United World Project

Workshop

Come prima cosa, sono nostri fratelli e sorelle

 
 

di Susanne Janssen (Living City Magazine)

“Kino Border Initiative” si occupa delle persone respinte o deportate al confine con il Messico.

Nogales, nello Stato di Sonora, una città messicana che si trova proprio al confine con l’Arizona, è un luogo di speranza per chi cerca di attraversare il confine per chiedere asilo negli Stati Uniti ma anche un luogo di disperazione per coloro che vengono respinti o deportati. Molti di coloro che hanno appena tentato di entrare illegalmente negli Stati Uniti vengono portati qui, così come un numero crescente di persone che hanno vissuto negli Stati Uniti per decenni e adesso vengono espulse, spesso lasciandosi alle spalle la propria vita e la propria famiglia.
In molti casi arrivano da un lungo viaggio. Originari di El Salvador o del Guatemala, si trovano in Messico senza una famiglia, o qualcuno che stia vicino a loro al momento di attraversare il confine. Senza né denaro né un cellulare, si sentono persi. Quando sono sottoposti a una misura di detenzione negli Stati Uniti, i loro effetti personali vengono confiscati, soldi inclusi, e quando vengono deportati quei soldi gli vengono restituiti sotto forma di un assegno di una banca degli Stati Uniti. In Messico nessuna banca permette di incassare un assegno statunitense, e questo aumenta la loro vulnerabilità.

Un faro di luce

Il Centro di assistenza ai migranti della Kino Border Initiative (KBI, Iniziativa Frontaliera Kino) è un faro di luce nell’oscurità in cui queste persone si trovano immerse. Il Centro, che prende nome da un missionario gesuita dell’inizio del XVIII secolo, fornisce due pasti al giorno, indumenti, un servizio di pronto soccorso e la possibilità di effettuare una chiamata telefonica, insieme ad altri servizi. I migranti vi trovano anche un sostegno spirituale: la preghiera prima del pasto è molto più di una semplice pratica. Li riporta alle radici della loro fede, e per questo affidano le loro vite, il loro futuro e le loro famiglie a Dio, un Padre che si prende cura di loro.
“Moltissime donne insieme ai loro bambini sono qui in cerca di un rifugio, sono particolarmente vulnerabili. Alcune sono state aggredite e violentate durante il loro percorso migratorio. Qui trovano un rifugio sicuro”, afferma Padre Sean Carroll, gesuita, che è il direttore esecutivo del KBI dal 2009.
Nel 2006, dopo aver servito per diversi anni come viceparroco presso la Chiesa delle Missioni dell’Addolorata a Los Angeles, ha partecipato alla fase esplorativa di una nuova pastorale dei migranti da stabilire tra l’Arizona meridionale e il Messico settentrionale. Questo impegno ha portato all’avvio dell’Iniziativa Frontaliera Kino, una collaborazione cattolica bilaterale tra Messico e Stati Uniti dedicata all’assistenza umanitaria, all’istruzione, alla ricerca e alla difesa dei diritti nel settore delle migrazioni.

La realtà della deportazione

Quando il Centro fu inaugurato, accoglieva ogni giorno più di 150 persone. Adesso circa 80 persone vanno al KBI ogni mattina, ma il loro numero è di nuovo in aumento. Il recente cambiamento nella politica sull’immigrazione degli Stati Uniti ha portato ad un aumento delle deportazioni di coloro che arrivano a Nogales.
“Spesso non si tratta di persone che hanno appena varcato il confine, ma di persone che hanno vissuto negli Stati Uniti per 5, 10 o più di 30 anni”, sostiene il gesuita.
In passato, coloro che immigravano clandestinamente negli Stati Uniti non costituivano una priorità rispetto alla misura della deportazione, mentre adesso qualsiasi immigrato senza documenti rischia di essere arrestato e rimandato nel proprio paese d’origine.
“Molto spesso, le famiglie vengono separate per mezzo di queste procedure brutali, che causano gravi danni ai loro figli”. Questi ultimi non capiscono perché i loro genitori non ritornano e si sentono abbandonati; “è in gioco un’intera vita; si lasciano alle spalle i membri della propria famiglia e tutto ciò che hanno costruito negli ultimi decenni della loro vita”. Ci sono incredibili storie di sofferenza di cui il personale e i volontari vengono a conoscenza ogni giorno.

Cosa li ha spinti verso nord?

