Pace e diritti umani

Peace Together Uganda: sfuggito alla guerra a 12 anni, oggi dedica la sua vita a costruire nel Paese

by Edoardo Zaccagnini

Peace Together Uganda: sfuggito alla guerra a 12 anni, oggi dedica la sua vita a costruire nel Paese
Leonsyo Akena - Copyright Leonsyo Akena

La guerriglia cercò di reclutarlo quando era ancora un bambino. Oggi, Leonsyo Akena sacerdote e fondatore di Peace Together Uganda, promuove educazione, dialogo interreligioso, diritti umani, riconciliazione e convivenza nelle comunità segnate da decenni di violenza.

Ci sono pace, diritti umani e altre cose meravigliose, nella potente storia di don Leonsyo Akena, conosciuto anche come Ribamoi, sacerdote dell’Uganda che ha rischiato di diventare un bambino soldato, ma invece ha riempito la sua missione, umana e spirituale, di amore, unità, sostegno per i più fragili, dialogo e speranza per un futuro di armonia tra popoli, tribù e persone. Per raccontarlo al meglio, partiamo da quando ha rischiato di diventare un bambino col mitra.

Don Leonsyo, come sei riuscito ad evitare che ciò accadesse?

Era il 1986, quando scoppiò la guerra. Avevo 12 anni. I ribelli cucinarono più volte nel cortile della mia famiglia e il mio villaggio subì le incursioni dei miliziani dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA). Un giorno, mentre rapivano la maggior parte dei ragazzi della mia età nel villaggio, tornarono a cucinare a casa mia. Un comandante ribelle mi chiese di unirmi al gruppo. Rifiutai e corsi a riferirlo a mio padre, che si oppose al loro comandante supremo, dichiarando, con coraggio, che ero il suo unico figlio e avrebbero dovuto ucciderlo per portarmi via. In realtà eravamo tre figli maschi. Io, il più giovane.

Riuscì a persuaderli, dunque?

Il coraggio e le preghiere di mio padre – catechista che recitava il rosario ogni giorno –pronto a morire per me, mi salvarono dal rapimento. Fui però costretto a lasciare il villaggio per andare a vivere con mia sorella in una città più grande. Lì iniziai a prendermi cura dei bambini come me, fuggiti dal villaggio per paura dei ribelli. I missionari comboniani italiani finanziarono la mia formazione in seminario per 14 anni, fino all’ordinazione diaconale nel 2007. In quel periodo fondai un’organizzazione no-profit per la pace chiamata Peace Together Uganda (PTU). Nel 2008, divenni sacerdote.

Cos’altro ricordi di quel conflitto?

Ho visto persone uccise a colpi d’ascia, di arma da fuoco, fatte a pezzi. Ho dormito da solo tra i cespugli, di notte, sotto gli alberi e la pioggia. Ho conosciuto la fame. Ho vissuto traumi e angosce profonde, ho perso più volte la speranza nella vita e nel futuro. Ogni notte dovevamo abbandonare il villaggio e fuggire nella foresta per metterci in salvo. Molti miei amici rapiti, non hanno fatto ritorno a casa. I ribelli attaccavano i civili per procurarsi cibo. Rapivano bambini e giovani per arruolarli nel loro esercito. Anche le forze governative maltrattavano e uccidevano i civili durante gli attacchi dei ribelli, trasformando la popolazione nel bersaglio principale del terrore. Gli stessi civili erano divisi e nemici: chi sosteneva i ribelli, chi il governo. Ancora oggi, nel nord dell’Uganda, persistono odio e conflitti sociali derivanti da quella situazione.

Copyright Leonsyo Akena
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Il tuo destino è cambiato grazie ai missionari comboniani. Quali sono stati i loro principali insegnamenti?

I missionari comboniani hanno collaborato per oltre 50 anni coi miei genitori, catechisti e missionari locali. Dalla mia famiglia ho appreso – e i missionari comboniani hanno contribuito a rafforzarle – le virtù della misericordia verso i più poveri, il dialogo coi ribelli e il governo, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Soprattutto, la carità concreta verso bambini, malati, anziani ed emarginati: dare loro voce presso il governo e i ribelli, sostenendoli concretamente. Aver ricevuto istruzione, è un elemento profondamente rivoluzionario per la missione della mia vita.

Puoi riassumere alcune tappe del cammino coi comboniani?

Mi hanno accolto, ospitato in parrocchia e guidato affinché diventassi un buon sacerdote. Mi affidavano la cura dei bambini che la sera arrivavano in parrocchia dai villaggi. Provvedevo a inviare cibo, denaro, vestiti, medicine. A offrire i sacramenti. Fornivo sostegno spirituale e materiale ai più poveri, alle vedove, agli orfani, agli anziani. Ho capito, poi, che Dio mi stava preparando a diventare un sacerdote capace di portare avanti il ​​loro carisma. Ora, devo a mia volta guidare i giovani affinché proseguano la missione di costruire la pace attraverso l’educazione delle nuove generazioni e il dialogo con i leader locali e nazionali.

