Pace e diritti umani

Elena Gentili di Save the Children: “Nostra responsabilità è che il coraggio dei bambini non venga lasciato solo”

by Edoardo Zaccagnini

Elena Gentili di Save the Children: “Nostra responsabilità è che il coraggio dei bambini non venga lasciato solo”
Tommy Trenchard - Save the Children

Elena Gentili di Save the Children Italia analizza il lavoro umanitario nelle emergenze, l’advocacy e l’importanza dell’educazione e dell’inclusione sociale per garantire i diritti dell’infanzia.

United World Project ha dialogato con Elena Gentili, responsabile di Advocacy e Policy di Save the Children Italia, un’organizzazione che, con oltre 100 anni di storia e una presenza in più di 100 Paesi, si ispira all’eredità della sua fondatrice Eglantyne Jebb: “non c’è nessuna insita impossibilità nel salvare i bambini del mondo. È impossibile solo se ci rifiutiamo di farlo” e “ogni generazione di bambini offre all’umanità una nuova possibilità di rinascere dalle sue rovine”.

Save the Children: Sopravvivere, Imparare ed Essere protetti

Elena Gentili sottolinea che la missione dell’organizzazione si proietta con chiarezza verso il futuro: “La nostra direzione si esprime in tre grandi concetti riassumibili con breakthroughs (obiettivi di svolta) al 2030: Survive, Learn, e Be protected (Sopravvivere, Imparare ed Essere protetti). Vogliamo che nessun bambino muoia per cause prevenibili prima dei 5 anni, che tutti possano accedere a un’educazione di qualità in un mondo in cui la violenza contro l’infanzia non sia più tollerata”.

Elena Gentili - Save the Children
Elena Gentili – Save the Children

Elena, quanto, queste frasi, indicano il modo di agire di Save the Children?

Molto. Oggi ancora di più. Sono centrali. La prima parla di responsabilità e della nostra scelta di continuare a salvare i bambini nel mondo. Ci dice che le condizioni in cui vivono non sono inevitabili. Povertà, violenza, esclusione, mancato accesso all’istruzione, non sono casuali, ma frutto di decisioni e politiche.

Quindi possono essere cambiate?

Si, e per questo Save the Children non si limita a intervenire sulle conseguenze, ma lavora sulle cause, con programmi, azioni e progetti sul territorio, con ricerca e dialogo con le istituzioni. Con advocacy e campagne, per cambiamenti sistemici nelle politiche, nelle norme, nei finanziamenti che incidano sulla vita di bambini e adolescenti nel lungo periodo. Questo approccio ci appartiene in ogni Paese: nella povertà educativa, nella protezione dei minori migranti, nei conflitti armati, nelle crisi umanitarie, nella prevenzione della violenza e della crisi climatica. Lavoriamo perché la nostra esperienza si traduca in scelte più giuste.

La seconda frase?

Parla più in prospettiva. Di futuro. Anche nei contesti più difficili, i bambini non sono solo soggetti vulnerabili da proteggere, ma titolari dei diritti, con voce e aspirazioni. Possono contribuire ai progetti di cambiamento sulle loro vite nel presente e nel futuro. Per Save the Children è fondamentale lavorare non solo “per”, ma “con” i bambini e gli adolescenti. Ascoltandoli, sostenendo il loro protagonismo. Offrendo loro spazi di partecipazione perché entrino nei processi decisionali.

Due frasi complementari, quelle di Jebb?

Descrivono molto bene l’approccio di Save: non accettiamo che le ingiustizie siano inevitabili e investiamo per un futuro diverso. Riassumono l’eredità di Jebb: trasformare l’e indignazionei in responsabilità e la responsabilità in azione.

Tommy Trenchard - Save the Children
Tommy Trenchard – Save the Children

Save lavora per cambiamenti rapidi ma duraturi?

La reattività è fondamentale nell’emergenza, ma non è sufficiente. È importante mantenere due orizzonti temporali: proteggere i diritti dei bambini oggi, nelle emergenze e nelle crisi, creando le condizioni per far durare quella protezione. La presenza di lungo periodo nei contesti è fondamentale: permette di conoscere comunità e istituzioni, vulnerabilità e criticità che possono trasformarsi in crisi o conflitti.

