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AMU, 40 anni di impegno per lo sviluppo e la reciprocità tra i popoli

by Edoardo Zaccagnini

AMU, 40 anni di impegno per lo sviluppo e la reciprocità tra i popoli
Acqua fonte di vita e sviluppo a Cibitoke

Dall’Indonesia allo Sri Lanka, dal Burundi all’Ecuador, AMU accompagna comunità protagoniste con progetti concreti che generano cambiamento e nuove opportunità, rafforzando le capacità locali e l’autonomia.

AMU (Azione per un Mondo Unito) compie 40 anni di attività. Nato come un’espressione del Movimento dei Focolari nell’ambito dell’impegno sociale, è una risposta ai bisogni primari di persone e comunità in condizioni di criticità e vulnerabilità.

Quest’impegno ha caratterizzato la vita del Movimento dai primordi, estendendosi gradualmente nel mondo dove sono sorte comunità sensibili alla sfida delle diseguaglianze, degli squilibri sociali ed economici. In modo illuminante, la fondatrice Chiara Lubich invitava, in senso evangelico, a “morire per la propria gente”.

A sostegno di queste azioni si è costituita una rete di aiuti economici col coinvolgimento di comunità del movimento in Europa, Asia, Africa e America Latina. Negli anni, questa rete si è strutturata fino a costituire, nel 1986, una ONG di cooperazione internazionale.

Stefano Comazzi, presidente di AMU, racconta che erano anni di fermento e impegno sociale, “nei quali le ONG di cooperazione hanno svolto un ruolo determinante per la diffusione della solidarietà tra popoli e nazioni. L’AMU si è unita a questa ‘missione’ con la sua specificità”.

Stefano Comazzi - AMU
Stefano Comazzi – AMU

Nel proprio statuto l’AMU si definisce: “Contribuiamo al raggiungimento del più alto grado possibile di reciprocità tra persone, comunità e popoli, rafforzandone la capacità per liberare il proprio potenziale di sviluppo”

Ispirandosi all’ideale che ha animato Chiara Lubich, i fondatori dell’AMU si sono posti una meta ambiziosa: contribuire alla realizzazione del “Mondo Unito”. Un traguardo mai definitivo, basato sull’impegno continuo di ogni persona desiderosa di orientare la sua vita secondo lo spirito del Movimento dei Focolari.

E l’AMU lo fa nel suo ambito

Agendo nelle relazioni internazionali, aiutando popoli e nazioni a condividere ricchezze e specificità, per un arricchimento reciproco che va oltre la dimensione finanziaria e aiuta a rendere l’umanità un’autentica, una grande e solidale famiglia.

Per questo, il concetto di reciprocità è molto importante?

Una reciprocità non improntata al “do ut des”, ma aperta, generativa, priva di beneficiari che dipendono da benefattori. Una reciprocità che pone al centro la dignità di ogni persona e comunità. Ciascuno dona e riceve beni relazionali e materiali. Questo libera i talenti e le potenzialità che la marginalità sociale ed economica rende le persone passiva e prive di autostima.

Quest’anno l’AMU compie 40 anni

Un bel traguardo! Emozionante, ma io lo vivo soprattutto con la responsabilità di rendere attuali le intenzioni e la profezia dei fondatori. A loro sono profondamente grato per quanto hanno fatto e lasciato in eredità. Noi siamo chiamati ad attualizzare il mandato statutario in un contesto molto diverso – e più complesso – di quello della fondazione. Sento la responsabilità anche verso le generazioni che ancora devono nascere: sono portatrici di diritti e le nostre decisioni avranno conseguenze su di loro.

L’AMU è fatta di umanità, ma anche di numeri. 873 progetti realizzati; 14 in corso. 294.000 beneficiari raggiunti nell’ultimo anno. Cosa dicono questi dati?

