Gabriele Dell’Otto: “Il vero supereroe è chi riesce a vivere lo straordinario nell’ordinario”
Il celebre artista Marvel e DC, Gabriele Dell’Otto, ci invita a riflettere sul ruolo dei supereroi come costruttori di pace. Un dialogo profondo su responsabilità, cittadinanza e la sfida di vivere lo straordinario nella quotidianità.
Le mani di Gabriele Dell’Otto dipingono, da anni, immagini straordinarie, con rapidi, sicuri, chirurgici gesti. Gabriele Dell’Otto è pittore, illustratore, specialista nell’arte supereroistica. È un artista figurativo completo, capace di costruire dipinti eccezionali anche per un’opera letteraria sulla Divina Commedia: quella scritta da Franco Nembrini e pubblicata da Mondadori.
Gabriele Dell’Otto lavora (anche) per la Marvel e DC, ed è esperto, dunque, di supereroi. Per questo, nel mese che United World Project dedica al tema dell’arte e dell’impegno sociale, gli abbiamo chiesto di parlarci del rapporto tra supereroi e pace. Più in generale dei valori che questi veicolano nel presente complesso che viviamo. Gabriele ci ha ospitati nel suo studio a Roma e ci ha generosamente offerto la sua passione e la sua competenza sul tema. Lo ha fatto alla vigilia di un importante evento del quale è protagonista.
Gabriele di cosa si tratta?
Di un’esposizione personale di opere da me realizzate – sessanta per l’esattezza – sui supereroi. Si tiene a Miami, negli Stati Uniti, nella sede dell’Istituto di cultura italiano. Un luogo che ha già ospitato diversi eventi legati a marchi d’eccellenza per il nostro Paese. Il titolo della mostra, che durerà fino a fine aprile, è “Una visione italiana sui miti americani”. È legata al fumetto e al cinema, con opere inedite. È una retrospettiva nella quale riassumo la mia maturazione artistica e umana: la crescita con cui ho interpretato il tema dei supereroi e i valori di cui parlano.
Allora ti chiedo, come hanno espresso, i supereroi, nel tempo, i valori della pace?
Credo che un momento importante sia stato l’11 settembre: una sorta di chiamata alla responsabilità per chi lavora col media del fumetto. Se è vero che non è mai mancata la volontà di creare speranza coi supereroi, lì c’è stato – soprattutto da parte della Marvel – un salto di qualità.

In che modo?
La Marvel lavora molto col concetto di continuity: segue la cronaca, quel che accade nel mondo reale e lo riporta nelle sue storie. Subito dopo la strage delle torri gemelle parlò di quella tragedia….
Con l’immagine, nel dicembre del 2001, di Spider-Man sul luogo del disastro, attonito di fronte a tanta distruzione?
Può sembrare surreale, all’epoca mi parve eccessivo, una scelta delicata e rischiosa. Col tempo, invece, si è rivelata giusta: per la capacità di lavorare sulle coscienze dei lettori. Un’operazione radicale, che rientra nel concetto dei supereroi sempre al lavoro per la pace. Poi, certo, alcuni di loro la cercano attraverso la battaglia, se non altro con la lotta fisica.
Del resto, da buoni supereroi…
Hanno la forza e gli strumenti per ingaggiarla, anche in modo spettacolare. Ce ne sono alcuni, però, quelli nati per essere particolarmente vicini alla gente, che hanno delle caratteristiche particolari. Rappresentano delle eccezioni.
Per esempio?
Spiderman. In assoluto icona del bene. Uno sceneggiatore, una volta, guardando alcune mie illustrazioni, scherzò: «Un giorno mi piacerebbe scrivere la storia di uno Spiderman che perde il controllo, che sbaglia, che compie del male». Subito dopo aggiunse: «Non ce lo faranno mai fare. Spiderman è intoccabile».
In che senso?
Ha una struttura molto definita: all’inizio è un ragazzino di liceo, studioso e molto attaccato alla famiglia. Ha un enorme senso di responsabilità per il trauma della morte dello zio. Da questo vissuto, matura la consapevolezza che non si può ottenere il bene passando per il male. Spiderman ha un’attitudine alla gioia, alla pace, alla vita stessa. Come in One more day, per esempio….