Un doppio obiettivo?

Garantire aiuti salvavita e mantenere la continuità dei servizi educativi, sanitari e di protezione (anche psicologici) fondamentali, in una prospettiva di riabilitazione e ricostruzione. L’emergenza e il dopo non vanno pensati come separati. Save, analizzando i contesti, anticipando i rischi e preparandosi alle crisi, può attivarsi rapidamente pensando a ciò che verrà dopo. È un principio fondamentale: tornare alla normalità non significa semplicemente ricostruire ciò che esisteva prima, soprattutto quando quella normalità lasciava già molti bambini esclusi e. Occorrono sistemi più inclusivi e accessibili, funzionanti nella crisi stessa.

Che ruolo ha, in questo, la società civile?

Fondamentale. Organizzazioni, associazioni e comunità nei territori, sono protagoniste del cambiamento: conoscendo in profondità contesto e dinamiche sociali, hanno accesso nel territorio come nessuna organizzazione esterna. Oggi, è ancora più importante, visto che nelle crisi lo spazio umanitario si restringe e l’accesso per gli operatori internazionali è più complesso.

A questo si aggiunge il lavoro di advocacy, giusto?

Necessario per trasformare l’esperienza operativa, immediata e continuativa, in cambiamento strutturale. La presenza accanto a famiglie e bambini, ci mostra dove i sistemi non funzionano. Quali diritti non sono garantiti e perché. Da qui, raccolta dati, proposte di policy, interlocuzioni a vari livelli, per creare un contesto che eviti la crisi umanitaria. Non basta raggiungere un bambino con un servizio se le condizioni che hanno prodotto quelle vulnerabilità restano. Con l’advocacy cerchiamo di incidire su norme, politiche, finanziamenti e pratiche, andando oltre i singoli progetti.

Abbiamo accennato all’ascolto. Quanto è importante?

L’ascolto di bambini, bambine, giovani, famiglie e comunità è fondamentale. Per essere sostenibile, una risposta deve partire dalle nuove generazioni.

María José Medina Echeverría - Save the Children
María José Medina Echeverría – Save the Children

Save the Children (da oltre 100 anni e in più di 100 paesi) lavora dalle emergenze all’educazione. Possiamo definirvi un albero grande con rami diversi e complementari?

È un’immagine molto efficace: restituisce l’idea di una grande organizzazione globale, con un tronco che ha sviluppato competenze e modalità d’intervento: i rami, che partono dalla stessa radice e obiettivo: i diritti di bambini e bambine. La nostra direzione si esprime in tre grandi concetti riassumibili con breakthroughs al 2030. Survive, Learn, e Be protected: vogliamo che nessun bambino muoia per cause prevenibili prima dei 5 anni, che tutti possano accedere a un’educazione di qualità in un mondo in cui la violenza contro l’infanzia non sia più tollerata. I nostri rami, diversi e complementari, riguardanti tematiche e modi, devono dialogare tra loro. Questo è fondamentale nelle risposte ai problemi dell’infanzia. Un elemento che attraversa radici, tronco e rami, poi, è il protagonismo di bambini e ragazzi.

L’infanzia è patrimonio di risorse ma vulnerabile. Quanto, guerre o catastrofi, impattano sull’infanzia?

Oggi le crisi – povertà, insicurezza alimentare, conflitti, cambiamento climatico – si sovrappongono e si alimentano a vicenda, con conseguenze per tutta la vita. Le guerre sono tra le minacce più drammatiche, anche perché sempre più lunghe e combattute in contesti densamente popolati, fino agli spazi della convivenza civile. Lasciano conseguenze soprattutto sui bambini, a partire dalla perdita di istruzione che è anche di socialità. L’impatto non si misura solo su morti e feriti, ma anche su sfollamenti e smarrimento di punti di riferimento. Il nostro ultimo report dice che 520 milioni di bambini vivono in aree di conflitto. Più di 1 su 5! Si prevede che nel 2026 oltre 200 milioni di bambini avranno bisogno di assistenza umanitaria. Il piano umanitario di Save, nel 2026, punta a raggiungere 17,8 milioni di persone tra cui 10,1 milioni di bambini in 45 paesi: con aiuti e rafforzando la leadership delle comunità locali, per investire di più sulla prevenzione.

