sulla nostra identità. Intanto, negli altri angoli del mondo, la religione o le religioni hanno continuato ad essere profondamente legate al tessuto sociale ed esistenziale delle rispettive culture e civiltà. La globalizzazione è riuscita a far spostare e migrare anche le fedi e buddhismo e induismo sono approdate in Europa, insieme all’Islam, anche se in modo discreto rispetto ad esso, ma forse ancora più penetrante.

Intanto, a parte i conflitti che sembrano non finire mai come una vera Idra di Lerna, alla quale tagliata una testa ne crescevano altre, si sono presentate altre sfide. Prima su tutte quella ambientale che, proprio in questi giorni, con i grandi roghi dell’Amazzonia interroga il futuro del mondo. I 900 delegati al grande convegno di Lindau si sono dovuti confrontare con queste sfide, alternando momenti di riflessione all’ascolto di un vissuto fatto di buone pratiche, che dimostrano come le religioni e le rispettive comunità a cui danno vita, possono offrire proposte di soluzione concreta e sostenibile alle sfide del pianeta. Il titolo della kermesse era sintomatico: Caring for our Common Future: Advancing Shared Well-Being. Prendersi cura del futuro, infatti, significa proprio camminare insieme e preparare un benessere condiviso, che oggi pare ancora molto lontano. Il dibattito, forse a differenza del passato, si è presentato molto concreto con proposte ben definite e calibrate al termine delle varie plenarie. Si è approvato un Protocollo per la Riconciliazione, preparato e sperimento negli anni scorsi da diverse comunità, coscienti che, senza il perdono, non si può sperare in un futuro sereno e di pace. Ma ci sono state anche proposte concrete di richiesta agli stati di un taglio simbolico ai rispettivi fondi per gli armamenti per arrivare ad una sensibilizzazione universale alla pace. Si è toccato, ovviamente, anche il nodo della prevenzione e la soluzione dei conflitti – con esperienze concrete in Asia e Africa -, ma anche la situazione ed il ruolo della donna, vera protagonista del dialogo in un mondo – quello religioso – ancora troppo dominato dalla presenza maschile. A questo proposito un atto profondamente significativo è stata, per la prima volta in mezzo secolo, la nomina di una donna come Segretaria Generale dell’organizzazione. Azza Karram, olandese di origini egiziane, da anni attiva presso le Nazioni Unite, oltre ad essere donna è anche musulmana. Una donna musulmana al vertice di una organizzazione per la promozione del dialogo fra gli uomini e le donne di fede è senza dubbio un passo significativo. Riconoscere la centralità della donna in un organismo internazionale di dialogo interreligioso, significa valorizzarne il ruolo cruciale che non è quello rituale o di leadership religiosa e amministrativa, ma di fautrice di dialogo grazie ad un carisma che Giovanni Paolo II definiva ‘genio femminile’.

Ovviamente, le sfide rimangono e, col passare del tempo, diventano probabilmente più complesse, ma la X Assemblea Mondiale di Religions for Peace ha confermato un aspetto essenziale per chi crede e vive nel dialogo: la necessità della continuità e della fedeltà. Elemento fondamentale, emerso in questi giorni, è la profonda rete di rapporti costruiti in questi decenni che hanno permesso spesso di risolvere problemi locali ed internazionali grazie alla fiducia costruita fra molti protagonisti di questa esperienza. Altro elemento da non trascurare. Alcuni dei delegati sono cresciuti alla scuola dei padri fondatori e portano, quindi, il DNA del dialogo. È questo quello che ha sottolineato Kosho Niwano, co-moderatrice di Religione per la Pace, che nella sessione di apertura ha voluto ricordare il nonno, Nikkyo Niwano, e l’importanza di essere cresciuta con lui per la sua formazione come donna di dialogo. Si è, quindi, definita nipote non solo di Niwano ma anche di Religions for Peace. Il susseguirsi delle generazioni è fondamentale per la storia dell’uomo come insegna il libro del Quolet. Lo abbiamo toccato con mano tutti insieme a Lindau.

Tuttavia, come accennato l’Assemblea Generale di Lindau non si è limitata ad incontri e discorsi. Con il tema generale “Prendersi cura del nostro futuro comune”, si è discusso soprattutto di quattro punti, che hanno visto l’approvazione di altrettante risoluzioni: come “prevenire la strumentalizzazione della religione che giustifica la violenza”, collaborare con i governi per l’abolizione delle armi nucleari, sviluppare una condivisa “Alleanza di Virtù” tra religioni e supportare l’iniziativa “Interfaith Rainforest” contro la deforestazione e il cambiamento climatico. Passi importanti su cui lavorare nei prossimi anni insieme ad altri.

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