Dove accade cosa?
Appare Mefisto (il demonio) e per indurre Peter a fare il suo interesse; gli promette che, obbedendogli, sua zia avrà salva la vita. Il prezzo da pagare però sarà la rimozione dei ricordi del matrimonio di Peter con Mary Jane. Peter – anche perché il demonio non dice mai tuta la verità – accetta, dando esempio di quanto la vita umana, per Spiderman sia importante.
Ci sono esempio simili oltre la Marvel?
Beh, Superman della DC Comics: incarnazione di un semidio alieno che prende a cuore l’umanità. Anche lui ambisce alla pace senza commettere violenza e la sua missione parte da una vicenda simile a quella del Peter Park di Spiderman: Superman non riesce a salvare da un infarto suo padre adottivo, Jonathan Kent. Questo nutre il suo desiderio di porsi al servizio dell’umanità e al tempo stesso gli dona l’umiltà di non sentirsi onnipotente nonostante i superpoteri straordinari.
Entrambi hanno a cuore la famiglia.
Entrambi partono dal “piccolo” della famiglia per allargare al mondo intero il rapporto tra i loro superpoteri e i valori in cui credono.
Possiamo dire che i supereroi possono essere d’aiuto nella gestione dei conflitti? Penso ad Iron Man e Capitan America.
Loro cercano la pace su due frangenti opposti. Uno in modo autoreferenziale e l’altro idealizzato. Per questo rappresentano modelli difficili da applicare, e rischiano una filantropia relativa. In Civil war, uno degli esempi meglio riusciti di cinema sui supereroi, hanno punti di vista differenti e posizioni giuste e sbagliate al tempo stesso.

Qui si entra nella complessità morale dei supereroi, con visioni parzialmente valide.
Dal mio lavoro su Dante (Alighieri, poeta e scrittore italiano, autore della Divina Comedia), ho capito una cosa…
Prego…
La differenza fondamentale tra i supereroi e Dante, col suo viaggio purificatore, è che i primi, nonostante salvino molte vite, tornano molto spesso a casa col rammarico di non averne salvate ulteriori. Quando non falliscono del tutto. Essi rappresentano quel che accade a ognuno di noi, coi nostri stati d‘animo e fallimenti, anche quando siamo armati di buone intenzioni.
Dante, invece?
Capisce che non può fare nulla se non affidarsi a chi è più in alto di lui. La differenza tra il Poeta e i supereroi, dunque, è che Dante capisce che da solo non può salvare neanche sè stesso.
Una visione che riporta Dio al centro…
I supereroi, che ci parlano molto della nostra società, non arrivano alla piena armonia, mentre Dante, quando arriva al cospetto di Dio, capisce che tutto, nel suo viaggio, ha avuto senso, ha portato frutto. «L’universo si squaderna», dice. È qualcosa che abbiamo perso e mi viene in mente che il supereroe può anche essere letto come la richiesta del divino da parte degli umani. Il vero supereroe è chi riesce a vivere lo straordinario nell’ordinario. Anche lui deve trovare la pace prima di tutto dentro sé stesso. Molti supereroi sono frustrati perché ne sono privi. Quando sbatti la testa contro un muro invalicabile – e capita a tutti – ti rendi conto di quanto il tuo superpotere non basti. Penso a chi ha molti soldi, una carriera straordinaria o molto potere. Ce lo insegna Sant’Agostino, da molto tempo: «Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo»
Cercando sempre fuori si rischia di incontrare solo idoli….
Capita anche con i supereroi. Dobbiamo afferrare i messaggi che veicolano ma non assumerli a idoli assoluti. Dobbiamo essere bravi a leggere i fumetti (e i film che ne derivano) anche tra le righe. Ricordo il film Logan, di James Mangold, molto ben costruito, incentrato sulla ricerca della figura paterna, all’interno di un contesto che ricorda come la nostra società abbia destrutturato tale figura, tanto da non riconoscerne più il valore intrinseco per la crescita dei più giovani. È un film supereroistico, quello, che ci induce riflettere su quanto le responsabilità portino invece frutto nella vita di chi abbiamo accanto.