Prima del sacerdozio, avevi fatto esperienza col Movimento dei focolari. Cosa ti ha insegnato?

Il carisma di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, si sposa perfettamente con la mia esperienza personale. Il Movimento è nato durante la guerra. Io ho scoperto la mia vocazione in tempo di guerra. L’amore senza discriminazioni è la più grande rivoluzione che ha conquistato il mio cuore, quando, nel 2001, ho incontrato il Movimento. Il conflitto in Uganda era alimentato da odio tribale e divisioni. Ho studiato sei anni in seminario minore portando con me pregiudizi e sentimenti legati all’appartenenza tribale. L’incontro coi Focolari, la visione dell’amore di Dio e dell’unità proposta da Chiara, mi hanno aperto gli occhi. Ho imparato a riconoscere valori e bontà nelle altre tribù e oggi sono apostolo di quella fratellanza universale, di quell’unità, di quell’amore.

Dedichi la tua opera di sacerdote (e uomo) ai giovani studenti. Quanto è importante lavorare con i giovani in Uganda? Quanto è importante che incontrino buone guide?

I giovani desiderano ardentemente imparare, scoprire e cambiare il mondo in meglio.  Hanno bisogno di leader dotati di grandi valori e virtù: amore, pace, fratellanza, unità e gentilezza. Molti giovani imitano ciò che vedono nei leader e nei genitori. I miei, e i sacerdoti missionari comboniani morti al servizio della loro gente, hanno fatto questo per me, formandomi per il ruolo di leadership che ricopro oggi.

Un ruolo che passa per l’importante progetto “Peace Together Uganda”. Cos’è?

Da diacono, nel 2007, mi sono chiesto come fossi arrivato a quel punto dalla vita del villaggio, dai campi profughi e da tante esperienze traumatiche. Per opera di Dio! Sono tornato al mio villaggio, Pajule, ho mobilitato amici d’infanzia e abbiamo fondato Peace Together Uganda (PTU) con l’obiettivo di garantire istruzione scolastica ai bambini poveri, organizzare i leader locali per il dialogo, le donne per lo sviluppo economico e i giovani per la guarigione psicosociale, oltre a costruire relazioni tra le comunità colpite dalla lunga guerra. Ho chiesto la benedizione della mia famiglia e dell’Arcivescovo. Abbiamo registrato l’iniziativa presso le autorità governative per ufficializzarla.

C’era ancora la guerra?

Si, quindi temevamo di morire da un momento all’altro. Tuttavia, per evitare che il trasferimento o la morte di un sacerdote potessero compromettere il buon progetto avviato, decisi di incentrare l’iniziativa sulla comunità, affinché non dipendesse esclusivamente da me. Volevo che fosse una presenza della Chiesa e di Dio nella cittadina, non qualcosa di confinato tra le mura della parrocchia. Sono diventato il primo sacerdote a fondare un progetto cattolico gestito dalla comunità, in collaborazione con sacerdoti, anglicani, musulmani, governo e altri. Il trasferimento o la morte di un sacerdote non devono sminuire l’amore di Dio per il suo popolo. Oggi il PTU ha 19 anni e continua a crescere grazie al “sì” della comunità.

In Uganda ti chiamano “Ribamoi”, che in lingua Acoli – parlata nel nord del Paese – significa “Eroe dell’unità”. Questo perché hai pacificato rapporti tra due tribù in conflitto tra loro. Come sei riuscito ad ottenere un risultato così importante?

Nel 2013 ero un giovane parroco a Patongo, nell’Arcidiocesi di Gulu. La guerra aveva ucciso molti anziani e i giovani nati durante i quindici anni trascorsi nei campi per sfollati interni, facevano ritorno senza conoscere i confini reali delle terre.

