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Prospettive di pace: un dialogo con un’analista di politica estera

 
11 Maggio 2017   |   , ,
 

E Stefania fa un esempio:«Pensiamo alla Siria. Lì, c’è stata una grande alternanza nella presa di Palmira, tra le forze governative siriane e Daesh. Se si osserva quotidianamente l’avanzata dell’esercito, quale collina è stata dominata dall’uno o dall’altro contingente, ci si può rendere conto per tempo di quale forza stia sopraffacendo l’altra. Certo, poi ci sono gli eventi imponderabili, come per esempio un attentato, che nonostante tutte le forze di polizia, di intelligence o di analisi coinvolte, rimane uno di quegli eventi impossibili da prevedere. Anche se si può fare molto oggi sul piano della prevenzione delle radicalizzazioni».

Ma allora, quale è il punto di vista di un’analista su quello che sta succedendo, per esempio, in Siria?

«Viviamo un momento di forti cambiamenti, e questi cambiamenti stanno generando forti conflitti. Pensando al Medio Oriente, che è l’area di cui mi occupo, si può dire che negli ultimi 10 anni ha mutato “volto“. Prima c’è stata la Primavera Araba, c’è stato questo movimento in tutta la regione verso l’affermazione di governi più democratici, con il riconoscimento delle libertà fondamentali. In molti casi, questo ha portato con successo a cambiamenti di regime, come in Tunisia. Una nazione che, se da una parte sta attraversando un momento difficile dal punto di vista della sicurezza, dall’altra ha fatto grandi passi, adottando una delle carte costituzionali più democratiche al mondo. In altri casi, come quello della Siria o della Libia, il cambiamento di regime e le proteste popolari hanno portato ad un’evoluzione del tutto inaspettata. In Libia e in Siria si è arrivati ad una internazionalizzazione del conflitto. Noi oggi, quando guardiamo alla Siria o alla Libia guardiamo a due guerre civili, ma anche a due guerre dove le potenze regionali e internazionali si stanno contendendo gli spazi vuoti che si sono creati durante il cambiamento».

E in questo processo di cambiamento, c’è margine di speranza? Una risoluzione di questi conflitti è possibile?

«È ovvio e auspicabile che si arrivi ad una ricomposizione di questo quadro complicato. Siamo nel 7 ° anno della crisi siriana. In Libia, dal 2014, abbiamo due governi che si contrappongono, uno a Tripoli e uno a Tobruch, con una parcellizzazione del potere. Non è una situazione sostenibile nel lungo periodo. Ma nulla cambierà se i poteri nazionali e le potenze internazionali che sono implicate nel conflitto (come USA e Russia, nel caso della Siria) non giungeranno ad un compromesso».

Quale può essere il ruolo dell’ONU, per esempio, nella ricerca di questo compromesso o accordo?

«Gli interessi in gioco sono tantissimi. Da questo punto di vista servirebbe un’azione decisiva delle Nazioni Unite, che davvero dovrebbe essere il forum all’interno del quale certe guerre e conflitti vengono risolti diplomaticamente. Il problema è che questo è possibile solo se gli stati che compongono l’ONU lo vogliono».

Così, torniamo punto a capo. C’è bisogno di fare sintesi, di trovare un nuovo equilibrio, ma bisogna che le parti in gioco lo desiderino, e siano disposte a scendere a compromesso:«Questo potrà succedere fra 2 o 20 anni, è impossibile saperlo ora. Si tratta di un percorso complicato. Alla fine, gli interessi in gioco hanno la loro importanza… Fino a quando non si troverà un equilibrio condiviso da tutti, si continuerà purtroppo nella direzione del conflitto».

Ripensiamo al video inviato dai giovani di Kfarbo, in Siria, durante “Pulse”, l’evento 2017 del Primo Maggio di Loppiano. Risuonano ancora nelle orecchie le loro parole:

«Il male della guerra ha cambiato la gioia e i desideri nel cuore dei giovani in disperazione e tristezza, ha scatenato la guerra tra il bene e il male. La guerra ha fatto nascere nel cuore dei giovani un sentimento di sfiducia nel mondo e si chiedono: il bene si può trovare ancora in questo mondo che spende tanti soldi per uccidere e blocca con l’embargo l’arrivo del cibo necessario per le persone che vogliono vivere in Siria? Questa guerra sta ammazzando lo spirito dell’umanità che prima guardavamo come a una sola famiglia».

Ecco, Stefania: l’embargo. Come si può superare le sanzioni per aiutare la popolazione civile già martoriata da una guerra che non vuole?

«Anche qui, l’embargo è stato deciso nell’ambito delle Nazioni Unite, ed è lì che deve essere sciolto. In ambito ONU si sono fatti dei piani di consegna di aiuti umanitari ma delle volte non hanno raggiunto la popolazione a causa dei reciproci veti o resistenze dei gruppi combattenti. Ma la Siria vive il suo 7° anno di conflitto, la popolazione è stremata. Per dare un vero supporto ci sarebbe bisogno di mettere in atto un’operazione umanitaria su vasta scala, possibile solo sotto l’egida dell’ONU».

Un’operazione umanitaria su vasta scala… Pensando a quello che i giovani, i ragazzi e le comunità del mondo sono riusciti a realizzare “glocalmente” durante la Settimana Mondo Unito, non sembra una mèta così irraggiungibile. Azioni Umnitarie

 


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