Arte e impegno sociale

Da Plur1bus a This is us: le serie Tv per parlare di “noi”

by Edoardo Zaccagnini

Da Plur1bus a This is us: le serie Tv per parlare di “noi”
"Plur1bus" - Apple TV Press

Partendo dalla nuova serie di Apple TV, esploriamo racconti che sfidano l’idea di una pace artificiale. Una riflessione sull’importanza delle ferite, dei talenti e della libertà individuale per costruire una società veramente unita

Nessuno si salva da solo. Lo sa bene Carol Sturka, interpretata da Rea Seehorn nella recente e potente serie Plur1bus, su Apple Tv. Un virus dallo spazio ha reso tutto il mondo – tranne dodici persone oltre a Carol – privo di personalità, di vera identità, di capacità critica e uso pieno delle emozioni. Tutti sono – o sembrano – felici. Obbedienti, sereni. Invece sono immersi in una pace finta, che li ha resi tutti innocui, placidi, disponibili, ma spenti. Identici tra loro. Sovrapponibili.

Carol non ci sta, e inizia la sua battaglia, perché quella non è vita. Rivuole le persone com’erano, anche se tutto può sembrare meglio di prima, meglio della vita precedente all’invasione indiretta degli alieni che hanno gettato il virus da un pianeta distante 600 anni luce dalla Terra. A Carol manca quella vita impegnativa, non priva di dolore e ingiustizia, perché è l’unica che l’essere umano sa e può vivere.

"Plur1bus" - Apple TV Press
“Plur1bus” – Apple TV Press

Carol e Manousos: solitudini unite

Carol prova a chiedere sostegno ai dodici immuni come lei, che però preferiscono godersi la vita in quell’assurdo mondo: comodo ma vuoto. Tutti tranne il paraguaiano Manousos, che vive questa nuova condizione come inaccettabile e si allea con Carol per combattere il nemico. Anche se Carol, a un certo punto, vacilla sedotta dalle lusinghe di quella realtà apparentemente ideale, ma invece distopica, dove l’io non esiste più, sacrificato in nome di un noi mansueto, artificiale, eterodiretto, non umano.

Manousos e Carol chiuderanno la prima stagione di Plur1bus unendosi per salvare il mondo, dopo che è maturata lentamente, in loro e attraverso loro, la domanda di fondo di Plur1bus: come deve essere la relazione tra io e noi per definirsi autentica e sana?

Sul concetto stesso di unità, di fratellanza, di comunione, ci fa dunque riflettere la serie Plur1bus – creata dal Vince Gilligan di Breaking Bad. Cos’è il vero noi, se non la moltiplicazione, la sinergia, anche faticosa, spesso difficile, di tanti io vivi, capaci ognuno di fare la differenza e di essere straordinari con i doni che a ciascuno sono stati offerti?

Il Kevin di This is us risponde a questa domanda

A questa domanda, posta con intelligenza nei nove episodi di Plur1bus (che non a caso mette il numero “1” in mezzo, al posto della lettera “I”, proprio per sottolineare il rapporto migliore che dev’esserci tra il singolo e la collettività), risponde un’altra serie, sempre americana e sempre preziosa, almeno nelle prime due stagioni: This is us, che già nel titolo è un elogio del vero ‘noi’.

Il ‘noi’, in questo caso, è composto da una famiglia imperfetta, con individui diversi ma vivi, capaci di sbagliare ma anche di capire e aiutarsi, provando mille emozioni. C’è una sequenza, in particolare, che ci aiuta a ragionare sulla bellezza del vero ‘noi’: uno dei personaggi, Kevin, mostra un quadro astratto alle nipoti, le figlie del fratello Randall. Un quadro pieno di frammenti colorati, da lui stesso dipinto.

«La vita è piena di colori – spiega alle bambine – e ognuno di noi, venendo al mondo, aggiunge i suoi colori al quadro». Ecco l’apporto speciale che ogni singolo può dare a tanti, coi suoi talenti da usare come semi, con la sua unicità che contribuisce a migliorare il mondo, colorandolo metaforicamente. Dipingendolo, Kevin si è chiesto: «E se ognuno di noi fosse in ogni parte del quadro? Se i colori che ognuno di noi continua ad aggiungere si mescolassero l’uno all’altro fino a renderci tutti dello stesso colore? Una cosa sola, un unico grande quadro?»

