Da Picasso a Bansky: “L’arte non si limita a rappresentare il mondo, può contribuire a trasformarlo”
L’arte non è solo memoria, ma forza viva. La storica dell’arte Giulia Spoltore ci guida tra le grandi opere che hanno sfidato la guerra, dimostrando come la bellezza possa trasformare la società e costruire una cultura di pace universale.
La pace è aspirazione dell’uomo, sogno, ideale, ma anche responsabilità e dovere. Per questo, il tema della pace è entrato spesso nell’arte. Insieme con Giulia Spoltore, storica dell’arte e funzionario presso l’Istituto centrale per la grafica di Roma (dell Ministero della cultura), proviamo a parlare di pace attraverso alcune importanti opere d’arte figurativa. Partiamo da una che proprio La Pace si intitola, di Antonio Canova.

Giulia, che caratteristiche ha quest’opera?
La Pace possiede una stratificazione di significati senza tempo. Compiuta tra il 1812 e il 1815, su commissione di Nikolaj Petrovič Rumjancev – diplomatico e promotore di trattati di pace per la Russia – rappresenta un concetto sul quale Canova riflette mentre l’Europa è lacerata dalle guerre napoleoniche. L’artista parla al presente, radicandosi profondamente nelle radici classiche della cultura europea.
Come?
La scelta stessa del marmo, attribuibile al committente, richiama l’antichità classica e il desiderio degli antichi di eternare opzionando materiali lapidei. Iconograficamente, Canova costruisce la figura attingendo a un lessico antico: la figura della pace richiama la Nemesi greca, simbolo della giustizia distributiva, mentre il serpente – mutuato dalla tradizione numismatica romana – allude alla guerra che viene dominata e neutralizzata.
Un serpente simbolico?
Nella cristianità simboleggia il demonio, la personificazione del male. Questa scelta rientra in una continuità di significati che l’artista cavalca. Anche la scelta del latino per le iscrizioni, frutto di trattativa diplomatica, esprime messaggio politico e culturale: lingua comune per ideale comune, auspicio di concordia fra le nazioni europee.
Opera politica, dunque….
La storia successiva di questa scultura conferma quanto sia stata, suo malgrado, continuamente coinvolta in equilibri geopolitici. Donata allo Stato dopo la morte di Rumjancev – ed entrata nel primo museo pubblico russo – viene trasferita da San Pietroburgo a Mosca e, nel 1953, a Kiev, per volontà di Nikita Krusciov. È un passaggio rivelatore.
In che senso?
La Pace diventa parte dell’identità culturale ucraina, un’eredità simbolica resa oggi ancora più significativa dal contesto internazionale. Nel 2022, col marmo originale messo in sicurezza per proteggerlo dalla guerra, il gesso canoviano di medesimo soggetto è stato esposto a Firenze a Palazzo Vecchio, a poca distanza dal Quarto Stato di Pellizza da Volpedo: quasi a dire che la pace appartiene ai popoli che si oppongono strenuamente alla follia della guerra.
Parlando di pace mi viene in mente Picasso. In che modo, Guernica – un quadro sulla guerra – ci parla di pace e come lo relazioniamo al fatto che nel dopoguerra, Picasso è diventato attivista del movimento per la pace creando la Colomba della pace e il tempio della pace?
Guernica, realizzata nella primavera del 1937, è uno dei più potenti manifesti realizzati contro la guerra, e perciò ci parla profondamente di pace. Picasso non la rappresenta in modo diretto, ma attraverso la denuncia assoluta della barbarie: mostra ciò che accade quando la pace viene tradita. La violenza che attraversa la tela – il grido della madre, il cavallo ferito, la luce accecante della lampadina, i corpi spezzati – non è spettacolarizzata: è dolore collettivo senza eroismi, senza narrativa celebrativa, senza alcuna giustificazione. Anche la grandezza della tela (oltre 3,5 metri di altezza e più di 7 in lunghezza) racconta il peso schiacciante dell’abominio che la guerra rappresenta per l’uomo.
Tanta cupezza anche nella scelta dei colori?
La monocromia racconta l’assenza della vita e della gioia che il colore rappresenta nelle sue sfumature. Questa radicalità rende Guernica un’opera di pace. Picasso rifiuta ogni retorica e restituisce la guerra per quello che è: aberrazione che annienta l’umano.

Guernica anticipa il Picasso attivista del dopoguerra?
Certamente. Il trauma della guerra civile spagnola e della Seconda guerra mondiale, segnano una soglia nella sua vita. A partire dagli anni Cinquanta, l’artista sente la necessità di tradurre la propria posizione etica in immagini nuove, capaci di diventare strumenti di comunicazione immediata per un pubblico vasto. Nascono così due dei più potenti simboli universali del Novecento: la Colomba della pace e il Tempio della pace.
