70 anni di Città Nuova, una rivista «sul confine tra ragione e mistero»
“Città Nuova esiste per fornire un servizio umile e libero, nel senso di indipendente da obiettivi di denaro e di potere. Un servizio di informazione, formazione, ricerca, con a cuore il bene dell’umanità”.
Festeggia un compleanno importante, quest’anno, la rivista Città Nuova, uno dei partner dello United World Project: quello dei suoi primi 70 anni. United World Project è dunque felice di abbracciare con un’intervista al direttore Giulio Meazzini su questa testata (espressione del Movimento dei Focolari) con la quale condivide valori, direzione e principi.

Giulio, come nacque questa grande avventura?
Nel luglio 1956, sulle Dolomiti, durante la Mariapoli (il convegno estivo del Movimento dei Focolari). Fin dai primi tempi, Chiara Lubich intuisce che senza un giornale non può esistere una rivoluzione. Senza un pensiero che circola, che interroga, che costruisce cultura, non può esserci cambiamento. Senza una riflessione critica sul mondo, non si costruisce una comunità capace di condividere valori e obiettivi comuni. Il giornale nasce per tenere collegate le persone che condividono la spiritualità dell’unità, ma subito si apre al mondo, ecclesiale e civile.
Chiara Lubich interviene direttamente?
Lei stessa scrive editoriali di suo pugno. Interviene, argomenta, propone, spiega. La penna diventa la sua voce, lo strumento attraverso cui esprime le intuizioni del carisma. Man mano che Chiara illumina, col suo pensiero e il suo carisma, nuove dimensioni – dall’economia alla politica, dalla cultura alla salute – le parole sul giornale traducono questo cammino in un linguaggio accessibile a tutti. Inquadrando il perché di Città Nuova, «prima opera dell’Opera», Chiara spiega che la rivista deve essere rivolta all’interno (ai membri del Movimento, per tenerli collegati e far crescere la comunità, quindi un giornale «nostro e ideale») e all’esterno, per portare a tutti la cultura dell’unità, quindi «universale».
Quali sono i punti fermi da cui Città Nuova non potrebbe mai prescindere?
Qualche mese fa, rispondendo a un lettore, scrivevo che la radice di Città Nuova è nel Vangelo, questo è il nostro punto fermo. Allo stesso tempo, una parte non piccola dei nostri lettori non è cristiana o non ha un riferimento religioso, per cui ci sta a cuore anche la laicità. Siamo sul “confine” tra ragione e mistero. Una posizione a volte molto scomoda in tempi di polarizzazioni, ma questo è il nostro posto specifico: stare nella spaccatura tra visioni del mondo diverse, senza scappare o scegliere subito una delle due parti.
Attenzione quindi per l’altro…
Indagare e comprendere la realtà significa ascoltare l’altro, sforzarsi di capire cosa muove chi la pensa diversamente da me, quali sono i suoi valori, che sempre ci sono, o le sue paure. Poi, alla fine del dialogo ognuno farà in coscienza la sua scelta, ma anche se rimarremo di idee diverse, ognuno avrà dentro di sé un pezzetto del cielo dell’altro, per cui lo guarderà senza odio, con un po’ di simpatia e misericordia.
Altri punti fermi di CN?
Città Nuova non è del direttore o della redazione. Città Nuova è espressione di una comunità che non vuole vivere nella propria bolla difendendosi dagli “altri” intorno, ma dialogare, contaminarsi, accogliere, seminare pace. La rivista offre una visione del mondo generata da una comunità, quindi da un’esperienza spirituale condivisa, con un pensiero necessariamente aperto, inquieto, ricco di immaginazione. Una delle conseguenze, è che tra chi legge e chi scrive Città Nuova c’è un’amicizia, come una segreta intimità.
Ci sono altri punti fermi per CN?
Un terzo è che dipende anche da noi se il mondo va verso una civiltà d’amore oppure verso l’inciviltà degli egoismi eretti a sistema. Per vincere questa sfida c’è bisogno di uomini e donne-mondo, capaci di «amare la patria altrui come la propria». Per questo, abbiamo una rete di collaboratori sparsi nel mondo, che ci riportano le sensibilità, i valori e i punti di vista delle varie culture, vivendo nei luoghi che raccontano. In questo modo possiamo comprenderci e vivere gli uni per gli altri.
Quanto è importante per CN il tema del dialogo?
Comincio da me: posso dire che, come direttore, sono stato “costruito” dalla stima (e dalle critiche) di redattori e lettori, e di questo sono contento. Così come lo sono del dialogo che c’è nella redazione e con gli esperti con cui sempre ci confrontiamo sugli argomenti “caldi”. Senza parlare della Posta dei lettori, per me prezioso termometro della “sintonia” che c’è tra chi scrive e chi legge. Questo per dire che non esiste un “pensiero unico” di Città Nuova. C’è una redazione all’interno della quale ci sono sensibilità diverse sugli argomenti (anche solo per motivi di età) e una cerchia di collaboratori ognuno con la sua prospettiva. C’è una comunità composta di persone che ragionano con la propria testa e sensibilità.
Già questo è dialogo…
Il ruolo di Città Nuova è quello di fornire ai lettori articoli e approfondimenti vari, possibilmente di sensibilità diverse perché in ognuno c’è un pezzetto di verità, senza tacere il proprio punto di vista. Così, ciascuno può formarsi un’opinione ragionata. Crediamo nella capacità dei lettori di valutare secondo coscienza. Nella scelta degli articoli privilegiamo chiarezza, approfondimento, stile non aggressivo ma dialogante, l’autorevolezza dell’autore e dell’intervistato.