Anche contro le disuguaglianze…

Il tema delle disuguaglianze colpisce moltissimo l’infanzia, sia tra diversi Paesi che nello stesso Paese. C’è il rischio della perdita di opportunità per chi nasce in una famiglia più povera o in una periferia marginalizzata, in zone isolate o interessate da conflitto. Una crisi tende ad aumentare le disuguaglianze e compromettere l’accesso ai servizi. Noi lavoriamo perché questo non avvenga. Per noi la pace non é soltanto assenza di guerra. Una pace duratura si construisce anche prima, riducendo le disiguaglianze, rafforzando la coesione sociale e creando opportunitá di partecipazione, perché le persona possano sentirse riconosciute, ascoltate e parte di un futuro comune.

Senza dimenticare il problema della fame.

153 milioni di bambini affrontano l’insicurezza alimentare con conseguenze sul lungo periodo. Quando parliamo delle crisi multidimensionali sull’infanzia, dobbiamo guardare all’immediato e al dopo. Per questo lavoriamo sulla coesione sociale e sulla pace. Lo sviluppo di sistemi giusti e di opportunità equamente distribuite, pone le condizioni essenziali per una società più inclusiva e solida, capace di affrontare le crisi.

Save si confronta con ogni momento drammatico. Dunque, oggi, anche con i cambiamenti climatici?

È un lavoro centrale, visto che ormai colpiscono i diritti dell’infanzia. Un nostro report parla di circa 1 miliardo di bambini – la metà della popolazione infantile globale – in paesi considerati a rischio estremo. Non hanno contribuito alle cause ma ne subiscono le conseguenze, oggi e domani. Il cambiamento climatico è moltiplicatore delle crisi e amplificatore delle disuguaglianze. Da un altro report risultano 7740 milioni di bambini che affrontano le povertà multidimensionali con elevati rischi climatici.

Come vi state muovendo?

Per rispondere efficacemente a questo problema bisogna muoversi su più livelli nei diversi paesi, e di nuovo è fondamentale il protagonismo dei giovani: la loro voce e la loro mobilitazione per i processi decisionali sulle politiche climatiche. Per questo sviluppiamo percorsi educativi per far riconoscere i rischi e formare le competenze per le proposte di cambiamento. Tra poche settimane parteciperemo per la quinta volta alla Cop31 collegando il tema del clima ai diritti dell’infanzia chiedendo di accelerare la riduzione delle emissioni per mantenere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi. Una grande sfida!

Possiamo dire che oggi l’infanzia è a rischio anche nei paesi più solidi?

La ricchezza di un Paese non dice quanto vengano garantiti i diritti di tutti i bambini. Non basta guardare alla media ma notare come i diritti sono distribuiti. In Italia, per esempio, esistono disparità sociali molto forti e sempre più evidenti: dalla povertà educativa al benessere psicosociale e la salute mentale degli adolescenti, con nuove forme di violenza e sfruttamento anche on-line, fino alle condizioni dei minori migranti, che faticano ad avere una vera inclusione sociale. Save è presente sul territorio per migliorare l’accesso ai servizi e intercettare i bisogni, per la ricerca e la raccolta di dati utili alla riflessione sulle cause delle disuguaglianze. I diritti non possono considerarsi acquisiti una volta per tutte, in nessun Paese.

Cos’è esattamente la povertà educativa?

Non solo la possibilità di andare o non andare a scuola, ma la mancata possibilità di apprendere e sviluppare le proprie capacità, aspirazioni, talenti. Di costruire relazioni e partecipare alla vita sociale. Di immaginare e costruire il proprio futuro. Incide la condizione economica della famiglia e il territorio in cui si vive, quindi la disponibilità e la qualità dei servizi. Il rischio della povertà educativa, è che le condizioni di partenza di un bambino, determinino troppo presto le possibilità future.