La Colomba…
Scelta come emblema del Congresso mondiale della pace del 1949, diventa presto icona globale perché unisce una forma estremamente sintetica a un significato leggibile da chiunque. Non è un simbolo politico in senso stretto, ma un’immagine archetipica che attraversa le radici giudaico cristiane: pensiamo alla colomba che annuncia a Noè la fine del diluvio, o quella che scende come Spirito nel battesimo di Gesù e dà avvio la sua missione salvifica.
E il Tempio della pace?
Appartiene a una dimensione più meditativa, quasi sacrale. Non è tra le sue opere più note e riflette un’idea spirituale della pace. È un grande ciclo pittorico realizzato tra il ‘52 e il ‘53 per la cappella del castello di Vallauris, in Provenza ed è oggi parte del Musée National Picasso, La Guerre et la Paix. Picasso vuole trasformare quello spazio sacro in luogo dedicato alla riflessione sulla pace: tempio laico e simbolico.
Come procede?
L’artista adopera la curvatura delle volte e l’unità dello spazio come parte integrante dell’opera. Non si limita a decorare: riconfigura l’ambiente per creare un percorso che oggi definiremmo “immersivo”. L’insieme misura oltre 100 m², ed è realizzato su pannelli flessibili poi adattati alle pareti. L’opera racconta due mondi: la pace e la guerra, con la prima che entra nel pannello della seconda come una guardia nuda con una lancia, una bilancia e uno scudo su cui è rappresentata la colomba.
Un significato vicino a La Pace di Canova?
Esatto, e la figura che amo di più è un cavallo alato che traina un aratro guidato da un bambino: immagine potentemente simbolica. Rimanda a Pegaso e all’ispirazione divina, ma anche alla profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri”, trasformando così gli strumenti di morte in strumenti di vita.
Tre opere e un percorso coerente…
Picasso si avvicina alla pace perché ha fatto esperienza della guerra. Guernica è l’atto di denuncia; le opere del dopoguerra, sono la proposta. Picasso ci dice: dopo aver mostrato cos’è la guerra, sono chiamato a riflettere su cosa può essere la pace. Questa continuità rende il suo contributo così importante. Picasso ci ricorda che la pace non è solo assenza della guerra, ma processo attivo, impegno personale e collettivo, immagine da inventare e reinventare continuamente. L’arte non si limita a rappresentare il mondo, può contribuire a trasformarlo.
Anche con i luoghi…
Certamente, e abitando a Roma non posso non menzionare l’Ara Pacis, il grande altare innalzato dal Senato per la pace conquistata da Augusto nel 9 d.C. dopo le campagne di Spagna e Gallia. È un monumento di propaganda, che legittima il potere politico di una figura storica straordinaria, ma ci dice come la pace sia una leva per tutti. Soprattutto, ci tengo a menzionare una chiesa: Santa Maria della Pace, sulla quale sta uscendo un volume importante per il Ministero della Cultura, che ho il privilegio di curare con tre importanti storici dell’architettura: Paul Davies, Maria Beltramini, Augusto Roca De Amicis.
Di cosa si tratta?
Di una chiesa straordinaria che conserva opere di Raffaello, Orazio Gentileschi, e deve un aggiornamento seicentesco a Pietro da Cortona. Oggi finalmente riusciamo a restituirle l’attenzione che merita.
Da dove nasce il nome?
Da una vicenda che intreccia miracolo, devozione popolare e politica pontificia nel cuore della Roma del Quattrocento. Santa Maria della Pace nasce da una concatenazione di eventi: un miracolo popolare, una guarigione attribuita alla Vergine, un voto fatto da papa Sisto IV durante una minaccia di guerra, e infine una pace ritrovata. L’edificio stesso della chiesa e la sua dedicazione alla “Madonna della Pace” sono il sigillo di una storia di sofferenza, fede e gratitudine, che trasformò un’immagine ferita da un sacrilegio nel centro spirituale di un nuovo e splendido santuario romano.
Cosa troviamo in S.M. della Pace?
Nella grande regia decorativa elaborata da Pietro da Cortona, un ruolo centrale è affidato alle figure allegoriche che animano gli arconi e la controfacciata. Sono le Virtù che rappresentano un vero e proprio “codice morale” inscritto nell’architettura: la Fortezza, la Prudenza. Questo ciclo seicentesco si integra armoniosamente, nel percorso iconografico della chiesa, con le due grandi allegorie della Pace e della Giustizia, collocate sopra il timpano dell’altare maggiore, ma anche in controfacciata. Sono parte essenziale del programma decorativo, volto a esaltare il titolo stesso della chiesa. La Pace si fonda sul duplice asse biblico che lega Maria al dono della concordia messianica mentre la Giustizia — virtù regale e divina — evoca la visione conciliata del Salmo 85, secondo cui “giustizia e pace si baceranno”.