Altro dialogo…
Abbiamo anche la fortuna di far parte di un Movimento che ha uno dei suoi punti di forza nei “dialoghi”: all’interno della Chiesa cattolica, tra Chiese cristiane, tra religioni; con persone prive di un riferimento religioso e con la cultura. Cerchiamo di valorizzare questi dialoghi nella rivista, nella APP CN edicola e nel sito. Oltre che nelle altre 6 riviste che pubblichiamo: Big, Teens, PassaParola, Nuova Umanità, Ekklesia, Vangelo del giorno.
In che rapporto possono stare la realtà, anche drammatica (che un giornalista non può negare) e la speranza che dà forza per affrontare la stessa realtà?
Vorrei sottolineare queste parole di Chiara risalenti al 17 maggio 1968: «Bisogna assolutamente che l’idea scompaia nel fatto. Noi non dobbiamo fare un giornale di opinione. L’opinione deve scomparire sotto gli argomenti trattati, cioè l’opinione deve essere in chi scrive, che non deve fare la predica».
Come viene tradotto questo pensiero?
Ci inseriamo nel dibattito sempre attuale sul mestiere di giornalista, che non dovrebbe confondere il proprio ruolo con quello di un attivista, ma prima di tutto indagare e comprendere la realtà, per aiutare il lettore a costruire la propria visione del mondo.
Quindi prima di tutto denunciare la menzogna, la brutalità, la violenza senza limiti, l’ipocrisia in cui sprofonda il mondo. Ma non fermarsi qui. Diventare punto di riferimento nell’impegno per la pace, per la giustizia, per la famiglia, per un’informazione disarmata, nell’ottica della fraternità universale.
Come si relaziona Città Nuova con i temi del bene e del male, con la loro presenza nel mondo? Come li affronta?
Prima di tutto, direi che non bisogna negare la realtà, ma affrontarla. Male compreso, approfondendo le cause e le possibili vie d’uscita, senza arrendersi. Sulla rivista, sul sito, sulla APP trovate una grande quantità di articoli, interviste, dossier, focus, approfondimenti che trattano i vari argomenti dando voce sia ad esperti e professionisti, sia alle storie di persone che vivono sulla loro pelle gli avvenimenti di attualità. Il male sembra ogni giorno più efficace, sfrontato, spietato. Ci sentiamo impotenti. Viene voglia di arrendersi e ritirarsi in un buco.

Ma?
Non possiamo, perlomeno chi legge (o scrive) Città Nuova. Serve ancora qualcuno che creda che la storia abbia un senso e l’umanità un destino che non finisce con l’autodistruzione. Quindi continuiamo a dare il nostro contributo per costruire un mondo più umano, col cuore e la testa, con lo stile di vita e la cultura. Una società dove bellezza e pace siano parole più importanti di morte e odio. In particolare, Città Nuova cerca di arricchire l’immaginazione dei suoi lettori con «parole affascinanti», con storie (reali) di bellezza, bontà e giustizia, con interviste e articoli realistici ma che non trascurano il bene che c’è nel mondo.
No alla rassegnazione, dunque…
Non ci rassegniamo ad avere nel nostro orizzonte mentale solo avidi guerrafondai, dittatori paranoici e odiatori seriali. Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo prima immaginarlo nuovo, onesto, pieno di conforto, gentilezza e calma. Tra l’altro, qualcuno ha detto che dove passa un’idea, prima o poi passa la storia. E anche se siamo piccoli, viviamo un forte carisma che deve ancora esprimere gran parte delle sue potenzialità. Vorrei aggiungere due citazioni.
Certamente.
La prima è della scrittrice cattolica Flannery O’Connor, la quale ci ricorda che l’avventura umana si svolge nel «territorio del diavolo», teatro del piacere di agire crudelmente, per cui ci vuole un occhio molto acuto per accorgersi delle «quasi impercettibili intrusioni della grazia».
La seconda?
Una delle prime compagne di Chiara Lubich, Luminosa, ripeteva: «Continuiamo a giocare». Per chi crede, questo significa amare e collaborare con «un Dio che per amore ha creato ogni cosa e ha nascosto amore dietro apparenze di morte e di dolore». Per chi non ha riferimenti religiosi, continuare a giocare significa scommettere di nuovo sulla capacità della famiglia umana di riscattarsi e migliorare.
Quanto è importante, secondo te, che nel raccontare la realtà si cerchi sempre di alimentare la speranza?
Come suggerisce una lettrice, Cecilia Tumiatti, Città Nuova esiste per fornire un servizio umile e libero, nel senso di indipendente da obiettivi di denaro e di potere. Un servizio di informazione, formazione, ricerca, con a cuore il bene dell’umanità, in dialogo tra persone e culture, partendo da un punto di vista “inedito”, trinitario, in cerca di nuove visioni e prospettive positive. Senza stancarsi mai di cercare tracce e segnali di speranza in un cammino comune con tutta l’umanità.
Mi sembra un impegno che già in sé porta speranza…
Guglielmo Boselli, a lungo direttore di Città Nuova, diceva che «bisognerebbe riuscire a far vedere, attraverso il giornale, il disegno di Dio sui singoli popoli e su tutta l’umanità, avendo una precisa chiave di lettura: questo avvenimento, questo personaggio contribuisce a realizzare un mondo più unito oppure è un ostacolo ad esso?». Ecco, Città Nuova, immersa coi propri lettori nelle complesse sfide di oggi, offre il proprio punto di vista dando speranza a chi è in cerca di senso e facendo (per quanto possibile) sorridere il mondo.