Cittadinanza attiva e politica

Marcoluigi Corsi, rappresentante di Unicef in Libano: “Partire dai bambini unisce le persone”

by Edoardo Zaccagnini

Marcoluigi Corsi, rappresentante di Unicef in Libano: “Partire dai bambini unisce le persone”
Marcoluigi Corsi

Dopo trent’anni trascorsi in alcuni dei contesti più difficili del mondo, Marcoluigi Corsi, rappresentante dell’UNICEF in Libano, riflette sulla protezione dell’infanzia, la speranza e l’umanità che resiste anche nel mezzo della guerra.

Marcoluigi Corsi lavora per UNICEF da 30 anni. Con diversi ruoli, ha viaggiato in molti paesi del mondo: Mozambico, Bolivia, Indonesia, Eritrea, Somalia, Tanzania, fino al Myanmar.

Oggi è il rappresentante di UNICEF in Libano, dove dirige l’attuazione del programma nazionale fornendo direzione strategica e supervisione alle operazioni di UNICEF a sostegno di bambini, donne e giovani.

Il suo lavoro nell’UNICEF: una vita dedicata alla protezione dei bambini più vulnerabili

Nonostante i tanti impegni, Marcoluigi ci ha dedicato parte del suo tempo offrendoci la sua lunga esperienza con la quale ha osservato le ferite del mondo, ma anche le risposte umane a tanta sofferenza. Abbiamo parlato del lavoro di Unicef partendo da questa domanda.

Marco, qual è la missione di Unicef?

Unicef è attiva nel settore dell’educazione, della sanità e della protezione dei bambini. Lavora per garantire loro acqua, nutrimento e igiene. Si adopera perchè i loro diritti siano rispettati e realizzati con politiche e finanziamenti da parte dei governi nazionali e locali. Unicef opera in diverse realtà, sempre nell’ambito di emergenze umanitarie che possono nascere da disastri naturali o da conflitti.

Marcoluigi Corsi
Marcoluigi Corsi

Quando nasce Unicef?

Subito dopo la seconda guerra mondiale, attraverso fondi di emergenza per la protezione di quell’infanzia che è nel nostro Dna e ci porta, oggi, a essere presenti in molti paesi: tanti quanti sono i luoghi in cui si vivono emergenze umanitarie

 Come si relaziona Unicef con le istituzioni?

Il nostro lavoro si lega alla capacità dei governi di rispondere alle emergenze: più grande è la loro risposta, più efficace è il nostro lavoro.

Qual è la realtà che Unicef sta vivendo in Libano?

Una realtà doppia. La prima è legata al raggiungimento di obiettivi sostenibili entro il 2030, in collaborazione con le istituzioni nazionali e locali. Si tratta dello sviluppo di politiche funzionali alla realizzazione dei diritti dell’infanzia. Qualità dell’educazione, possibilità di vaccinazione, per esempio. 

 La seconda realtà del Libano?

Provvediamo all’aiuto umanitario di tutti i bambini sfollati, insieme alle loro famiglie, per via del conflitto. Lo facciamo insieme ai governi, a diverse agenzie delle Nazioni Unite e alle ONG. Ci confrontiamo di continuo col profondo senso di incertezza che vivono tutte queste persone ogni giorno.

 Come sono le tue giornate in Libano?

Come responsabile di Unicef in Libano, gestisco vari uffici: uno a Beirut, altri tre nel nord, nel centro e nel sud del Paese. Coordino le varie attività affinchè siano efficienti. Accanto a questo lavoro, c’è quello per la tutela dei bambini nel conflitto, per il rispetto delle leggi internazionali che li proteggano. Ancora una volta, si agisce con i governi e con le parti in conflitto. Il rispetto dei diritti dei bambini, dei civili in generale in un conflitto, è sempre la parte più difficile del nostro lavoro.

Potremmo dire che rispetto a una catastrofe naturale, per quanto drammatica e dolorosa sia, una situazione di conflitto obbliga a vivere quella sorta di abbrutimento umano che rende più inaccettabile la realtà che si ha davanti?

Il dolore davanti alle perdite e alla sofferenza umana è forte in ogni situazione, ma in un conflitto subentra l’aspetto della violenza che rende tutto ancora più doloroso da sostenere.

È come se in una guerra, rispetto a una catastrofe, ci sia una ferita nella ferita?

Per fortuna anche dentro un conflitto non soccombe la solidarietà perchè tante organizzazioni si mettono in moto. Ci si chiede spesso, di fronte a certe realtà, dove sia finita l’umanità. È una domanda legittima quando si vedono vite, soprattutto di bambini, calpestate in modo brutale dalla violenza della guerra. Eppure io vivo il privilegio di vedere che anche in certi momenti l’umanità è testimoniata.

Marcoluigi Corsi
Marcoluigi Corsi

In che modo?

Quando vedi una madre che percorre chilometri a piedi per portare in salvo il suo bambino, o quando vedi che le persone accolgono in modo straordinario gli sfollati, quella è l’umanità che sopravvive. Vedere queste risposte dona la forza per andare avanti e perseverare. Dico sempre ai miei colleghi di concentrarsi sul piccolo

Perché farlo sul grande, rischia di abbatterci o rassegnarci?