Sono importanti per leggere la realtà, orientare scelte e percorso, ma dietro ci sono le persone, ciascuna con storie, sfide e traguardi raggiunti o da raggiungere. Nelle nostre comunicazioni e bilanci sociali (pubblicati ogni anno), preferiamo dare voce alle storie di queste persone e delle loro comunità. Storie di chi esce dal circuito di marginalità e miseria, mettendosi in gioco e coinvolgendo la propria gente in azioni di solidarietà e sensibilizzazione su tematiche di cooperazione e sviluppo.

Negli anni avete raccolto storie belle ed edificanti

Dai bambini delle periferie di Nairobi, che hanno mandato poco più di tre euro per un’azione di emergenza in Asia, alla solidarietà nei gruppi di microcredito comunitario in Burundi, dove alcuni membri – impossibilitati a restituire entro i termini il prestito per calamità famigliari – sono stati aiutati da altri. Il parroco di una comunità del Burundi, quando gli esposi il nostro modello di microcredito comunitario, disse “è la stessa esperienza delle prime comunità cristiane!”.

Tra progetti realizzati e in corso, ce ne sono alcuni che vuole raccontare?

Ho impressi nella memoria quelli in Indonesia, nella provinca di Aceh, e nello Sri Lanka orientale, dopo il disastroso maremoto del 26 dicembre 2004. Erano zone di guerra civile e nel primo caso, i membri del movimento sono riusciti a conquistare la fiducia e realizzare progetti di rinascita ed attività generatrici di reddito. In Sri Lanka, siamo riusciti a mettere insieme buddisti, hindu, musulmani e cristiani.

Più recentemente?

Un’esperienza molto incoraggiante con giovani impegnati in corsi di cittadinanza attiva on Siria: ragazze e ragazzi cresciuti in un sistema dove queste esperienze erano difficilissime. Nel caos della guerra civile, incontrare giovani laureati, cristiani e musulmani in dialogo tra loro, è stata, per me, una ventata di speranza. Si sentivano tutti siriani e si dedicavano al bene del loro Paese, prima che all’appartenenza religiosa.

Altrettanto forti sono stati i racconti di perdono e riconciliazione ascoltati in Burundi, dove uccisioni di famigliari hanno segnato per sempre la vita di quasi ogni famiglia del Paese.

Storie forti, ma anche di speranza.

Come una proveniente da Goma, dove alla corruzione politica si aggiungono la distruzione delle infrastrutture e altri pesanti condizionamenti della guerra per il controllo delle ricchezze minerarie. In un contesto così caotico, sono state create una cooperativa per dare lavoro a persone con disabilità fisica e una società di sport paralimpico.

Qual è il modus operandi dell’AMU?

In primis l’ascolto, l’attenzione rispettosa: trovare soluzioni coi protagonisti dei progetti in un processo partecipativo che include anche le autorità civili. Il nostro approccio, da sempre, è caratterizzato dal sostegno dei gruppi locali piuttosto che dall’invio di esperti o volontari dall’estero per la direzione dei progetti. Per l’esperienza di “crescere insieme”, è fondamentale rispettare i tempi e i percorsi di ciascuno: non intendiamo sollecitare decisioni ma aspettare che siano pienamente maturate e condivise. Accompagniamo con discrezione il cammino, senza sostituirci alle controparti locali. La fiducia e la trasparenza reciproca sono condizioni imprescindibili.

Mi sembra la vera relazione

Ascolto e fiducia reciproca per costruire protagonisti attivi, non beneficiari passivi. Formazione tecnica e professionale, unita allo sviluppo di tutte le dimensioni della persona. Partenariato orizzontale e rafforzamento delle capacità di associazioni e gruppi locali, legami e scambi di esperienze tra gruppi e comunità dove si svolgono i progetti e dove vengono sostenuti con azioni di solidarietà.

Tanta roba!

Per noi, però, è fondamentale anche la dimensione spirituale, che spesso genera incontro e apprezzamento tra persone di religioni diverse: si sperimenta il valore del dialogo interreligioso ed i suoi frutti nella dimensione sociale e civile.