Albaraa Mansoor - Save the Children
Albaraa Mansoor – Save the Children

Come lavorate in questo senso?

Un esempio sono, dal 2014, i Punti luce: spazi ad alta densitá educativa. 27 in 20 città e quindici regioni italiane. Sostegno gratuito allo studio, laboratori, attività sportive, culturali, occasioni di relazione sociale. Qui si lavora anche con le famiglie. Abbiamo raggiunto finora circa 72.000 tra bambini e adolescenti. Come sempre, però, lavoriamo anche per cambiare le condizioni che conducono alle diseguaglianze, e qui la scuola assume un ruolo centrale.

In che modo?

Per esempio con i nostri dossier Back to school, con cui osserviamo lo stato della scuola italiana da una prospettiva specifica, soprattutto con la voce di studenti, insegnanti ed educatori e comunità educanti. L’edizione del 2025 – Chiamami col mio nome – si è concentrata nello specifico, sugli studenti con background migratorio. Ancora una volta bisogna lavorare sulla riduzione delle disuguaglianze e investire nella scuola pubblica come strumento dove davvero questo possa avvenire e alimentare inclusione e partecipazione.

Mi sembra che il tema dei migranti sia centrale per Save the Children

Lavorando da molti anni con i minorenni da proteggere e tutelare, ci occupiamo anche dei minori stranieri non accompagnati. Ci basiamo sul “superiore interesse del minore”: per noi principio fondamentale, faro. Lavoriamo su due dimensioni: la presa in carico, diretta, nei luoghi di arrivo e transito, e il lavoro di advocacy per rafforzare norme, politiche e sistemi di tutela. Siamo presenti nei punti di sbarco del Sud Italia e in alcune aree di frontiera terrestre, con offerta di informazioni, supporto e protezione diretta di bambini, adolescenti e famiglie reduci da viaggi lunghi e traumatici. A Ventimiglia abbiamo attivato uno spazio di ascolto e supporto a minori non accompagnati. Accanto a questo lavoro, grazie a partnership strategiche, portiamo avanti progetti come quello di Civico Zero.

Di cosa si tratta?

Centri diurni in quattro città italiane: Roma, Milano, Torino e Catania. Punti di riferimento per molti minori stranieri non accompagnati e giovani migrante. Per noi questi ragazzi non sono un problema da gestire, ma persone con capacitá, aspirazioni ed energie che possono rappresentare una rucchezza per il Paese e per la comunitá, se vengono create le condizioni perché possano esprimerle.

Tornando all’advocacy?

Da questo punto di vista un passaggio fondamentale è stato quello della Legge 47 del 2017: la cosiddetta legge Zampa che abbiamo fortemente sostenuto insieme ad altre organizzazioni della società civile. Il prossimo aprile sarà il decennale di questa Legge che ha rappresentato un avanzamento importante nel riconoscere i minori stranieri non accompagnati in primo luogo come minorenni. Quindi portatori di diritti come gli altri. Negli anni abbiamo continuato a monitorarne l’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo.

Come si fa a mantenere la speranza in un clima così difficile?

Alcuni numeri sono impressionanti e scoraggianti, ma la speranza per Save The Children non è qualcosa di astratto: è frutto di esperienza concreta. Nasce dagli incontri, nasce quando una bambina riesce a studiare anche nei contesti più difficili, da un’altra malnutrita che recupera peso e salute, da un adolescente che ritrova spazi sicuri, da uno in fuga che cerca una scuola, da chi sotto le bombe continua a immaginare un futuro diverso. La spinta più forte per la speranza arriva dai bambini e dai giovani. Il loro coraggio diventa il nostro coraggio. La nostra responsabilità è che quel coraggio non venga lasciato solo. Ma la speranza da sola non basta, deve essere accompagnata da competenze, coordinamento e risorse. Da persone disposte a trasformarla. Mi collego alla frase citata all’inizio di Eglantyne Jebb: “Non c’è nessuna insita impossibilità nel salvare i bambini del mondo. É impossibile solo se ci rifiutiamo di farlo”.