Allegorie non solo come ornamenti….
Sono strumenti teologici: guidano lo sguardo lungo l’asse simbolico che unisce il presbiterio all’ottagono, articolando un discorso morale che dalla Pace — dono divino e fondamento della chiesa — si irradia nelle virtù, chiamando chi entra a muoversi in uno spazio che non è solo architettura, ma itinerario di elevazione spirituale.
Avvicinandoci ad aggi, mi colpisce Tuttomondo: il murale di Keith Haring realizzato a Pisa nel 1989, sulla parete esterna della Chiesa di Sant’Antonio Abate. Cosa ne pensi?
Tuttomondo è l’ultima opera pubblica – credo l’unica pensata come permanente – dell’artista americano. Completata in soli quattro giorni con l’aiuto di studenti e maestranze locali. Haring, invitato a Pisa, rimane colpito dalla città e desidera lasciare un segno. Così il Comune e il parroco della chiesa concedono la grande parete nord del convento, semidistrutto dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Cosa vediamo nel murale?
Circa 30 figure tra uomini e animali antropomorfi, definite dai tipici contorni neri e da colori vivaci. Non c’è un centro narrativo: la composizione è un flusso continuo e dinamico, un po’ come il nostro quotidiano tran tran. Ogni figura porta con sé un simbolo, per un racconto visivo di pace, armonia, cooperazione e unità del genere umano.
Quali simboli?
Una croce formata da 4 figure che rappresenta la croce pisana, simbolo della città; le forbici antropomorfe che tagliano un serpente alludono alla vittoria del bene sul male. Un uomo che sostiene un delfino invita alla cura della natura; le figure umane di colori diversi che condividono la stessa forma, suggeriscono uguaglianza e superamento del razzismo. Una madre che culla il bambino celebra la maternità e la continuità della vita. La figura con il braccio che si ricongiunge alla gamba allude al simbolo dell’infinito.
Ancora più vicini al presente, penso all’opera di Bansky, Dove of Peace, con la colomba che indossa un giubbotto antiproiettile.
Realizzata sul muro di separazione a Betlemme, nel 2005, Dove of Peace grida una cosa forte e chiaro. Come indica il mirino puntato, la pace è sempre sotto attacco e dunque va difesa. Direi, interpretando in modo personale, non con la lotta armata, ma cercando un giubbotto antiproiettile da metterle: sappiamo che l’unico giubbotto antiproiettile contro la guerra è l’amore, in ogni sua forma praticata, dalla gentilezza al sacrificio di sé.
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Del rapporto tra arte e pace si è occupato anche Michelangelo Pistoletto. Penso all’installazione La pace preventiva…
Fu presentata nel 2023 a Palazzo Reale di Milano, ed è molto importante nell’ultima fase della ricerca dell’artista, incentrata sulla trasformazione sociale attraverso l’arte. La pace preventiva occupava integralmente la monumentale Sala delle Cariatidi, ferita dai bombardamenti del 1943 e volutamente lasciata con quei segni, perché in Italia il restauro non significa alterazione della storia, ma accettazione della stratificazione che in questo caso vuol dire anche registrare la follia della guerra. Un luogo carico di memoria storica, dunque, lo stesso in cui nel 1953 fu esposto il Guernica di Picasso. La pace preventiva era in dialogo strettissimo con la storia della sala.
In cosa consisteva?
In un labirinto di cartone ondulato, steso e modulato sull’intera superficie della sala. All’interno si aprivano nicchie e snodi che accoglievano alcune delle opere più significative di Pistoletto. Tra cui le iconiche Venere degli stracci, Mappamondo, La mela reintegrata, La colomba della pace. Il visitatore era invitato a camminare dentro un tracciato sinuoso, volutamente disorientante, concepito come metafora del cammino interiore necessario per “uscire dal labirinto della realtà quotidiana e instaurare la Pace Preventiva”.
Cosa si intende per pace preventiva?
La convinzione che la pace non sia un risultato successivo al conflitto, come accade nella geopolitica tradizionale, ma un processo che va instaurato prima, attraverso responsabilità individuali e collettive. Come dichiara lo stesso Pistoletto, l’arte deve mettere il cittadino “al centro di una trasformazione responsabile della società” e attivare pratiche di partecipazione democratica che allarghino l’orizzonte del possibile. Il labirinto de La pace preventiva si caricava di un’ulteriore valenza simbolica: un invito a riconoscere il “mostro” che abita il conflitto, ma anche le nostre menti contorte.