Sunrise Ecuador AMU
Sunrise Ecuador AMU

Un altro progetto dell’AMU è in Ecuador, nella provincia di Esmeraldas, con alto tasso di povertà.

Si chiama “Sunrise” per evocare la speranza di un nuovo inizio. È un percorso formativo che parte dal lavoro per offrire formazione imprenditoriale a giovani agricoltori che già sostengono le attività produttive delle loro famiglie. Grazie alla formazione ricevuta, sono state avviate tre attività imprenditoriali collettive, capaci di creare valore aggiunto alle risorse locali di cocco, cacao e allevamento animale: materie prime trasformate in prodotti per il mercato locale. Parallelamente, gli stessi giovani partecipano ad attività formative e pratiche di salvaguardia ambientale. Questa parte del progetto nasce da una loro richiesta: la protezione della natura è per loro essenziale per il futuro delle loro comunità.

C’è tutta l’AMU in questo progetto?

“Sunrise” riflette pienamente lo stile dell’AMU: partire dalle persone, ascoltare con attenzione i bisogni reali delle comunità e costruire insieme percorsi sostenibili, capaci di generare cambiamenti veri e duraturi nel tempo.

C’è anche un progetto in Burundi.

Il progetto “Acqua, fonte di vita e sviluppo”: si sta realizzando nella provincia (molto povera) di Cibitoke. Qui l’accesso all’acqua potabile è storicamente quasi inesistente. Donne e bambini devono percorrere km per raggiungere sorgenti spesso contaminate, con gravi conseguenze per la salute, l’accesso all’istruzione e la qualità della vita. Da questo ascolto nasce il progetto realizzato insieme alla controparte locale CASOBU, per restituire dignità e futuro alle comunità rurali.

Come agite in questo caso?

Riabilitando o costruendo una rete idrica di oltre 25 km, ripristinando sorgenti, installando serbatoi, fontanelle pubbliche e latrine ecologiche, oltre a formare la comunità per la gestione sostenibile dell’acqua.

Non solo infrastrutture tecniche, dunque?

Principalmente un processo comunitario con molte opere realizzate direttamente dagli abitanti, che diventano i custodi della risorsa.

Altro progetto paradigmatico dell’AMU, concorda?

Perché racchiude i pilastri dell’AMU sulla centralità di diritti fondamentali come acqua, salute, istruzione, lavoro e condizioni di vita dignitose. È fondamentale il coinvolgimento attivo delle comunità secondo una visione integrale dello sviluppo umano.

Partendo dal bene primario dell’acqua.

Che diventa vettore di salute, educazione, lavoro e riscatto sociale. Questo progetto prevede di raggiungere più di 21.000 persone, ma sono moltissime di più quelle che negli anni sono state protagoniste di altri progetti analoghi.

Qual è la relazione dell’AMU con le istituzioni?

Sia con quelle pubbliche che private, l’AMU non si propone come mero richiedente di finanziamenti o agenzia tecnica, ma vuole costruire relazioni di partenariato per sperimentare reciprocità e arricchimento derivanti dai contatti diretti con le comunità dove si svolgono i progetti.

Riassumendo il lavoro dell’AMU, possiamo dire che a chi ha fame non portate il pesce, ma insegnate a pescare?

Questo è un detto molto comune, ma non sempre il “nostro” modo di pescare è il più adatto: l’approccio occidentale è focalizzato su efficienza e tempi di ritorno degli investimenti. In altri contesti, contano i rapporti e la capacità della comunità di generare e custodire legami solidali tra le persone e con la natura. Per questo dobbiamo imparare insieme qual è il modo migliore di pescare. Ne usciamo arricchiti anche noi, e questo ci aiuta a sperimentare stili di vita più sobri e rispettosi dei ritmi naturali.

Che emozione rappresenta la nascita di un nuovo progetto?