Potrebbe interessarti anche leggere: “Il cinema smonta pregiudizi”: MedFilm Festival come strumento di trasformazione

Kevin parla della relazione tra l’io e il noi dove ognuno può aggiungere qualcosa di prezioso. Di speciale e diverso da ogni altro. L’unità, per Kevin, nasce dall’alleanza tra le differenze, da una visione positiva sia dell’io che del noi, dove il primo non schiaccia il secondo e viceversa, dove il primo non si annulla per quel noi che secondo Kevin continua a vivere anche dopo la morte, con il segno lasciato al mondo.

La piccola lezione di Ted Lasso sul ‘noi’

Anche Ted Lasso, il protagonista dell’omonima e deliziosa serie (sempre Apple TV) ci aiuta a parlare del noi. Ted è un allenatore di calcio molto particolare, un coach decisamente sui generis. Uno che insegna la vita – con grande umiltà – prima che la vittoria. È un educatore nato, un uomo anche fragile, ma dallo sguardo e il cuore aperti sugli altri. C’è una sequenza, in particolare, nelle tre stagioni di questa serie vittoriosa di diversi premi, in cui Ted dialoga con un giocatore talentuoso: Jamie Tartt, che ha tecnica e potenza da vendere, ma le sue doti sono trattenute, rallentate da un egoismo che ha origini nel rapporto con suo padre.

Ted gli dice, nel bel mezzo di una partita: «Sei talmente convinto di essere il migliore su un milione, che in campo dimentichi di essere uno su undici. Se riesci a trasformare quell’io in un noi, non ti ferma più nessuno». Non c’è conflitto tra l’io e il noi nelle parole di Ted Lasso. Anzi, chi ha qualcosa di speciale, come Jamie, può essere speciale per la collettività. Purchè si metta al suo servizio.

"Ted Lasso S04" - Photo by Apple TV Press
“Ted Lasso S04” – Photo by Apple TV Press

Il ‘noi’ di don Antonio Loffredo

Questo fa, ad esempio, un sacerdote straordinario nella recente serie Rai, Noi del rione sanità: Don Giuseppe, ispirato al personaggio reale di don Antonio Loffredo, che a Napoli, in particolar modo nel rione Sanità, ha irrorato di energia positiva molti giovani, ottenendo negli anni risultati straordinari. Si è definito un mediano, don Antonio, nella presentazione alla stampa della serie, precisando, con la metafora calcistica, che i gol li hanno fatto i ragazzi: lui è stato il gregario, i goal della crescita, della realizzazione, della distanza presa dalla criminalità li hanno segnati i tanti giovani a cui lui ha dato fiducia e speranza. Da qui il noi nel titolo di questa buona serie che non dimentica di ricordarci come esistano persone speciali, piene di carisma, in grado di trascinarne verso il bene molte altre. Questo è, questo fa, don Antonio Loffredo, parlandoci della differenza che ognuno di noi può fare, attraverso quel talento che deve portare frutto.

Set della serie "Come un padre" di Luca Miniero.Nella foto Carmine Recano, Federico Cautiero, Federico Milanesi, Caterina Ferioli, Ludovica Nasti e Giampiero De Concilio, .Foto di Gianni Fiorito Questa fotografia è solo per uso editoriale, il diritto d'autore è della società cinematografica e del fotografo assegnato dalla società di produzione del film e può essere riprodotto solo da pubblicazioni in concomitanza con la promozione del film. E’ obbligatoria la menzione dell’autore- fotografo: Gianni Fiorito.
Fotografo: Gianni Fiorito

L’efficacia di Plur1bus

Quel talento si può esprimere con l’arte, come vediamo in Noi del rione sanità: attraverso lo strumento del teatro. Quell’arte che può riguardare anche le serie Tv. Non sempre, ma solo quando sono fatte bene. Plur1bus è una di queste, con la sua capacità di farci riflettere sul concetto di mondo unito, sulla sua qualità, sull’essenza di questo dono offerto al mondo, che però non può prescindere dalla diversità e dalla libertà del singolo di partecipare e scegliere, di lavorare al bene comune anche attraverso quel dolore che forma, e attraverso gli sforzi, le frustrazioni, le ferite, le delusioni e la complessità di ogni nostra vita.

Altrimenti, anche se sembra, non è vera pace. Non è vera vita. Non è vera comunione e non è vera unità. Non è quel ‘noi’ autentico per cui vale la pena ogni giorno lavorare, mettersi in dialogo e predisporsi all’incontro.