L’anno scorso è stato condotto un sondaggio su 7.756 migranti presso il centro di accoglienza sul lato messicano del confine, e l’85% ha affermato che la loro migrazione è causata da necessità economiche. “Una donna del Messico centrale ha dichiarato di essere stata costretta a scegliere fra pagare l’affitto o dare da mangiare ai nipoti. Questa realtà l’ha spinta a nord per trovare un modo di sostenere la sua famiglia”, racconta Padre Carroll.
La recente carovana di migranti provenienti dall’America centrale, diretti a nord attraverso il Messico, è rappresentativa di un gruppo molto più numeroso costretto a lasciare i propri paesi a causa della violenza epidemica. A gennaio, un gruppo di difesa dei diritti umani, il Washington Office on Latin America, ha confermato che El Salvador, Guatemala e Honduras rimangono tra i paesi più violenti del mondo: il 95% degli omicidi rimane impunito.
I migranti lasciano questi paesi in risposta alle minacce di morte delle bande criminali e agli efferati omicidi dei loro cari. Negli ultimi anni è aumentato costantemente il numero di coloro che richiedevano asilo non solo negli Stati Uniti, ma anche in Messico e in Costa Rica.

Un’esperienza d’immersione

Padre Carroll e il suo staff di adoperano per sensibilizzare sulla realtà della migrazione percorrendo gli Stati Uniti e parlando del loro lavoro. Offrono anche una “esperienza di immersione” rivolta agli studenti delle scuole superiori e delle università.
Un partecipante ha scritto del suo iniziale scetticismo riguardo al programma. Tuttavia, dopo aver parlato con i migranti deportati a Nogales e aver seguito il loro percorso nel deserto del sud dell’Arizona, ha iniziato a riconoscere, apprezzare e amare profondamente la loro umanità. È tornato a casa con la determinazione di fare del volontariato con gli immigrati nella propria comunità e di impegnarsi per aiutarli concretamente nei limiti delle sue possibilità.
Gli immigrati senza documenti hanno molta difficoltà a vivere negli Stati Uniti. Benché vi siano arrivati e rimasti per decenni, improvvisamente la loro permanenza risulta incerta. “Quando i loro genitori sono vicini alla morte nei loro paesi di origine, vogliono rivederli; ma se escono dagli Stati Uniti, risulta molto difficile ritornarci dopo”, sostiene. L’immigrazione legale è ancora più difficile per i migranti che hanno un basso livello d’istruzione e vengono da un paese povero e violento.

È in gioco più dell’immigrazione

Tuttavia, possiamo limitarci ad accogliere ciecamente tutti i migranti? Non dobbiamo forse pensare anche al benessere e alla prosperità dei “nostri”? Padre Carroll afferma che si tratta di “una domanda importante, ma la nostra tradizione ci chiama a lavorare per il bene comune e promuoverlo, vale a dire ad assistere le persone sia all’interno del nostro paese che oltre i nostri confini nazionali”. In fin dei conti, “la Bibbia ci invita ad accogliere lo straniero”.
Mentre queste voci continuano ad avere una forte risonanza, il direttore del KBI è anche commosso dal livello del sostegno ricevuto: donazioni in denaro, vestiti, preghiere. “C’è così tanta solidarietà. È vero, sentiamo l’opposizione da parte di alcuni, ma anche una grande generosità”.

Alcune storie di vita che sente ogni giorno nel Centro parlano da sole: “C’era una donna a cui avevano ucciso la madre e il fratello, e brutalmente picchiato il marito; la famiglia non aveva trovato altra soluzione che migrare verso nord”.
Non dimenticherà mai un Natale speciale: “Una donna incinta attraversò il confine, stava per dare alla luce il suo bambino, ma fu catturata nel deserto e rimandata in Messico. Aveva rischiato di morire, ma voleva un futuro migliore per suo figlio”. La accolsero e, poco prima di Natale, diede alla luce suo figlio che chiamò Emanuel, “Dio è con noi”.
“Dio è con lei, in mezzo alle incertezze, alle preoccupazioni e ai dubbi. Quando i migranti vengono qui, si aprono a Dio e gli permettono di entrare nelle loro vite problematiche. E poi, il più delle volte, partono un po’ più rafforzati e fiduciosi”.
Nel suo libro Immigration and the Next America (l’immigrazione e la prossima America), l’Arcivescovo di Los Angeles, José H. Gomez, ha scritto: “Con l’immigrazione è in gioco molto più dell’immigrazione. Si tratta di rinnovare l’anima dell’America”.
Se riusciamo a rispondere in modo più efficace alle ragioni fondamentali che spingono le persone a migrare, sempre rispettando i diritti umani, saremo sulla strada giusta per rinnovare le nostre anime, sia individualmente che come paese.

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