Copyright Leonsyo Akena
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Ciò generava conflitti in molti villaggi del nord dell’Uganda. In quell’anno, scoppiò un’accesa disputa territoriale tra le tribù Acholi e Lango nella mia parrocchia: la tensione sfociò nell’incendio di un villaggio e nella morte di un bambino. C’era il pericolo di una nuova guerra tribale. Come parroco, chiesi al Movimento dei Focolari in Uganda di fornire beni di prima necessità da distribuire alle famiglie colpite. Perché erano i politici a dividere la popolazione. Divenni l’unico leader a godere della fiducia necessaria per portare le donazioni al villaggio e alle tribù coinvolte. Per questa missione, l’allora Presidente della Corte Suprema dell’Uganda, Alfonse Owiny-Dollo, lasciò il suo incarico nazionale e tornò a casa per dieci giorni con l’obiettivo di affiancarmi: insieme selezionammo alcuni anziani di entrambe le tribù e avviammo un lungo dialogo sui confini terrieri, riuscendo a risolvere la questione pacificamente, senza ricorrere ai tribunali civili né spendere denaro per avvocati. Come parroco, organizzai un momento di preghiera comune e una messa per favorire la riconciliazione e l’unità. Grazie a questo percorso di pace, la comunità parrocchiale e i villaggi mi conferirono il titolo onorifico di “eroe dell’unità”.

In questi anni di lavoro, sulla pace e sui diritti umani, hai contato sul concetto di dialogo. Come, questo straordinario strumento ti ha aiutato e ti aiuta?

Ho scelto l’educazione dei giovani come strumento fondamentale per la tutela dei diritti umani. Amando i bambini, si toccano i cuori di genitori e familiari. Coinvolgendo i leader locali nel dialogo a sostegno dei diritti umani, riscopro l’universalità del mio sacerdozio: vissuto come compimento della missione che Gesù affidò a Pietro e agli Apostoli: “Andate in tutto il mondo e proclamate la Buona Novella a tutte le nazioni, a ogni creatura”. Ciò mi procura grande gioia, specialmente quando parlo di pace con musulmani, anglicani, pentecostali e capi tradizionali. A volte sento che il mio sacerdozio è più necessario fuori dalla chiesa che al suo interno, in un ambito che molti sacerdoti non vedono, non apprezzano e a cui non aspirano. Ci accontentiamo della comodità della liturgia di routine, del clericalismo, del potere, talvolta della nostra riservatezza.

Un’altra tua conquista/creazione è la Giornata Internazionale della preghiera per la Pace. Come è nata?

Le Nazioni Unite hanno stabilito il 21 settembre come giornata dedicata alla riflessione sulla pace nel mondo, ma di questa ricorrenza non si sente parlare nel Parlamento e nelle città dell’Uganda. Ho colto l’occasione per mobilitare il nord del Paese, unendo leader e comunità locali nella preghiera per la pace. L’iniziativa è stata preceduta da momenti di dialogo tra i leader e da attività giovanili dedicate alla pace, oltre che dal coinvolgimento delle università nazionali, con conferenze sul tema presso le comunità locali. Talvolta si uniscono a noi anche persone provenienti da Sud Sudan, Congo e Kenya occidentale. Partecipano rappresentanti di ogni confessione e religione.

Abbiamo creato un Comitato per il Dialogo Fraterno, volto a costruire relazioni con l’intera Uganda e coi Paesi limitrofi. I giovani volontari stanno alimentando questo entusiasmo con passione, anche grazie ai social media.

Un altro progetto interessante è un comitato per il dialogo interreligioso: il “Comitato per il dialogo fraterno”. Dettagli?

Dopo aver conseguito un master presso l’Istituto Universitario Sophia a Loppiano, mi sono reso conto che la nostra Arcidiocesi di Gulu – segnata dalla guerra – era priva di un comitato per il dialogo inclusivo. Ho consultato il Consiglio di Amministrazione della PTU, che ha accolto con favore la mia iniziativa di creare questo comitato interreligioso. Ci siamo confrontati con l’Arcivescovo, con le istituzioni culturali e con le altre confessioni religiose, ottenendo l’adesione di tutti. Il gruppo è composto da cattolici, anglicani, musulmani, nonché da rappresentanti di istituzioni culturali, anziani, donne e giovani. La nostra visione è quella di formare una squadra capace di prevenire e risolvere i conflitti, costruendo legami di amicizia in Uganda, in Africa e oltre i confini del continente. Sento che questo costituisce l’obiettivo della mia vocazione e missione sacerdotale. Il Dipartimento di Studi sulla Pace e sui Conflitti dell’Università di Gulu, il Movimento dei Focolari e le istituzioni culturali garantiranno un percorso di formazione continua e periodica. Auspico che questo gruppo diventi la squadra più competente in Uganda nell’ambito del dialogo e contribuisca alla fraternità e alla pace in Africa.

Tra poco il progetto Pace Insieme Uganda compirà 20 anni? Perché per l’Uganda questo progetto è così prezioso?

Questo ventesimo anniversario riveste un’importanza significativa: è un invito a passare dalla polvere alla grazia, offrendoci totalmente a Dio per servire l’umanità, in particolare i più poveri e i più abbandonati. Inoltre, questa ricorrenza ci sprona a guardare al lungo cammino che ci attende nella costruzione della pace e dell’unità.