Ci sono opere e opere, dunque?
Certo. Lo stesso tema della pace, se affrontato mostrando che per raggiungerla vengono uccise un alto numero di persone, è veicolato in modo giusto? Va sempre ricordato che se vuoi perseguire il bene ultimo, non puoi scendere a patti col male. Ce lo insegna Tolkien con Il signore degli anelli, ma oggi questo tipo di messaggio è poco veicolato. Siamo chiamati a un difficile discernimento. I supereroi possono essere un buon veicolo, ma dipende da chi li scrive.
Altrimenti si può avere l’effetto contrario…
Il supereroistico può essere anche pericoloso in un’età di crescita in cui non si possiede uno pensiero critico sviluppato. Le immagini – strumento potentissimo, fumetto o film che siano –possono far pensare che sia bene ciò che bene non è.
È importante afferrare il sottotesto?
Assolutamente si. La cosa più potente non sono gli spiegoni, ma i messaggi sotterranei. Per esempio la serie The Boys va presa con le molle: è una lettura interessante della società ma c’è, oltre a una violenza piuttosto esibita, il rischio che passi il messaggio per cui buoni e cattivi arrivino necessariamente a somigliarsi e mescolarsi.
Le grandi major dei supereroi, secondo te, cavalcano la corrente del presente?
Io credo che la ricerca del bene esista nelle grandi case editrici, ma con le inevitabili limitazioni legate all’industria. Un ruolo importante è occupato dalle vendite, e va da sé che Marvel, Dc e compagnia, siano attente a ciò che vende. Inoltre, oggi ci sono paletti narrativi da rispettare e si corre il rischio dell’omologazione con la presenza di tematiche inevitabili. Mentre altre, anche importanti, magari portatrici di verità, vengono considerate scandalose. Paradossalmente! E questo ci fa interrogare sul concetto di inclusione.

Mi sembra che i supereroi siano materiale da maneggiare con cura, con aspetti controversi e sfumature che possono nascondere tranelli. Forse, una frase sul modo migliore di veicolare il tema supereroistico, rimane quella di Spiderman: «A ogni potere corrisponde una grande responsabilità». Il suo valore educativo è indiscutibile, sei d’accordo?
Si, certamente, e torniamo anche a Superman: accezione più pura del supereroe, senza lati oscuri. In generale credo che i supereroi siano capaci di veicolare messaggi e valori che educano alla pace, ed abbiano il potenziale, con la loro energia e l’immaginario che creano, per accompagnare bambini e giovani. Conosco direttamente storie di persone che hanno trovato nei supereroi stimoli e strumenti per affrontare momenti molto delicati. Se c’è una cosa, inoltre, che i supereroi ci insegnano, è lottare contro la propria ipocrisia.
Utile!
Anche i supereroi, però, agiscono in una società complicata, che mistifica ed è polarizzata. Egoistica e priva di ideali condivisi, collettivi. Una società in cui la pace per alcuni è la guerra per altri e la verità è facilmente oscurata e non difesa a sufficienza. Al pari dell’onestà. Sarebbe stupendo, tornare presto ad abbracciare ideali che portino unità e quelle verità che fanno il bene dell’essere umano. Questo è un tema urgente da affrontare insieme, senza ipocrisia, appunto.
Mancano storie in questa direzione?
In realtà se ne parla in Avengers Endgame, quando Iron Man diventa profondamente supereroe morendo. Il sacrificio diretto produce la sua piena identità e non a caso in quel momento dice: «Io sono Iron Man». È la conquista, con l’uscita dal suo ego, con la rinuncia a ogni interesse personale, della piena identità di supereroe: sono tale perché salvo gli altri sacrificando me, uscendo da me stesso. Sa di morire e schiocca le dita. La ricerca della pace è per tutti noi, metaforicamente, morire a noi stessi.
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