Concentrarti sul piccolo, ti fa vedere che puoi fare qualcosa anche nelle situazioni più critiche. Questo dona speranza

Lo dona al singolo e al lavoro prezioso di tutta Unicef?

Lo dona alla sua opera nobile, al suo mandato conferito dall’assemblea delle Nazioni Unite: di essere la voce dei bambini, di salvaguardare la loro essenza

Come definiresti questo mandato?

Eccezionale, bellissimo. Rende Unicef rispettata da tutti e rende me, che ci lavoro da 25 anni, una persona grata.

Quando è iniziata la tua storia con Unicef?

Sono sempre stato attratto dall’umanità e mi è venuto spontaneo, dopo un inizio nelle ONG, avvicinarmi alle organizzazioni delle Nazioni Unite. Poi l’incontro con Unicef, che non ha rappresentato solo un percorso professionale, ma di vita. Un cammino che mi ha messo in contatto con tante realtà del mondo insegnandomi prima di tutto una cosa.

 Quale?

Che siamo tutti uguali. Che tutti abbiamo bisogno dell’altro. Questo è il privilegio personale, interiore, di cui parlavo prima. Ovviamente questo viaggio è fatto anche di frustrazioni, delle sensazioni di impotenza e tristezza per quanto ancora c’è da fare, per i tanti ostacoli da superare, per i bisogni giganteschi e le sofferenze concrete con cui è necessario relazionarsi.

Tra i tanti posti del mondo in cui hai lavorato per Unicef, c’è stato, prima del Libano, il Myanmar.

Un paese che vive da tanti anni conflitti interni che inevitabilmente si riflettono sulla vita dei bambini. Anche in Myanmar, dentro una realtà molto complessa e difficile da sintetizzare (che non avevo mai vissuto in precedenza, anche se venivo da altre esperienze di guerra), la lezione umana è stata enorme. Anche in questo caso, il sentimento per quanto ricevuto è di gratitudine.

Quanto tempo sei stato in Myanmar?

Tre anni nei quali, oltre al conflitto, ci sono stati due cicloni e un terremoto. Anche lì, tuttavia, ho visto la speranza in cammino. In certe situazioni smetti di pensare a te stesso e vedi come gli esseri umani riescano ad affrontare con dignità situazioni molto difficili. Il modo in cui ripetutamente affrontano un disastro, diventa una grande lezione di vita. La resilienza, in determinate circostanze, potrebbe azzerarsi. Invece si rafforza.

Quanto aiuta, dentro tanta, dolorosa complessità, sentirsi parte di Unicef?

Tra tutte le fatiche di cui parlavo, sentirsi parte di un’organizzazione come Unicef ti dà importanti responsabilità ma dona senso alle tue azioni. Ti consente di superare la condizione di spettatore per diventare parte attiva di un’umanità che può fare qualcosa. Sapere che il tuo lavoro può contribuire alla protezione di un bambino, a farlo andare a scuola, a sostenerlo dal punto di vista psicologico, a riaprire in lui uno spiraglio di speranza, è qualcosa di straordinario. Penso ai bambini qui in Libano: quelli di due anni hanno già vissuto due guerre. In certi contesti anche i piccoli progressi hanno un valore enorme.

Quei bambini saranno i grandi del futuro.

Verissimo, ma sono anche il presente da difendere ed è necessario sempre fare il massimo per loro.

Dalle tue parole è chiaro che Unicef è uno strumento della pace e del dialogo.

Per garantire i diritti dei bambini, occorre la pace. Partire dai bambini, unisce le persone creando quel dialogo che è sempre strumento per la pace. Al contrario, quando si smette di parlare, i primi ad andarci di mezzo sono i bambini. La forza di Unicef è costruire ponti. Noi stessi, come diceva Papa Francesco, siamo chiamati a esserlo e riteniamo importante un altro strumento.

Quale?

L’ascolto. La nostra presenza sul terreno è ascolto di chi incontriamo. È mettersi nei panni dell’altro. La nostra credibilità e capacità di dialogo, è una neutralità che non è mai sinonimo di indifferenza. Piuttosto, è un atteggiamento che mette sempre al primo posto l’interesse del bambino.

Marcoluigi Corsi
Marcoluigi Corsi

Da 30 anni con Unicef attraversi le ferite del mondo accumulando, come ci hai spiegato, ricchezza interiore e sofferenza, per il contatto con la durezza del mondo ma anche con l’umanità che sopravvive all’orrore. Alla luce di questo, dentro di te, oggi, c’è più speranza o rassegnazione pensando al futuro?

Fino a che possiamo fare qualcosa c’è speranza. Le persone stesse con cui ti relazioni, te la trasmettono, mostrandoti che nonostante tutto l’umanità resta viva. A volte quest’umanità è fatta di tanti fili invisibili, che però ci legano l’un l’altro. Ci sono molte situazioni difficili nel mondo, ma anche progressi in atto che è importante segnalare

Esempi?

Ci sono meno bambini senza vaccinazioni e questo è molto importante. Il tasso di istruzione è aumentato. Si muore di meno per malattie infantili. Sono dati che fanno meno notizia di altri. Intendiamoci, non voglio minimizzare i problemi enormi del mondo, ma ribadire che ci sono motivi di speranza, dentro l’enorme lavoro che c’è ancora da fare.