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Workshop

“Producevo armi, oggi costruisco la pace”

 
29 Marzo 2022   |   Italia, Disarmo, Intersos
 

La storia di Vito Alfieri Fontana: dalle mine antiuomo all’impegno per la fratellanza.

«So per certo che è necessaria la pace, perché ho visto cosa è una guerra. Ho sperimentato che l’empatia a volte non basta, serve mettersi in mezzo, rischiare in prima persona per la pace».

Vito Alfieri Fontana è un fiume in piena; lo raggiungo telefonicamente nella sua casa di Bari, in Italia, per capire meglio come possa avere ancora un valore parlare di fraternità in questo tempo.

Ne parlo con lui perché ha una storia tutta da raccontare. Oggi è un padre e marito affettuoso, è un uomo in pensione, anche se non smette di girare per l’Italia a parlare ai giovani, nelle scuole, nelle associazioni, per sensibilizzarli ai temi della pace. Proprio lui che, per molti anni, è stato un imprenditore nel mondo delle armi.

In questi giorni è stato pubblicato il nuovo rapporto dello European Network Against Arms Trade (ENAAT) e del Transnational Institute, che racconta quella che definisce la “terza corsa agli armamenti”, alla quale l’Unione europea starebbe contribuendo con un budget che nel nuovo bilancio 2021-2027 è aumentato di 13 volte rispetto al precedente.

«Una scelta che fa purtroppo pensare che più armi ci sono in giro e più aumentano le probabilità di conflitti», dice Fontana che è stato per tanti anni titolare di una grande azienda di famiglia, la Tecnovar, che produceva componentistica militare e prodotti finiti: mine antiuomo, mine anticarro, bombe a mano, apparecchiature per gli elicotteri. In totale ha prodotto circa 4 milioni di mine, di cui 1 milione e mezzo di mine antiuomo, vendute non solo all’esercito italiano, ma anche a Paesi come l’Egitto, tutto autorizzato a livello Nato e a livello governativo italiano

«Le mine sono tra le armi più vigliacche, non decidono chi colpire, basta una semplice pressione del piede e si salta in aria. Sono dei veri e propri strumenti di terrore che offendono un intero territorio». Fontana le produceva, cercando di insinuarsi nelle situazioni di crisi mondiale, senza farsi troppi scrupoli perché questo era semplicemente il suo lavoro.

«Ogni tanto mi arrivavano sulla scrivania delle scatole con una scarpa sola, per indicare che l’altra era saltata in aria, un modo per farmi capire il male che stavo commettendo, ma dopo le prime volte tutto è diventato normale, come le cartoline di insulti gratuiti a mio carico».

Poi è l’innocenza di un bambino a dare l’inizio al cambiamento: un giorno infatti suo figlio, nel sedile posteriore dell’auto, trova dei depliant informativi sull’azienda: “Papà ma tu fai queste cose? Allora sei un assassino!” – Gli dice il piccolo, 7 anni appena, ma con le idee molto chiare.

«È stato un colpo molto forte, non so cosa sia successo, ma quando mi sono sentito dire da un figlio che ero un assassino, ha cominciato a insinuarsi in me un’inquietudine che nel tempo ho scoperto come opportunità, perché mi ha dato consapevolezza delle mie responsabilità».

Comincia un percorso per Fontana, incoraggiato dalla campagna per la messa al bando delle mine antiuomo che prende corpo proprio in quel periodo, all’inizio degli anni ’90, insieme all’incontro con Pax Christi, e l’esperienza dell’allora vescovo di Molfetta Mons. Tonino Bello, che Fontana non ha mai conosciuto direttamente, ma il cui carisma ha avuto un ruolo particolare nella sua conversione umana e spirituale. «Mi sono reso conto poco alla volta di quanto fosse sottile il confine tra produttore e trafficante d’armi, ho trovato persone che mi hanno teso la mano per cambiare vita, e ho deciso di afferrare questa mano».

La coscienza di sapere come stavano le cose e di non aver fatto nulla fino a quel momento per impedire il male, porta Fontana in pochi anni a chiudere l’azienda, con un cambio netto anche di tenore economico per la sua famiglia, preoccupandosi però che i circa 90 dipendenti rimasti possano usufruire degli ammortizzatori sociali di legge. Ma a lui non basta non produrre più il male. Vuole fare di più, vuole dare un segno visibile di impegno per la pace, e per i successivi 17 anni, per conto di Intersos e delle Nazioni Unite, diventa uno dei più esperti sminatori nell’area dei Balcani. È lui che in Bosnia coordina, insieme ad altri e rischiando in prima persona, le operazioni per togliere quelle mine, bonificare il suolo, e ridonare un terreno prima inservibile a un popolo, perché ci ricostruisca la sua vita e la sua storia.

«Un’esperienza che mi ha segnato tantissimo e mi ha fatto capire molte cose: la guerra è durata tre anni, per ripulire tutto ce ne sono voluti altri venti, e le conseguenze della guerra sui popoli dei Balcani si vivono ancora oggi. Il tempo che ci vuole a distruggere è niente, per costruire è immenso e quello che vedo in questi giorni mi fa stare malissimo, perché so cosa vuol dire per la popolazione ucraina, e mi fa urlare quanto ci sia bisogno di pace”.

Fontana è stato anche collega, negli sminamenti, di un uomo che aveva perso una gamba saltando proprio su una mina. Un’esperienza che gli ha fatto capire ancora di più quanto il lavoro insieme insegni a ciascuno che è inutile piangere sul latte versato, la storia è andata in un certo modo, ma bisogna trovare le strade per andare avanti, per trovare una piccola luce in mezzo a tanto buio. «La mia storia è questa, non posso far finta sia un’altra, ho sofferto e soffro per quanto ho fatto, ma la sfida è stata quella di trovare un modo per dare un senso al mio vissuto, imparando a legarmi all’altro, anche se a questo altro probabilmente ho fatto un male incredibile. Da lì può nascere un nuovo bene che, nel mio caso, è diventato il bene di un popolo intero col quale si è instaurata una certa fratellanza, e questo mi fa credere ancora in una possibilità per il genere umano».

Se gli chiedo cosa prova quando guarda i telegiornali oggi mi risponde parlando dei vetri delle case: un’esplosione distrugge ciò che c’è nelle immediate vicinanze, ma distrugge anche i vetri di quelle case che non crollano. «Penso non solo ai morti e agli sfollati, con le tragedie e crudeltà che sono legate a queste storie, ma anche a quelle persone costrette a rimanere nelle loro case semidistrutte, magari al freddo e al gelo di questo periodo in Ucraina, che battono i denti perché non si possono scaldare, e penso a quanti vetri sarebbe bello riportare per rimettere a posto le case, per offrire un calore».

La fraternità passa anche da un vetro rotto? – Gli chiedo per concludere – «Sì se c’è il coraggio di riguardarsi negli occhi: è quello che i nemici dovranno imparare a fare una volta terminato questo tremendo conflitto. E lo potranno fare non solo se ci saranno occasioni di lavoro, di ricostruzione, ma anche se ci sarà il coraggio di tutti noi di sporcarci le mani e rinunciare a qualcosa di noi stessi, per venire incontro ai bisogni dell’altro. Io ho fatto proprio questo, chiudendo l’azienda e iniziando a lavorare per la pace, ma è un’esperienza che possiamo fare tutti perché tutti ogni giorno dobbiamo scegliere tra il bene e il male».


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