Le sensazioni che ricordo meglio sono quelle dei primi incontri, quando ancora non è chiaro cosa si potrà fare. Dal confronto e dallo studio del contesto si definisce, gradualmente, quale progetto potrà realizzarsi. Alla fine di questo percorso, non breve o lineare, si arriva al testo di progetto ed alla convenzione tra le parti. È una tappa importante. Poi, certo, gli incontri per la valutazione intermedia e quella finale, rappresentano le sensazioni più belle ed incoraggianti, con la gioia delle persone per i risultati raggiunti.

Sunrise Ecuador AMU
Sunrise Ecuador AMU

Sono tanti i paesi con cui collaborate, all’insegna del vostro acronimo: “Mondo Unito”.

È una conseguenza dello spirito assorbito dal Movimento dei Focolari: il tema dell’unità ne è la caratteristica e noi cerchiamo di declinarlo nel nostro ambito. Il mondo unito che vogliamo contribuire a realizzare non ha una cultura dominante e non accetta aree o popoli che difendono privilegi o rendite di potere. Più che un luogo è uno stato nel quale ogni persona si senta membro attivo e costruttore della propria comunità e della famiglia umana, vedendo e riconoscendo negli altri ciò che si aspetta che gli altri vedano e riconoscano in sé, nella sua essenza più intima.

Intervenite su educazione, salute, lavoro ed emergenze. Come riuscite a muovervi in tante direzioni?

In 40 anni di esperienza abbiamo accumulato competenze che continuano ad arricchirsi con il contributo di nuove persone. Con soddisfazione constato che attualmente nella nostra squadra ci sono persone dall’Italia, Brasile, Paraguay, Uruguay, Sierra Leone, Giordania, Ucraina. Con competenze ed esperienze diversificate. Poi c’è la capacità delle nostre controparti locali di sviluppare competenze specifiche che diventano patrimonio comune. Devo sottolineare anche l’importanza del contributo all’Educazione alla cittadinanza globale, che è un altro dei pilastri dell’azione dell’AMU ed è attiva nei nostri contesti presso scuole, gruppi giovanili, comunità educanti, ecc.

Che rapporto costruisce l’AMU con i temi del dialogo e della pace?

Noi dialoghiamo con tutti i portatori di interesse legati a un luogo e una proposta progettuale. Ma indirettamente, anche al dialogo interculturale e interreligioso, tra generazioni, popoli o culture diverse. Sul tema della pace sentiamo forte la vocazione ad agire nella dimensione progettuale, che principalmente significa aiuti umanitari in contesti di guerra o calamità (grazie alle comunità del movimento sparse nel mondo), e in quella della testimonianza, denuncia o informazione. Per questa ragione, l’AMU ha dato spazio e sostegno al Progetto Living Peace international, che così ha potuto rafforzarsi ed ampliarsi.

Per chiudere, una riflessione sul mondo unito oggi, mentre impazzano guerre e violenza. Quando è difficile per l’AMU lavorare in un clima del genere? Ma quanta voglia di reagire, di nutrire la speranza e il bene, questa difficoltà procura in voi?

Le difficoltà non mancano, ed è doloroso vedere la perdita di speranza in tante persone e popoli costretti, da anni, a subire guerre e violenze. Penso ai nostri amici siriani, libanesi, palestinesi, congolesi e ucraini. Dall’altra parte, però, vediamo, in alcuni di loro, una capacità di resilienza e coraggio nonostante i tanti colpi ricevuti.

In che modo?

Riescono a guardare oltre il dolore personale e farsi carico delle necessità di chi sta loro attorno. Mi viene in mente una donna conosciuta lo scorso anno a Beirut. Durante un servizio di assistenza a connazionali sfollati, ha ricevuto sul cellulare l’avviso che entro pochi minuti avrebbe dovuto lasciare la sua casa. Di tutto il suo condominio non è restato che una montagna di macerie. Tutta la sua vita è stata sepolta lì sotto: libri, ricordi affettivi, effetti personali.

Ma?

Ha continuato ad impegnarsi per aiutare la propria gente, e questa testimonianza vale più di mille parole.

Acqua fonte di vita e sviluppo a Cibitoke
Acqua fonte di vita e sviluppo a Cibitoke